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Comunicato
stampa di Greenpeace, Legambiente e WWF
Roma,29 Maggio 2008
Il nucleare non serve all’Italia
Costi, sicurezza,
tecnologia e tempi: ecco perché l’atomo è una falsa soluzione in un dossier
di Greenpeace, Legambiente e WWF.
Il nucleare è la fonte
energetica più costosa che ci sia. Non ha risolto nessuno dei problemi di
smaltimento delle scorie e di sicurezza degli impianti. Non è la risposta al
mutamento climatico. Greenpeace, Legambiente e WWF hanno presentato questa
mattina a Roma le ragioni della loro contrarietà all’atomo, in una
conferenza stampa con Giuseppe Onufrio, direttore delle campagne Greenpeace
Italia, Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale Legambiente e Michele
Candotti, direttore generale WWF Italia.
Per le tre
associazioni ambientaliste la soluzione per fermare la febbre del pianeta e
ridurre la bolletta energetica italiana è molto più semplice dell’ opzione
nuclearista rilanciata dal ministro Claudio Scajola: è fondata sul
risparmio, sull’efficienza energetica e sullo sviluppo delle fonti
rinnovabili. Semplicemente perché è la via più immediata, più economica e
sostenibile.
Non è vero, infatti,
che il nucleare sia economico.
Gran parte del costo dell’elettricità da nucleare è legato al costo di
investimento per la progettazione e realizzazione delle centrali, che è
almeno doppio di quanto ufficialmente dichiarato, e richiede tempi di
ritorno di circa 20 anni. Se a questo si considerano anche i costi di
smaltimento delle scorie e di smantellamento degli impianti i costi
diventano addirittura poco calcolabili. Tutti gli studi internazionali
mostrano come sia la fonte energetica più costosa. Dove il kWh da nucleare
costa apparentemente poco è perché lo Stato si fa carico dei costi per lo
smaltimento definitivo delle scorie e per lo smantellamento delle centrali.
E sono proprio queste spese ad aver scoraggiato gli investimenti privati
negli ultimi decenni.
Tant’è che tutti gli
scenari - persino quello dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica -
prevedono nei prossimi anni una riduzione del peso dell’atomo nella
produzione elettrica mondiale. Secondo le stime dell’Aiea contenute nel
rapporto Energy, elettricity, and nuclear power estimates for the period up
to 2030 si passerebbe dal 15% del 2006 a circa il 13% del 2030, nonostante
la ripresa dei programmi nucleari in alcuni Paesi.
Nucleare e
liberalizzazione del mercato sono incompatibili.
Secondo le ultime
stime disponibili del DOE statunitense il costo industriale dell’elettricità
da nucleare da nuovi impianti è piu’ alto rispetto alle fonti tradizionali.
Tra costo industriale e sussidi per sostenere il nucleare il costo raggiunge
circa gli 80 dollari al MWh.
Secondo l’agenzia di
rating Moody’s nonostante i generosi incentivi e sussidi negli USA solo uno
o due centrali verranno costruite sulla trentina attese.
In Italia, il nucleare
non consentirebbe pertanto di ridurre la bolletta energetica. Per renderlo
un pezzo consistente della produzione energetica nazionale occorrerebbe
costruire da zero tutta la filiera, con un immenso esborso di risorse
pubbliche. Servirebbero almeno 10 centrali, per un totale di 10-15mila MW di
potenza installata, e tra i 30 e i 50 miliardi di euro di investimenti (con
il forte rischio di sottrarre risorse allo sviluppo delle rinnovabili e
dell’efficienza energetica), senza dimenticare gli impianti di produzione
del combustibile e il deposito per lo smaltimento delle scorie. Anche
assumendo uno schema “finlandese” - con un consorzio di industrie
consumatrici che si impegna a comprare per lungo tempo elettricità dai
produttori nucleari i rischi finanziari, come dimostra proprio il caso
finlandese, sarebbero elevatissimi. Le centrali, nella migliore delle
ipotesi, entrerebbero in funzione dopo il 2020, e gli investimenti
rientrerebbero solo dopo 15 o 20 anni.
