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Cronaca di un 25 aprile
Complice la bella giornata, e forse anche
le polemiche innescate da chi pretenderebbe di snaturare il significato
storico della festa della Liberazione, c’è più gente del solito sabato
mattina in piazza prima della partenza del corteo diretto al cimitero.
Le bandiere e la banda musicale, clichè
lievemente anacronistici ma simpaticamente retorici di ogni parata di
paese, sono seguite dal sindaco, da alcuni degli amministratori e dei
consiglieri comunali, dai ragazzi delle scuole medie con i loro
insegnanti, dai rappresentanti dei partiti di centro-sinistra, oltre che
da un nutrito gruppo di cittadini. Assenti – ma non è una novità – tanto
i consiglieri di “Libertà per Gerenzano” quanto gli esponenti dei
partiti che a questa lista civica fanno riferimento: UDC e Pdl.
Lungo la strada piccoli gruppi di persone,
famiglie, bambini attirati dalla musica si affacciano ai balconi,
spuntano dai cortili. L’ingresso al camposanto, l’incontro tra il
sindaco e il parroco e la benedizione della lapide che commemora i
gerenzanesi caduti nelle due guerre fanno parte della tradizione. Fra
gli astanti qualche persona già anziana di sicuro ricorda le sofferenze
e la trepidazione dei giorni della primavera del ’45: anche se
probabilmente sono quasi tutti troppo giovani per aver vissuto quei
giorni da protagonisti (all’epoca erano ragazzi o bambini), si tratta
degli ultimi preziosi testimoni oculari di una stagione il senso della
quale si va sempre più affievolendo.
Certo, rimangono i libri e i documenti
storici, le foto e i filmati di allora, e ci sono romanzi che ci parlano
dell’epopea partigiana, delle motivazioni che potevano portare a stare
da una parte o dall’altra, delle atrocità e degli opportunismi che
costellarono la guerra civile (penso a Uomini e no di Vittorini,
al Sentiero dei nidi di ragno di Calvino, all’Agnese va a
morire di Renata Viganò, a tutti i libri di Fenoglio, a numerosi
libri di Pavese…); e tuttavia è difficile sostituire con una pagina
scritta l’emozione che trasmette ascoltare la viva voce di un testimone
diretto. Il mio personale immaginario sulla seconda guerra mondiale, ad
esempio, si è costruito, prima che sui libri, sui racconti dei miei
nonni: l’oscuramento, i bombardamenti, la corsa verso i rifugi
approntati nei campi. E poi scaglie di ricordi più precisi: mio nonno
che si presenta a casa di mia nonna (con cui era allora fidanzato) con
al collo il fazzoletto azzurro dei badogliani dopo aver nascosto la
pistola nel canale di scolo; mia nonna che vede passare la colonna dei
camion tedeschi e fascisti che scortano Mussolini nel suo vano tentativo
di fuga verso la Svizzera, e al sopraggiungere di due caccia alleati si
deve buttare in un fosso per ripararsi dalle sventagliate delle
mitragliatrici…
Mentre si torna verso la chiesa
parrocchiale per la messa alla memoria, si fa sosta presso il tozzo
monumento che da qualche anno sorge vicino al portone principale del
cimitero, e il sindaco pronuncia il suo discorso. Dovrebbe essere il
momento in cui il ricordo di ciò che fu esce dai binari della noiosa
ritualità istituzionale e prende vita a beneficio di chi oggi ricorda il
passato.
Parte male Silvano Garbelli: prima
snocciola qualche patetica banalità sull’ammirevole coraggio dei caduti
di tutte le guerre (come se davvero la maggior parte di loro avesse
offerto consapevolmente e volenterosamente la propria vita, e non fosse
invece stato travolto suo malgrado da una violenza cieca e disumana),
poi si rammarica della scarsa partecipazione al corteo (che in realtà
negli ultimi anni non è mai stato così frequentato) e del fatto che
della Resistenza si sia “abusivamente appropriata una sola parte
politica”.
