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4)   MESTIERI SCOMPARSI


EL SOMMELIER DE LA GANGA                                                                 
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Desidero far conoscere ai gerenzanesi vecchi e giovani questo "mestiere" antico anche se a Gerenzano (per quel che io sappia) non è mai stato esercitato.

Lo porto a conoscenza per puro titolo di cronaca e vi assicuro che la prima volta che in ufficio me lo raccontarono rimasi molto scettico sulla veridicità del fatto ma poi, dopo essermi documentato su libri riguardanti l’agricoltura milanese nel milleottocento e dopo che due colleghi anziani mi dissero di averlo visto all’ opera dovetti arrendermi all’evidenza.

Dovete dunque sapere che tra i miei colleghi ce n’era uno che da giovane aveva “esercitato" questo mestiere. Il collega in questione (parlo di venticinque anni fa) si chiamava Porro, faceva il commesso e proveniva dal personale ausiliario (uomini di fatica). Era uno della bassa milanese e i colleghi lo avevano soprannominato, con arguzia tipicamente milanese, "el sommelier de la ganga" perché in dialetto milanese, "la pisa la se dis ganga".

Ma in che modo a suo tempo aveva esercitato il "mestiere"? Eccovi accontentati. A quel tempo nella bassa milanese non c' erano le fognature e nelle corti delle varie cascine c' erano i pozzi neri che i contadini adoperavano per concimare orti e campi (come i nostri contadini d’altronde) ma a differenza dei nostri contadini per i quali la "pisa" andava bene per ogni tipo di coltura, nella bassa milanese erano più progrediti e sapevano che per una certa coltura ci voleva un particolare tipo di "pisa" invece che un altro ed ecco quindi entrare in azione i tipi alla Porro.

Porro veniva chiamato in cinque o sei cascine e in ognuna si ripeteva la medesima scena: il contadino scoperchiava il pozzo nero (al tirava su ul sigil), con un attrezzo apposito chiamato "ul rugapisa" (1) dava una "rugada"  alla "pisa” poi prendeva una "sidela" l’attaccava alla pertica e con maestria l'immergeva e la tirava fuori dal pozzo piena di "pisa". Ho detto con maestria perché da ragazzo ho provato anch’io a fare quei movimenti ma erano più le volte che la “sidela” rimaneva nel pozzo nero che le volte che la tiravo fuori. E qui Porro iniziava. Immergeva un dito nella "pisa" lo portava alle labbra, muoveva impercettibilmente la lingua e poi emetteva il suo giudizio che era insindacabile: questo tipo andava bene per l'insalata, questo per le patate, questo per l'erba medica e cosi via.

Porro emetteva i suoi giudizi in base al tasso di alcalinità, cioè se era troppo acida o troppo dolce, e allo "spessore" della "pisa,". Porro a una mia domanda su come avesse fatto a imparare a giudicare il tasso di alcalinità e lo "spessore” della "pisa” mi rispose in dialetto milanese: "uhei bagaj, cul me pader se capivi minga subitt eran pesciad in del cuu che ciapavi". Cioè doveva imparare in fretta per non "assaggiare" continuamente e per evitare le pedate del padre.  E, a un' altra domanda su come facesse a sciacquare la bocca dopo l' "assaggio", mi rispose sempre in dialetto milanese: uhei bagaj, per rasentà la buca gh'era nient de mej che un bel grapott, se peu eran duu mej anca mò".

( 1) "ul rugapisa" era un attrezzo a forma di zappa arrotondata e leggermente ricurva che veniva infilato su un lungo manico.

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