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LUANDA,
ANGOLA
Il volo per Luanda è partito un’ora di ritardo
alle 22,30 da Lisbona. Mi hanno detto che è normale. L’aereo è pieno, sia in
classe business che in economica. La nostra hostess, filiforme ed alta, mi ricorda
tanto Olivia di Braccio di Ferro, con più grazia.
Noccioline, vitello, le solite cose di
plastica che danno in aereo, ben servite, ma sempre finte, porto,
caffé, poi dormo
dopo aver finito un cruciverba di Bartezzaghi. Il volo è lungo, più di sette
ore. Il mio vicino di posto è una tomba, nessuno parla, è notte e tutti
dormono.
All’alba arriviamo in vista della costa
Angolana. Luanda dall’alto è particolare, è Africa. Con l’aereo ci si
avvicina dal mare e dall’oblò si vede una stretta spiaggia sabbiosa
sormontata da un’alta falesia che delimita l’altopiano angolano; Mentre ci
si avvicina alla pista d'atterraggio si
vedono a perdita d’occhio basse casupole e baracche, cortili, strade
sterrate con ingorghi maestosi, intere aree ricolme di rifiuti e pozze di
liquame, uomini e donne che visti dall’alto sembrano formichine
indaffarate. Alberi polverosi, palazzi anneriti dalla pioggia tropicale e
dalle muffe, senso di provvisorio, di caotico, di disordine e di povertà.
L’Africa che mi ricordavo io era così, sono passati quindici anni
dall’ultima volta che sono stato in paese equatoriale ma nulla è
cambiato.
“Obrigado” mi dice l’hostess mentre
esco dall’aereo, “Obrigado” rispondo sorridendole. Poi c’è l’impatto col
caldo tropicale che ti mozza il fiato quando scendi la scaletta e sali sul
pullman che ti porta alla dogana.
Prima di noi è appena arrivato un aereo dell’Aerfrance,
c’è ressa nello stanzone d’attesa dove si passa la dogana. Alcuni addetti in
divisa di
due compagnie petrolifere americane con il loro logo ben in vista
richiamano i passeggeri, tecnici che lavorano per loro, e li incanalano in una coda VIP,
mi aggiro alla ricerca di un cartello della mia compagnia, niente, non c’è.
Allora decido di mettermi in fila con i passeggeri comuni, i peones che si
accalcano sudati davanti agli sportelli della polizia. C’e’ un negro alto,
muscoloso e brizzolato in
camice bianco che gira tra di noi e timbra i certificati di vaccinazione
contro la febbre gialla. Si avvicina e gli mostro il mio passaporto ed
libretto sanitario. Lo guarda, mi guarda e ride di gusto. Che avrà da
ridere? –Sorry? Mi fa segno che mi sono vaccinato nel novantadue e
la prevenzione vale dieci anni, la vaccinazione è scaduta! – Obrigado-
mi dice, - Obrigado perché- gli rispondo cercando di riprendergli il
certificato ed il passaporto. Lui furbo mi prende i documenti e se li mette
in tasca. Ma che vuole? cosa devo fare? Gli chiedo- problema? Sim
problema, devi fare la vaccinazione – mi risponde in portoghese e poi
passa i miei documenti ad un suo collega smilzo, emaciato e con un largo
camice biancastro che gli arriva quasi fino ai piedi,
emblema della sanità africana.
Anche lui guarda il certificato, ride sotto i
baffi e mi dice: 25 dollars e ti faccio la puntura ed il timbro sul
tesserino. Anche un altro disgraziato nordico è nella mia stessa situazione.
Lui, da vero "settentrionale", non si scompone, segue me e l’infermiere negro
come un cagnolino. Entriamo nella “clinica” dove si trova un lettino per le
visite, una piccola scrivania, un armadio a vetri con alcune scatole di
medicine ed un vecchio frigorifero.
Prende dal frigorifero una boccetta con del
liquido bianco, dall’armadio una siringa incartata, la scarta, riempie con
un c.c. di liquido la siringa, prende del cotone e dell’alcol, mi strofina
il braccio e mi infila questa siringa nel braccio con un sottile ghigno
sadico. Poi prende la siringa e storta l’ago sul piano della scrivania
davanti a me per dimostrarmi che quella siringa non verrà mai più usata. L’altro viaggiatore senza vaccinazione mi
guarda preoccupato, io gli sorrido, aspetto che l’infermiere mi metta un
timbro sul documento, pago, prendo il tutto e saluto il nordico con un
good luck, bye bye.
