12November2019

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Una "Angaroni" del 1500

Il sacerdote Antonio Banfi nel suo bel manoscritto "Storia di Gerenzano" scrive di una certa "Ungarono" della metà del cinquecento.

"Intorno a quel tempo, in una relazione sui pubblici peccatori inconfessi del luogo di Gerenzano, scriveva il parroco. "Li confessi et non comunicandi sono li infrascritti: M. Gio. Giac. Ungarono et dice che non si confessi perché ha questione.
"Chaterina figlia di M. Giac. Ungarono per ciò che gli sono state dette villanie, et anchora che l'abbia esortata a perdonare à perseverando in questo peccato et di più usado carnalmente  con un giovane detto il Cilino per cognome, dil quale ha hautto suoi figli et mai sono congiunti in matrimonio (et per ciò che M. Giac. Ungarono padre de detta Chaterina non gli vuole dar la dote).......".
Erano dunque tempi tristi, sia per l'immoralità dilagante, per l'indifferenza religiosa, per la grande miseria ed ignoranza del popolo, sia per la povertà del clero e della chiesa, sia infine per il grave pericolo d'infiltrazione delle idee luterane nel campo cattolico". Qui finisce la citazione di Don Banfi.

E' un bel spaccato di vita quotidiana nel 500, scarno ma descritto magistralmente. La vicenda, vista con occhio più laico e moderno, potrebbe essere la trama di un romanzo i cui protagonisti sono due ragazzi che si vogliono bene nonostante i benpensanti, i genitori ed il contesto sociale che pettegola alle loro spalle. 
Il padre è talmente esasperato che non si confessa per la vergogna e per le maldicenze dei vicini. Vuol punire la figlia ma l'unico mezzo che ha è negarle la dote. Niente matrimonio, niente dote, niente confessione e comunione. Mi immagino il parroco scrivere su un registro l'elenco degli "inconfessi". Il "peccato" era così grave per quei tempi che non poteva fare a meno di trascriverlo facendo così il suo dovere di  pastore.
Renzo, Lucia, Don Abbondio e tanti altri protagonisti dei "I Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni forse erano simili a questi nostri antenati.

P.A. Gianni