Non è vero che il
nucleare sia la risposta ai cambiamenti climatici.
In Italia, scegliere l’opzione nucleare significherebbe mettere una pietra
tombale su qualsiasi prospettiva di riduzione delle emissioni di CO2. Nella
migliore delle ipotesi, senza incontrare quindi nessun problema nella
localizzazione e nella costruzione delle centrali, il primo impianto
entrerebbe in funzione tra almeno 10 anni, e l’obiettivo dichiarato da Enel
e Edison è di coprire il 15-20% del fabbisogno elettrico al 2030 con 10-15
centrali. Se la priorità fosse realizzare centrali nucleari, poiché gli
investimenti sono economicamente alternativi, dovremmo dire addio agli
obiettivi comunitari e vincolanti del 30% di riduzione delle emissioni di
CO2, del 20% di produzione energetica da rinnovabili e del 20% di
miglioramento dell’efficienza energetica al 2020. Uno scenario che consente
di sviluppare imprese innovative, realizzare migliaia di nuovi posti di
lavoro nella ricerca e sviluppo, avere città più moderne e pulite, a portata
di mano anche nel nostro Paese nonostante il suo grave ritardo rispetto agli
obblighi di Kyoto. Il nucleare, inoltre, può fornire solo elettricità:
questa rappresenta il 15% degli usi finali di energia mentre l’85% è
costituito da carburanti per i trasporti e calore per riscaldamento e
processi industriali.
Non è vero che il
nucleare di oggi sia sicuro.
Sulla sicurezza degli impianti ancora oggi, a oltre 22 anni dall’incidente
di Chernobyl, non esistono garanzie per l’eliminazione del rischio di
incidente nucleare e la conseguente contaminazione radioattiva. Nella
migliore delle ipotesi discusse a livello internazionale, con esiti positivi
di tutti i possibili sviluppi tecnologici attualmente in fase di ricerca, si
parla del 2030 per vedere in attività la prima centrale di quarta
generazione. Ma le dichiarazioni di Scajola mostrano che nemmeno lui crede
alla IV Generazione (“aspetteremo il 2100): una ammissione che il nucleare
sicuro è utopia. Così, stando alle dichiarazioni del ministro per lo
sviluppo economico, il governo italiano promuoverebbe a caro prezzo un
programma arretrato e insicuro di centrali di terza generazione. Rimangono
tutti i problemi legati alla contaminazione “ordinaria”, derivante dal
rilascio di piccole dosi di radioattività durante il normale funzionamento
delle centrali, a cui sono esposti i lavoratori e la popolazione che vive
nei pressi.
Scorie: di nuovo a
Scanzano?
Non esistono ad oggi
soluzioni concrete al problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi
derivanti dall’attività degli impianti o dalla loro dismissione. Le circa
250mila tonnellate di rifiuti altamente radioattivi prodotte finora nel
mondo sono tutte in attesa di essere conferite in siti di smaltimento
definitivi. Lo stesso vale ovviamente anche per il nostro Paese che conta
secondo l’inventario curato da Apat circa 25mila m3 di rifiuti radioattivi,
250 tonnellate di combustibile irraggiato, a cui vanno sommati i circa 1.500
m3 di rifiuti prodotti annualmente da ricerca, medicina e industria e i
circa 8090mila m3 di rifiuti che deriverebbero dallo smantellamento delle
nostre 4 centrali e degli impianti del ciclo del combustibile. Con quale
procedura e garanzie avremo la localizzazione del sito? Sappiamo già la
risposta: tornare a Scanzano Jonico.
Il 7 giugno a Milano
si terrà una grande manifestazione nazionale che vedrà Greenpeace,
Legambiente e WWF e moltissime altre associazioni marciare per promuovere il
cambiamento e l’innovazione nelle scelte energetiche e infrastrutturali.
L’ufficio stampa
Legambiente 06
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53
WWF Italia
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