Pare che quest’ultimo sia un luogo comune
abbastanza diffuso, negli ultimi tempi, fra gli esponenti della destra
di governo. Ma è effettivamente così? Dopo tutto Beppe Fenoglio, il
principale cantore letterario dell’epopea partigiana, non era comunista;
che i partigiani non fossero tutti garibaldini lo si sa da sempre; e da
sempre si sa che, nonostante ci fosse una “parte giusta” e una “parte
sbagliata”, non tutti quelli che si schierarono dalla parte giusta erano
eroi senza macchia, e non tutti quelli che si schierarono dalla parte
sbagliata erano farabutti.
Basta pensare a quello che scrisse molti
anni fa Italo Calvino (nato nel 1923), che pure fu partigiano e – fino
al 1956 – iscritto al PCI, nella prefazione al Sentiero dei nidi di
ragno: “Per molti miei coetanei era stato solo il caso a decidere da
che parte dovessero combattere; per molti le parti tutt’a un tratto si
invertivano, da repubblichini diventavano partigiani o viceversa; da una
parte o dall’altra sparavano o si facevano sparare; solo la morte dava
alle loro scelte un segno irrevocabile”.
Con tutto questo, a me sembra che si possa
dire che la destra non abbia mai celebrato la Resistenza non perché se
ne fossero abusivamente impadroniti i comunisti, ma semplicemente perché
nei valori che la Resistenza esprime proprio non si riconosceva. La vera
domanda è: le contraddittorie resipiscenze degli ultimi anni
corrispondono a un reale aggiornamento di valori delle nuove destre o
rappresentano pure operazioni di maquillage politico per cercare
di recuperare il maggior numero possibile di consensi fra gli elettori?
Ciascuno risponda come meglio crede.
Nel seguito del suo discorso Garbelli si
riprende un po’, e rende effettivamente omaggio ai partigiani e alle
istituzioni democratiche che dalla lotta partigiana scaturirono e si
misero in moto grazie all’apporto di tutti i partiti dell’arco
costituzionale. Poi tocca a numerosi ragazzi delle scuole medie che,
visibilmente emozionati e un po’ balbettanti, leggono lettere di diversi
condannati a morte della Resistenza italiana.
A questo punto ci si riavvia verso il
paese, altri si uniscono al corteo, molti entrano anche in chiesa.
Entro anch’io, sebbene non sia un assiduo
frequentatore delle attività parrocchiali, curioso di ascoltare il
contenuto della predica. Il 25 aprile coincide con la ricorrenza di San
Marco evangelista e quest’anno anche con il venticinquesimo anniversario
di matrimonio di una coppia di sposi. Don Andrea, che celebra la messa,
unisce le tre circostanze, e so che qualcuno si è detto infastidito
dalla cosa, quasi si volesse annacquare il ricordo dei caduti e della
festa della Liberazione. Ma si sa, la Chiesa riconduce tutto ai ritmi
della propria millenaria ritualità, e forse non si può pretendere che
avvenga diversamente.
Piuttosto bisogna riconoscere che durante
la predica don Andrea rende omaggio brevemente ma con inequivocabile
chiarezza ai nobili principi che ispirarono la lotta partigiana e a
coloro che si batterono contro una barbarie oppressiva a beneficio di
tutti gli italiani degli anni a venire.
Le celebrazioni della giornata della
Liberazione a Gerenzano si concludono così, senza fragorosi entusiasmi
di popolo ma anche senza troppe polemiche fuori luogo.
Sappiamo che a parecchi, nell’Italia
decisamente individualista e vagamente anarcoide del 2009, parrà fuori
dal tempo, superfluo o addirittura ridicolo dare tanto spazio ad
avvenimenti così lontani; ed è pur vero che ormai il culto della memoria
si tutela soprattutto altrove (nelle scuole, nella cultura diffusa dei
mezzi di comunicazione), e in altre sedi si stabilisce quello che vale
la pena di ricordare.
E tuttavia, se ha ancora significato
parlare di senso civico e di valori fondanti comuni alla comunità
nazionale e alle comunità locali dei cittadini, non è forse giusto che
il 25 aprile resti più che mai una data simbolo e trovi anche nella
forma magari un po’ antiquata delle celebrazioni ufficiali di un paese
di provincia il suo specchio istituzionale?
Stefano Gianni Gerenzano, 26
Aprile 2009
Alcuni Link per ricordare la guerra a Gerenzano:
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