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Scampoli
di vita di “quella Gerenzano”
Gerenzano era, per nostra fortuna, già a quei tempi
un paese ad economia mista: campagna e stabilimenti. La giornata lavorativa
cominciava molto presto allora: alle cinque e trenta le sirene dei tre
stabilimenti (la "SEDA", la "N.I.V.E.A.", il "CUTON") chiamavano le nostre
mamme e le nostre sorelle alla prima fatica della loro lunga giornata. Nei
mesi della fienagione poi, il fischio delle sirene era addirittura preceduto
dall'ossessivo "martela'
i ranz" dei nostri contadini. Nella stessa famiglia c’era
il papà contadino e la mamma e la figlia (raramente il figlio) operaie in
uno dei tre stabilimenti.
La condizione peggiore era quella delle donne perché, oltre a dover lavorare
negli stabilimenti, dovevano badare alla casa e dare una mano nei lavori
della campagna.
Le operaie che lavoravano alla "SEDA", alla "N.I.V.E.A." e al "CUTON" si
distinguevano per i loro grembiuli: azzurri quelli della "SEDA", neri quelli
della "N.I.V.E.A.“ e a strisce verticali bianche e blu quelli del "CUTON".
Il lavoro in questi tre stabilimenti si svolgeva su due turni: dalle sei
alle quattordici e dalle quattordici alle ventidue. Noi ragazzi dovevamo
portare entro le otto ed entro le sedici la "ramina" o la "schisceta"
contenente la colazione o la cena per le nostre mamme e sorelle.
Le nostre nonne erano vestite sempre in nero: calze
nere, "scusàa sempar negar", " ul panet”, negar anca quell" e
zoccoli di legno, i "muntagnitt": le scarpe erano riservate per la
messa domenicale.
Noi ragazzi avevamo tante incombenze: oltre a quella
a cui ho già accennato sopra ve ne voglio illustrare altre due:
quella di portare per le stradine di campagna "i occh e i pulitt" a
mangiare tenendoli a bada con un bastone e quella di preparare il fiasco per
la "barca da San Pedar". La sera del 28 giugno mettevamo un fiasco riempito
d'acqua alla quale poi era stato aggiunto l'albume di un uovo nell’orto di
casa. Se il tempo era sereno e se c’era la rugiada, al mattino del giorno 29
(cioè a san Pietro) i filamenti dell'albume avrebbero formata una specie di
barca, "la barca da san Pedar". Prima del sorgere del sole gli orti
si animavano: lascio al lettore immaginare l'esultanza o la delusione in
caso di riuscita o meno dell'esperimento.
L'aria di Gerenzano ha sempre avuto un certo qual
"olezzo": attualmente esso è di importazione (la nostra cava è diventata la
più grossa pattumiera d'Europa) mentre allora era prettamente locale e più
naturale ed era quello che emanavano, specialmente nei giorni più caldi
dell'anno, le numerose "bonze" e i "carett" che portavano in
campagna la "pisa" e "ul rud". A quel tempo le nostre campagne
erano caratterizzate da filari di gelsi tutti uguali; la foglia del gelso
costituiva il nutrimento dei bachi da seta o filugelli: in dialetto "i
cavaler". "I nostar paisan" li allevavano in locali appositi a
temperatura costante su tavole a castello, e alla fine del ciclo li
consegnavano agli incaricati dei setifici. I nostri contadini erano gente
alacre, conoscevano bene la terra e sapevano farla rendere al massimo a
prezzo però di fatiche e sudori per noi inimmaginabili. I loro principali
strumenti d'evasione erano il vino e il canto e l'osteria il loro ritrovo:
all'osteria, nella buona stagione, si ritrovavano attorno ai tavoli di
pietra e sotto gli accoglienti pergolati (vedi l'osteria "du la Pansciona"
e "dul Cagnon"). I loro divertimenti erano: la morra, "ul
quarantott", "ul ciapanò", la "conscia" e le bocce.
