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L'inizio dell’avventura ad Aksai.
Ho viaggiato molto e visto tanti posti, è arrivata poi la volta del Kazakhstan. Sono giunto qui con la qualifica di Material Maintenance: piazzali immensi e tanta gente, molti capannoni e parchi-
tubi, carri- ponti, autocarri, articolati, autobotti e persino una ferrovia. Un via vai da lasciar gli occhi abbagliati dai mille riflessi , come fanno i cristalli sotto il sole: tale era l’effetto cromatico su quelle lamiere in movimento.
I capannoni alti, altissimi,con innumerevoli vasconi di griglia metallica, nelle campate degli scaffali ,e io piccolo, apparivo sempre piu’ piccolo in quell’ammasso di metallo.Era l’ 11 luglio
2000, ricordo bene quel giorno: c’era un caldo secco incredibile. L’enorme fardello, doverosamente indossato per motivi di sicurezza, mi copriva a tal punto, che con l’alta temperatura della stagione mi sembrava mancasse l’aria per respirare.
Subito sono stato attratto dal suono della parlata russa e spesso cercavo di intrufolarmi nel gruppo dei colleghi, durante la pausa, attento a quelle note quasi volessi intendere cosa dicevano.
Nulla, proprio nulla era possibile, nè capire nè immaginare di cosa parlassero, ma non importava: amavo la tonalità dei suoni delle parole.
Bella gente, orgogliosa, onesta, non un briciolo di malizia, forti lavoratori, duri i lineamenti, molto marcati dal duro lavoro e dal clima rigido. Ho trascorso un lungo periodo con numerosi
colleghi, gomito a gomito molte ore della giornata, per molti giorni. E’ facile strappare loro un sorriso: basta aprirsi e sorridere per primo, cercare di rendere l’argomento piu’ positivo possibile, abituare la persona che ti e’ di fronte ad usare con facilita’ la
parola “DA”; ecco che il sorriso affiora da quei volti rugosi ed induriti dall’aria calda e secca dell’estate e fredda, pungente dell’inverno.
Mi piaceva moltissimo il passamano dei semini di girasole durante la giornata, quasi che spiluccare quei piccoli semi neri, alleviasse la fatica del lavoro quotidiano. Ero sempre fra loro ed il
primo, rispettosamente servito. Come posso dimenticare i primi contatti con quel gruppo di persone che avrebbe fatto parte del mio Team? Piccole presentazioni con tutti, anche con persone semplici e piu’ timide; cercavo di affiancarmi a loro, sfidando a volte la loro
riservatezza. Con il trascorrere del tempo l’amicizia si rafforzava, sembrava che quelle due parole in croce scambiate durante le ore di lavoro fossero sufficienti per sigillare un patto di amicizia. Non sempre era richiesto l’aiuto dell’interprete, quasi volessimo
tenere un discorso riservato a due,ci bastava poter comunicare in qualche modo. Non che ci si capisse del tutto veramente, pero’ ero convinto che bastava un sorriso in piu’ e una parola in meno, per essere in armonia. Spesso la pausa- caffe’ rafforzava, con la
conoscenza di nuove parole, la sicurezza e la fiducia reciproca. “Spasibo”, la prima parola che ho imparato; mi piace molto la parola”Grazie” e mai mi stancherò di dirla a chiunque e sempre. Anche l’altra che accompagna facilmente alla prima”Pojaluista”, prego o per
piacere. Ecco, loro rimanevano stupiti dal fatto che io le usassi cosi’ tanto, non e’ nel loro costume, fare lo stesso.
Gianluca Chiarenza |