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Houston
a naso in su (e in giù)
Il centro economico di Houston (down Town)
è un grande quadrilatero costellato di Skyscraper alti anche
parecchie centinaia di metri. Ti senti una formichina sovrastata da giganti
di cristallo.
La solidità dell’ Oil Business si vede
dall’altezza dei grattacieli; c’è quello della Exxon-Mobil, della Chevron,
della Shell, della Total ed Eni. Tutti rigorosamente di vetro lucente scuro
o azzurro, abbacinanti, sfaccettati come quarzi preziosi.
Attorno alla down town c’è un anello
autostradale (ring) con almeno 12 corsie, più le due corsie
d’emergenza ed una corsia centrale per la polizia ed usata alternativamente
nei due sensi di marcia dai commuters durante le ore di punta. Le
strade invece all’interno dell’area dei grattacieli non sono molto ampie, al
massimo sei corsie e sono in generale sgombre di auto. Solo pochi taxi con
autisti svogliati stazionano vicino all’uscita degli hotel o dei
building. Colpisce la scarsità di gente che cammina per le strade perchè
chi si sposta da un palazzo all’altro preferisce muoversi nel sottosuolo
camminando per tunnel lunghi, complessi e tortuosi rigorosamente rinfrescati
da air cooler e risalire con scale mobili nelle hall dei
diversi palazzi o nei parcheggi multi-piano.
Sono andato ad Houston per un meeting
con una compagnia americana dell’oil business che si trova in
Travis Street al sessantottesimo piano di un palazzo che ne ha più di
ottanta. Si entra in una hall ampia con al centro un banco rotondo
presidiato da due guardie armate che ti scrutano dalla testa ai piedi, ma
anche gentilmente ti indicano quale ascensore prendere. Ci sono due tipi di
ascensore. I primi arrivano fino al sessantesimo piano, i secondi dal
sessantesimo in su. Al sessantesimo piano si arriva in un attimo con lo
stomaco in gola. Questo piano è un po’ speciale perché c’è un grande atrio
dove si transita per salire sull’ascensore per i piani superiori. Il
pavimento arriva fino alla parete vetrata verticale. Quando ti avvicini al
bordo e guardi il panorama dall’alto ti gira la testa. Vedi i tetti dei
grattacieli circostanti e le strette strade con i pochi automezzi, come
macchinine giocattolo, che girano lentamente. Vedi il profilo dei palazzi ed
all’orizzonte le strade che si intersecano e sormontano in ampie matasse di
nastri grigi.
Questi palazzi sono fatti per impressionare.
Consumano una quantità enorme di energia per vivere, essere illuminati,
riscaldati o raffreddati. I sistemi di allarme sono sofisticati e le vie di
fuga sono ben evidenziate dai tipici cartelli con l'omino verde che fugge.
Gli uffici e tutte le finiture sono lussuose, con pareti in noce, pavimenti
in moquette e granito, mobili d’ufficio massicci, leggermente fuori moda,
tipici delle compagnie solide economicamente e non nate dal nulla.
La segretaria che mi riceve ha una certa età,
come pure Martin che mi aspetta nel suo ufficio. Mi ha raccontato che
durante l’ultimo uragano il palazzo ondeggiava paurosamente ed i lampadari
dondolavano come su un brigantino in mezzo ad una tempesta oceanica; ma mi
ha detto anche che non ha mai avuto l’impressione, nemmeno per un attimo, di
essere in pericolo.
I grattacieli sono il simbolo della potenza
economica di una nazione, e in questo ci hanno copiato. Anche in Italia nel
medioevo i signorotti costruivano torri non solo per difendersi, ma
soprattutto per far vedere la loro potenza e solidità economica, vedi San
Gimignano, Firenze, Siena e Bologna. Tanto per ritornare con i piedi per
terra: a Gerenzano hanno abbattuto senza batter ciglio una
solida torre del 1200 (nella corte del Ratel) pochi mesi fa.
Pierangelo Gianni |