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Desidero far conoscere ai gerenzanesi vecchi e
giovani questo "mestiere" antico anche se a Gerenzano (per quel che io
sappia) non è mai stato esercitato.
Lo porto a conoscenza per puro titolo di
cronaca e vi assicuro che la prima volta che in ufficio me lo raccontarono
rimasi molto scettico sulla veridicità del fatto ma poi, dopo essermi
documentato su libri riguardanti l’agricoltura milanese nel milleottocento e
dopo che due colleghi anziani mi dissero di averlo visto all’ opera dovetti
arrendermi all’evidenza.
Dovete dunque sapere che tra i miei colleghi
ce n’era uno che da giovane aveva “esercitato" questo mestiere. Il collega
in questione (parlo di venticinque anni fa) si chiamava Porro, faceva il
commesso e proveniva dal personale ausiliario (uomini di fatica). Era uno
della bassa milanese e i colleghi lo avevano soprannominato, con arguzia
tipicamente milanese, "el sommelier de la ganga" perché in dialetto
milanese, "la pisa la se dis ganga".
Ma in che modo a suo tempo aveva esercitato il
"mestiere"? Eccovi accontentati. A quel tempo nella bassa milanese non c'
erano le fognature e nelle corti delle varie cascine c' erano i pozzi neri
che i contadini adoperavano per concimare orti e campi (come i nostri
contadini d’altronde) ma a differenza dei nostri contadini per i quali la "pisa"
andava bene per ogni tipo di coltura, nella bassa milanese erano più
progrediti e sapevano che per una certa coltura ci voleva un particolare
tipo di "pisa" invece che un altro ed ecco quindi entrare in azione i tipi
alla Porro.
Porro veniva chiamato in cinque o sei cascine
e in ognuna si ripeteva la medesima scena: il contadino scoperchiava il
pozzo nero (al tirava su ul sigil), con un attrezzo apposito chiamato "ul
rugapisa" (1) dava una "rugada" alla "pisa” poi prendeva una "sidela"
l’attaccava alla pertica e con maestria l'immergeva e la
tirava fuori dal pozzo piena di "pisa". Ho detto con maestria
perché da
ragazzo ho provato anch’io a fare quei movimenti ma erano più le volte che
la “sidela” rimaneva nel pozzo nero che le volte che la tiravo fuori.
E qui Porro iniziava. Immergeva un dito nella
"pisa" lo portava alle labbra, muoveva impercettibilmente la lingua e poi
emetteva il suo giudizio che era insindacabile: questo tipo andava bene per
l'insalata, questo per le patate, questo per l'erba medica e cosi via.
Porro emetteva i suoi giudizi in base al tasso
di alcalinità, cioè se era troppo acida o troppo dolce, e allo "spessore" della
"pisa,". Porro a una mia domanda su come avesse fatto a imparare a giudicare
il tasso di alcalinità e lo "spessore” della "pisa” mi rispose in dialetto
milanese: "uhei bagaj, cul me pader se capivi minga subitt eran pesciad in
del cuu che ciapavi". Cioè doveva imparare in fretta per non "assaggiare"
continuamente e per evitare le pedate del padre. E, a un' altra domanda su come facesse a
sciacquare la bocca dopo l' "assaggio", mi rispose sempre in dialetto
milanese: uhei bagaj, per rasentà la buca gh'era nient de mej che un bel
grapott, se peu eran duu mej anca mò".
( 1) "ul rugapisa" era un attrezzo a forma di
zappa arrotondata e leggermente ricurva che veniva infilato su un lungo
manico.
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