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Lisbona,
una vecchia signora
Sono
partito lunedì mattina alle dieci e trenta per Luanda via Lisbona con la
TAP, compagnia aerea portoghese. La mattinata è piovigginosa e grigia.
I
soliti preamboli all’aeroporto, questa volta viaggio in business e nella
lounge di Malpensa mi trovo seduto a chiacchierare col Rimoldi, un vecchio
amico del mio paese che va a Oporto, via Lisbona. Il mondo è proprio
piccolo. Parliamo di Gerenzano, di politica, di industria e crisi italiana,
tanto per riempire il silenzio, poi, una volta arrivati in cabina non ci
scambiamo più una parola, da vecchi ed incalliti viaggiatori che adorano
essere soli col loro giornale, libro, parole crociate, aperitivo e pranzo,
anzi odiano chiacchierare in aereo e rifuggono come la peste gli
scocciatori.
Il
volo è tranquillo, le hostess sono vecchiotte, come l’aereo, anche Lisbona
mi da l’impressione di una vecchia signora borghese quasi decadente. Sono
arrivato a Lisbona ben sei ore prima della partenza per Luanda. Lascio la
valigia nella lounge dell’aeroporto “4 de Fevereiro” di Lisbona ed esco per
strada. Il centro città è molto vicino, prendo l’autobus 91 e scendo in
piazza Marco de Pombal.
Pioviggina, ma non da dar fastidio. Sento odore di caldarroste, ne compero
un cartoccio, tanto per far qualcosa. In Portogallo la buccia delle
caldarroste è ricoperta da una polverina bianca salata, forse per renderle
leggermente più saporite, visto che sono sciape, belle, ma senza gusto.
La
“Avenida da Libertade” è una bella ed ampia strada alberata, palazzi
signorili, viale centrale con grandi platani secolari e giardinetti ben
curati. Il traffico non mi sembra un gran ché, abituato al casino di Milano.
Mi colpisce la pavimentazione dei marciapiedi: cubetti di pietra bianca con
qualche disegno arabesco fatto di pietra nera. Pulizia, decoro, vecchia
ricchezza oramai andata, queste sono le definizioni che mi vengono in mente
mentre mi avvio verso “Praca Pedro V”. Anche la gente è decorosamente
elegante, ma vecchia, vedo pochi giovani, tante signore a passeggio col
cane, vecchie coppie, fattorini, commesse.
La piazza è un ampio
spiazzo rettangolare con palazzi nobili ottocenteschi di buona fattura e la
statua bronzea del Pedro V sopra una colonna in marmo bianco nel mezzo.
Mi
incuriosisce la decorazione che gli hanno appioppato addosso, è una grossa
palla fatta di meridiani in metallo con delle piccole lampadine bianche. Nel
complesso, un orrore. Il lato verso mare della piazza è sovrastato da una
torre metallica grigia collegata con un ponte, anch’esso grigio, al versante
scosceso della città vecchia “Bairro Alto”.
Mi
inoltro lungo una strada in salita che dovrebbe portarmi verso il “Bairro
Alto” ed il ponte che collega la torre: Si sente la musica triste delle
canzoni di Amalia Rodriguez, regina indiscussa del fado degli anni ’70,
uscire da un camioncino color verde ferrovia, finto vecchio, con un signore,
finto gitano che vende CD con musica portoghese tradizionale.
La
strada sale sempre più ripida. Chiese barocche sono incastonate tra le
vecchie case borghesi e negozi di moda, Benetton, qualche emporio di
scarpe, abbigliamento, occhiali, tante librerie, nuove, vecchie, stamperie
di libri e giornali. Anche i libri antichi e vecchi sono in tema con
l’ambiente, ce ne sono che trattano di colonie, viaggi di navigatori
portoghesi, usanze e costumi nazionali.
Le
viuzze del Bairro Alto sono caratteristiche, architettura popolare di città
di mare, col basilico sui balconi e panni stesi ad asciugare, aria linda e
pulita di una città vecchia alla moda. Mi da l’impressione che ci vivano
pittori, scrittori, giornalisti e stampatori, con pochi negozietti di
alimentari che li riforniscono dei generi di prima necessità. Davanti alla
"chiesa do Carmo" ci sono due zingari che chiedono la carità, una vecchietta
allunga loro pochi spiccioli.
La
chiesa è traboccante di decorazioni barocche, cornici d’oro grandi quanto le
cappelle, madonne con i caratteristici vestiti di pizzo di forma conica,
sfilze di urne con reliquie oramai senza nome ed importanza. Buio e voci
in lontananza dietro un telone. Sono dei restauratori che stanno
risistemando l’altare maggiore e le sue statue lignee.
Quando esco dalla chiesa sono già le cinque, un timido e pallido raggio di
sole fuoriesce dalle spesse nubi atlantiche foriere di pioggia ed umidità.
Mi avvio sul ponte in ferro che porta alla torre. Farò delle foto
panoramiche dall’alto. Il mare è calmo, alcuni rimorchiatori stanno
avvicinandosi al porto, il “Castelo de Sao Jorge” che si trova sulla collina
di fronte al Bairro Alto è di un colore giallo caldo, in contrasto con il
rosso smunto dei tetti, il verde opaco dei giardini ed il grigio dell’oceano
e del cielo.
Guardo verso il basso la strada e la piazza di Pedro V, il traffico si fa
più intenso, molta gente passeggia per le compere. Mentre ritorno all’
aeroporto allungo la strada e mi inoltro nella parte di Lisbona più
turistica, ci sono tanti ristoranti di pesce, baccalao e crostacei, c’è
un’infilata di negozietti di oro vecchio, croci, immagini di santi, qualche
medaglione. Tanti negri in giro per le strade. Si vede che sono portoghesi,
o almeno, che sono ben integrati e che vivono pacificamente con quelli che
li hanno dominati per secoli deportandoli come schiavi nelle piantagioni di
caffé del Brasile o di cotone lungo il fiume Mississippi. L’autobus 45 mi
riporta all’aereo. Rientro senza fretta nella lounge della TAP, un Campari,
delle noccioline, mi sdraio su un divano in pelle, poca gente attorno, apro
il libro di Sepulveda che ho comprato a Malpensa e dopo due pagine mi
addormento.
Il
volo per Luanda è partito un’ora di ritardo alle 10,30. Mi hanno detto che è
normale. L’aereo era pieno, sia in business che in economica, l’hostess in
questo caso era una figura filiforme, alta, mi ricordava tanto Olivia di
Braccio di Ferro con più grazia.
Porto, noccioline, vitello arrosto, le solite cose di plastica che danno in
aereo, ben servite, ma sempre finte, caffé, poi dormo dopo aver finito un
cruciverba di Bartezzaghi. Il volo è lungo, più di sette ore. Il mio
vicino di posto è una tomba, nessuno parla, è notte e tutti dormono.
Pierangelo Gianni
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