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Fino agli anni cinquanta si vedevano ancora le
donne di Gerenzano andare in "cuperativa a fàa ul pan giald".
Per cuocere questo pane si seguiva un rituale:
le donne si recavano dal "Giuan Garbelj", gli dicevano quante "ruote" di
pane giallo dovevano fare e, in base al numero delle ruote, si decideva il
giorno. Quindi si facevano dare "ul leua" e se ne ritornavano a casa. Le
materie prime per fare il pane giallo erano: sale, farina gialla, farina di
segale, farina di frumento, acqua calda, oltre naturalmente al "leua". Il
recipiente per contenere il tutto si chiamava "marneta". Dal pane che una
famiglia faceva si poteva capire se era ricca o povera: se era ricca il pane
era fatto con farina di solo frumento, mentre se era povera era fatto con
farina gialla, farina di segale e pochissima farina di frumento.
Bastava un occhiata ai due tipi di pane
per capire di che "pasta" fossero fatti: a differenza di quello fatto con
farina di frumento, l'altro aveva delle grosse e profonde screpolature. Per
la verità la persona che mi ha raccontato questo fatto non ha adoperato il
termine "screpolatura" ma il termine dialettale "careng", termine che rende
meglio il senso della profondità dei solchi che rigavano le "ruote" di pane
giallo.
A sera le nostre brave donne, dopo aver
preparato la dose di farina, scaldavano l’acqua, vi aggiungevano il sale e
cominciavano a far l’impasto nella "marneta". Da una parte la farina,
dall’altra “ul leua" e impastavano questi due elementi a poco a poco fino a
quando non li avevano utilizzati tutti e due completamente e ne era venuto
fuori un impasto uniforme e ben lavorato . Ricoprivano la “marneta” con un
sacco e lasciavano riposare l'impasto fino al pomeriggio successivo.
All' ora stabilita del pomeriggio successivo
mettevano la "marneta" sulla “careta a man" e la portavano in cooperativa.
Qui, "ul Giuan Garbelj” faceva tanti bigliettini quante erano le donne che
dovevano fare il pane, vi scriveva sopra dei numeri e invitava le donne a
sceglierne uno. Evitava così le solite discussioni del “tocca a me o tocca a
te".
La donna che aveva sorteggiato il numero più
basso scoperchiava allora la "marneta", prendeva un po' di impasto e lo
metteva nel "baslott" (recipiente di legno), se era brava nel "baslottare"
bene, altrimenti "ul Giuan Garbelj” chiamava la “Fiura”. La "Fiura" abitava
dalla parte opposta della piazza ed era la migliore di Gerenzano in questo
lavoro. Dopo che l'impasto era stato ben 'baslottato", veniva messo sulla
“pala dul Giuan" e questi lo metteva nel forno. Generalmente una infornata
era costituita da trentacinque pani gialli. La cottura durava circa un’ora e
mezza dopo di che le donne mettevano le ruote di pane giallo nella "marneta"
e le portavano a casa. E mentre andavano a casa lasciavano dietro di loro
una scia di "profumo" di pane fresco che io, dopo trentacinque anni, mi par
ancora di sentire, tanto era forte e invitante.
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