Dopo un’ora finalmente mi ridanno il
passaporto e passo la dogana. Dall’altra parte trovo l’autista della mia
compagnia che mi aiuta con i bagagli, andiamo all’auto abbacinati da una
luce limpida, calda che mette in evidenza i mille colori sgargianti
dell’Africa. Donne con vestiti rossi, verdi, gialli, mezzi di trasporto
colorati, ambulanti con ananas, manghi, banane, papaie, contenitori in
plastica colorata, ricambi d’auto. Bambini con giornali e sigarette da
vendere tra le auto ferme ai semafori.
Il traffico di Luanda è caotico ed infernale.
Ci sono troppe auto e le strade principali sono le uniche in ordine ed
asfaltate, le altre sono spesso sterrate e, se asfaltate, hanno delle
grandi buche da aggirare con estrema cautela per evitare di rimanere
bloccati. Dunque tutti si riversano su queste poche strade che tagliano
diametralmente la città. Quando provengono dalle strade secondarie, per
immettersi nelle vie principali lo fanno “a spinta”, cioè
spingono con un gioco di frizione acceleratore lentamente la propria auto verso il centro dell’incrocio finché il
più debole cede il passo al più forte. Il mio autista, dai capelli bianchi,
ha un’esperienza pluriennale di guida in queste condizioni.
Arrivo in hotel. E’ bello, lussuoso e pulito,
incontro una delegazione di funzionari EU (Europa Unita) eleganti,
leggermente fuori luogo,con le guardie del corpo che li accompagnano alle
auto di rappresentanza. Mi faccio una doccia e poi vado in ufficio con il
solito autista che mi ha aspettato nella hall dell’albergo.
Per farvi capire come si svolge una giornata
qualsiasi dei cittadini di Luanda vi racconto un episodio a cui ho assistito
dalla finestra dell’ufficio. Era di pomeriggio, stavo lavorando nel mio
ufficio fresco e pulito quando sento un vocio sempre più forte provenire
dalla strada. Ad un certo punto il trambusto diventa così forte che temo il
peggio. Apro la finestra, mi affaccio cautamente dal balcone e vedo
all’incrocio sotto il palazzo un nugolo di gente che assiste ridendo e
partecipando attivamente al litigio tra gli autisti di un bus e di un’auto.
Si capisce dall’animosità delle persone e dagli strilli dell’autista del
pullman che l’auto non ha ceduto il passo al grosso mezzo. Anche i
passeggeri del bus sono scesi a dar man forte al loro autista, le donne di
passaggio ed i piccoli commercianti dei banchetti allineati sul marciapiede
invece tifano per il povero automobilista.
Nel frattempo le altre auto messesi di
traverso tentano invano di passare complicando sempre di più l’ingorgo che
oramai è diventato inestricabile, con tutti gli autisti fuori dalle auto che
imprecavano. Poi, dopo circa mezz’ora di discussione a chi ho assistito
divertito appoggiato sulla balaustra del balcone, noto che i toni delle voci
si abbassano. Ora prevalgono le risate delle donne e le battute degli
ambulanti. Qualche auto, capendo che non c’è niente da fare, incomincia a
fare retromarcia. Finché magicamente la matassa si dipana ed il traffico
riprese intenso ma sonnolento, gli ambulanti ritornarono ai loro piccoli
commerci e le donne coi bambini dormienti appollaiati sulle spalle e la spesa
trasportata in bilico sulla testa riprendono il loro cammino.
Dalla finestra noto in lontananza la struttura
di un palazzo mai finito e fatiscente con masserizie ammassate sui balconi,
segno che qualcuno ci vive dentro. Il giorno dopo chiedo al mio autista
informazioni sul palazzo "pollaio". Mi rispose: “ahh, ahh, tu stai parlando della “Cecenia”,
è un palazzo che i portoghesi abbandonarono ancora non finito quando
dovettero lasciare l’Angola durante la rivoluzione. Ora è abitato dagli sfollati che sono arrivati a
Luanda durante la guerra civile con l’Unita, gruppo ribelle che controllava
buona parte del territorio rurale dell’Angola”.
Dentro di me penso: Il sud del mondo non è un
concetto geografico, ma sociale. Anche la Cecenia, pur essendo a nord fa
parte del“sud del mondo” con le sue città bombardate e la vita precaria di
guerra.
Pierangelo Gianni
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