22September2019

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I scires e i pergnocc dul preost

 

Nel 1948 a Gerenzano la fame era ancora tanta. Noi ragazzi aspettavamo i primi giorni di giugno per cominciare a saziarla con la frutta (degli altri).

Uno dei giardini di Gerenzano più ricchi di piante da frutto era quello del prevosto Don Antonio Banfi.

Questo giardino era una specie di Eden: "sa cuminciava cui scires, s'andava avanti cui mugnagh, persigh, periti, brugn, per spadon, figh, pomm granàa, pomm cudogn, uga e sa finiva a nuembar cui cachi". In quanto alle fragole, beh quelle addirittura non riuscivano mai a maturare. Di tutto questo "ben di Dio" ben poco finiva sulla mensa di don Antonio Banfi tanto è vero che il giorno che la perpetua glielo fece notare gli rispose: "la fruta l'è mej che la mangian lur che i sturnej o i merli". E' chiaro che "lur" eravamo noi ragazzi.

Infatti verso la fine di maggio noi ragazzi arrivavamo in Piazza XXV Aprile con circa dieci minuti di anticipo sull'orario di apertura della scuola (l'edificio scolastico di allora è stato adibito nel frattempo a sede del Comune) e ci mettevamo a passeggiare per via G. Zaffaroni con lo sguardo rivolto verso l'albero delle ciliege, che si stagliava alto verso il cielo, per vedere se le ciliege dei rami più alti cominciassero a maturare.

Ai primi di giugno le maestre notavano in noi ragazzi una certa irrequietezza ma non riuscirono mai a capirne il motivo. Infatti l'invaiatura delle prime ciliege ci elettrizzava, ci face va venire l'acquolina in bocca. In quei primi giorni di giugno, durante la passeggiata mattutina, le frasi che si sentivano non erano altre che di questo genere: "guarda ca la broca là me l'è caregada, no guarda l'altra la se dobia adirittura sota al pes di scires, ca la rama là la devi catàa mi" e così via. Finalmente il gran momento arrivava.

All'uscita dalla scuola invece di andare a casa andavamo sotto il muro di cinta del giardino del prevosto. Lasciavamo le cartelle per terra: uno si appoggiava al muro, l'altro gli saliva sopra e così via. Una volta sul cornicione del muro si sollevava il compagno che aveva fatto da base. Si saltava dentro nel giardino e si ripeteva l'operazione sotto l'albero delle ciliege. Il sacrista (ul pur Giuann) lo sapeva e faceva in modo di non farsi vedere in giro verso quell'ora: l'unica sua raccomandazione era di non rompere i "griseu" altrimenti l'anno prossimo la pianta non avrebbe più fruttificato. Ma chi pensava all'anno prossimo! Era il presente che contava. Ma per non far vedere che glieli avevamo rotti, li portavamo via nascosti sotto le bluse e li abbandonavamo per le strade o nei campi, E dopo che ci eravamo saziati rifacevamo il percorso inverso.

Gli unici frutti che "ul pur Giuann" riusciva a cogliere erano i "pomm cudogn" e questo perché, crudi, erano quasi immangiabili anche per degli affamati come noi. Egli li vendeva alle donne che li mettevano nei cassetti dove tenevano le lenzuola affinché queste si impregnassero del loro inconfondibile profumo. Allora era usanza, per i ragazzi, confessarsi una volta alla settimana. Quando raccontavamo al prevosto che avevamo rubato le ciliege, il prevosto ci diceva "eran i me chi scires lì, vera?" e noi abbassavamo la testa senza rispondere. Poi, "al pusava la reverenda man sura ul nostar co", ci assolveva e "peu su la front ci dava di pergnocch per i su scires che gh'avevum rubàa". E questa era la sua personale penitenza che ci dava. Ora di quell'eden che era il giardino del prevosto don Antonio Banfi non restano che "maregasc in pee, erba mata alta un metar e una quaj pianta da fruta". Così va il mondo.

P.S. Per dare "ul pergnocch" si chiudeva a pugno la mano lasciando leggermente sporgente rispetto alle altre dita il dito medio ed era questo che dava il colpo.

II racconto è stato scritto nel novembre del 1983 e la fotografia all’inizio del racconto è stata scattata nel febbraio del 1984. Fino al novembre del 1983 il giardino era esattamente nelle condizioni descritte nel racconto: ora metà di esso (come risulta dalla foto, è stato ripulito dai "maregasc in pee e da l'erba mata alta un metar") mentre l'altra metà è ancora invasa dalla erbacce. I "maregasc in pee" sono stati tritati e lasciati sul terreno dove sono ancora visibili.

Mario Carnelli