I momenti principali del loro tempo erano scanditi dalle stagioni:
l'aratura, la semina, la fienagione, la mietitura, l'uccisione del maiale,
la pulizia dei boschi e la veglia. Erano momenti di solidarietà in cui tutti
si aiutavano, tutti si davano una mano, le gioie degli uni erano le gioie
degli altri, tutti si conoscevano e buona parte dei contadini era
imparentata. A quel tempo non era ancora arrivato il detto "Dio per tutti e
ognuno per se". I campi separavano, allora, il centro di Gerenzano dai suoi
sottoborghi (vedi “ul burghett”, “ul laghett”, “San Giacum”,
“i Furnas”) per non dire dell’Ingregia separata ancora adesso. Era
una distanza proprio materiale: mi ricordo che mia mamma quando doveva
recarsi in centro mi diceva: "a vu in paes".
Le processioni segnavano le domeniche più
importanti: erano aperte dai ragazzi dell'oratorio maschile e femminile, poi
venivano le "figlie di Maria" con i loro abiti bianchi con fascia azzurra ai
fianchi, il nastro azzurro con appesa la medaglia, il velo e le calze
bianche e, in mezzo a loro, gli "angioletti", poi le donne, il corpo
musicale S. Cecilia e, portato dagli "scolari" con la veste bianca legata in
vita da un cordone rosso e con la mantellina rossa, il baldacchino sotto il
quale c’era il sacerdote che portava il Santissimo e, dietro, tutto il
popolo.
Lungo il percorso della processione c'erano i "sandalinn",
tirati da un capo all'altro della strada, dalle finestre pendevano i
paramenti rossi col bordo giallo oro e ogni ingresso di corte aveva la sua
"porta" fatta con "brugh" e ornata di "cadenon", "roeus"
e "balon". E si faceva a gara a chi allestiva la "porta" più bella.
Alla festa del paese l'albero della cuccagna era di
pragmatica:
si vedeva questo albero ergersi nella piazza antistante la chiesa con una
ruota in cima, da cui pendevano salami, formaggi, bottiglioni di vino ed
altre leccornie per i bramosi arrampicatori che non poche volte dovevano
arrendersi al grasso con cui l'albero era stato cosparso. Nei giorni
seguenti la Liberazione, noi bambini andavamo a veder passare gli
"Sherman"
americani sull'autostrada Milano - Como: gli buttavamo serenelle e mughetti
e gli americani ci ricompensavano lanciandoci caramelle, cioccolato e
cioccolatini. Dovevate vedere che zuffe si accendevano fra noi per riuscire
a raccoglierne di più.
Per quella Gerenzano proviamo alcuni rimpianti: era
la Gerenzano della nostra età più bella, l'adolescenza; era la Gerenzano
della solidarietà perché la vita di allora era una vita di insieme che
facilitava i rapporti di solidarietà ed educava all'attenzione verso chi
stava male o aveva bisogno di aiuto. Quando un anziano cominciava a sentire
il peso degli anni era assistito in famiglia; la malattia o
l'indisponibilità al lavoro del vicino di casa diventava un'occasione per
sostituirlo nel lavoro dei campi prestando le braccia ed anche le bestie. Ed
infine era la Gerenzano della voglia di ascendere dalla miseria verso il
possesso del necessario.
Ma questi rimpianti non ci devono far dimenticare
che la vita di allora era dura, molto dura: era una vita segnata da miseria
e privazioni e da orari di lavoro massacranti, infatti tutti gli uomini da
me intervistati, ragazzi di allora che, a differenza dei ragazzi della
nostra generazione, avevano lasciato fatiche, sudori e la loro giovinezza
sulla terra, hanno esternato il loro odio per la terra: "basta con la terra,
non mi parli più della terra, non ne voglio più sapere", tanto è vero che
appena l'hanno avuta in eredità l'hanno subito venduta per costruirsi con il
ricavato la casetta. Quella Gerenzano ci è sfuggita e ci sfugge
continuamente giorno dopo giorno, starei per dire ora dopo ora....:"ul
Laghett al gh'è pu. San Giacum e ul Burghett s'hinn tacàa al paes, i furnas
s'hinn vuiàa", i grossi platani che ombreggiavano la piazza della chiesa
sono stati tagliati. Tutto è cambiato.
"Ma se Gerenzan vecc l'è scumparì, anca i nostar
vecc a pucch a pucch scumparisan, quji ca parlan ul dialett spetasciàa hinn
sempar menu e i gerenzanes ca restan diventan sempar pusèe bastardàa". |