22September2019

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I Cavaler

L’allevamento del bombix mori o bacco da seta, in dialetto “ cavaler”, era molto sviluppato nella Gerenzano dei nostri padri. Per loro costituiva un’attività non marginale ed era fonte di guadagno non indifferente.

Quasi tutti i contadini di Gerenzano lo praticavano e, come ho gia detto in altri racconti, avevamo disseminato le campagne di Gerenzano di filari di gelso, le cui foglie costituivano il nutrimento dei bachi da seta.

Verso la fine di maggio o ai primi di giugno i contadini preparavano il locale e le tavole per i bachi. Il locale (le cui misure di solito erano 5x5) doveva essere ben arieggiato ed asciutto perché l’umidità era nociva ai bachi. Le tavole avevano il fondo fatto di canne lacustri sopra le quali si mettevano dei fogli di carta gialla ruvida (la famosa carta da macellaio d’una volta) ed erano sistemate a castello (generalmente erano di quattro castelli).

Su questa carta si disponevano i piccoli lepidotteri, la cui lunghezza era di circa un millimetro, e generalmente erano accuditi da donne e ragazzi. I ragazzi andavano in campagna a tagliare i rami di gelso ancora verdi e con le foglie tenerissime, ne facevano dei fasci e li portavano a casa. Qui staccavano le foglie che, per essere dati ai bachi, dovevano essere ben asciutte e non bagnate di acqua o di rugiada, il termine dialettale “pelabrocch” è nato proprio da questo fatto. Esso veniva usato dai cittadini per indicare, secondo i casi, ironicamente e spregiativamente, una persona di umili origini, in genere un contadino.

Il ciclo dei bachi da seta era di quattro settimane e per la prima settimana le foglie dovevano essere tagliuzzate finemente prima di essere date in pasto ai bachi.
Questi erano voracissimi e la loro crescita impressionante: le razioni venivano distribuite due, tre o quattro volte al giorno e per la prima settimana la loro pulizia era problematica a causa della loro dimensione ridotta.
La temperatura del locale doveva aggirarsi stabilmente sui 25° ed era data di solito ad una stufa o da un camino.

I fattori che causavano la moria dei bachi erano solo due: variazione repentina della temperatura e foglie bagnate. La loro pulizia si faceva spostando le foglie e i bachi da una parte della tavola e mettendo foglie fresche dall’altra: queste, attirando i bachi permettevano di levare le foglie messe in precedenza e d togliere gli escrementi. Se per caso qualche baco moriva, l’aria del locale diventava irrespirabile per la puzza che questi emanava.

A metà della quarta settimana sulle tavole si metteva “ul brugh”. Sui suoi rametti salivano le larve adulte del baco da seta che cominciavano a “sbavare” formando un involucro (bozzolo) entro il quale rimanevano rinchiuse compiendo le loro metamorfosi in crisalidi e poi in farfalle.
Gli incaricati dei setifici ritiravano i bozzoli dal prevostro, al quale i contadini facevano capo per la raccolta. Nei setifici i bozzoli venivano fatti bollire per far sì che la crisalide interna morisse prima che iniziasse il nuovo ciclo (cioè prima che la crisalide, trasformandosi in farfalla, perforasse il bozzolo per uscire rendendolo inutilizzabile).
Si capiva quando un bozzolo era maturo perché, appoggiandolo all’orecchio, si sentiva la crisalide che tentava di forarlo. Aveva la forma di un guscio di spagnoletta, ed era formato da un filo di seta pura più sottile di un capello e di lunghezza variabile dai 300 ai 1500 metri.

I bozzoli, dopo essersi dipanati nelle bacinelle d’acqua bollente, venivano mesi ad asciugare. Poi, del personale specializzato individuava i capi e avvolgeva tutto il filo su delle bobine.

I nostri contadini si trattenevano un certo quantitativo di bozzoli da adibire alla riproduzione che avveniva quasi subito. Prendevano una scatola di cartone e vi mettevan dentro i bozzoli: le crisalidi, trasformatesi nel frattempo in farfalle, foravano gli involucri e uscivano, ma non volavano via perché, pur avendo le ali, erano incapaci di volare.
Si accoppiavano quasi subito e le femmine erano separate dai maschi, i quali erano eliminati, non appena presentavano evidenti segni di grossezza. Ma la loro fine era rinviata solo di poco: infatti, dopo che avevano posto le uova sul fondo della scatola, erano eliminate anche loro.
Le uova, di colore nerastro e grosse un paio di millimetri, il cui numero si aggirava intorno alle cinquecento circa, erano state deposte una vicino all’altra e rimanevano appiccicate al cartone. Erano conservate fino alla prossima primavera in un luogo fresco e ben areato.

Nelle foto che seguono si vede l’ultimo filare di gelsi rimasto a Gerenzano. Si trova nei campi dei “purcinela” in via Rovello. Le due foto le mostrano da vicino e da lontano (didascalia del 1984)

Mario Carnelli, le foto sono di Albino Porro