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L’ITALIA
CHE VOGLIAMO
A Napoli stanno avvenendo delle cose
preoccupanti: ragazzotti che lanciano bombe molotov contro i campi Rom
facendo dei lugubri roghi che ricordano tanto il KKK, le pulizie etniche
delle SS e della ex Iugoslavia. A Verona dei neonazisti ammazzano di botte
un ragazzo per futili motivi.
Nei giornali queste notizie sono oramai passate
in secon’ordine ed oggi non se ne parla quasi più, come se fosse tutto
normale. Anche l’opposizione, irretita dal “se pò ffà” di Berlusconi è muta
e omologata. Nel frattempo Maroni sta varando dei provvedimenti esemplari
contro i clandestini ed i Romeni. Poche voci fuori dal coro si indignano,
tra queste don Gino Rigoldi, uno che di immigrazione ne capisce perché con
gli immigrati e con gli emarginati ci lavora, ieri scriveva sul Corriere:
“Nessun dubbio che chi commette reati debba essere punito. Detto questo, è
possibile oggi affermare che ogni forma di discriminazione razzista almeno
nei suoi effetti è un grave peccato contro Dio? Come Cristiano e come prete
sono desolato per i giudizi, gli insulti, i comportamenti di molte persone,
singoli cittadini e amministratori i quali esprimono solo parole e azioni di
rifiuto, rancore, disprezzo.”.
Gli spagnoli ci accusano:
«Italia razzista e
xenofoba», è questa la nazione che
vogliamo? E’ con le molotov, con le spranghe, le ronde verdi o nere ed il
carcere che si risolve il problema degli emigranti, degli zingari e dei
“diversi”?
Bella società che ci aspetta, complimenti a chi
cavalca il tema della sicurezza generando paura e odio soprattutto fra gli
anziani ed i giovani, incominciamo bene!
Pierangelo Gianni 15 Maggio
2008
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c'era rimasto nessuno a protestare.
(Bertolt Brecht)
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