25September2020

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Lo stemma del Comune di Gerenzano


Sotto un mucchio di carte ho rinvenuto due  pagine  tratte da un antico volume di araldica il cui titolo purtroppo non conosco.

Sulla prima pagina sono riprodotti gli stemmi della famiglia nobile " De Gerenzano", sulla seconda la loro descrizione.
La didascalia del primo stemma recita:  De Gerenzano: inquartato d’oro e di rosso, alla G maiuscola d’argento, posta in cuore; del secondo stemma: De Gerenzano: nel 1° di rosso, al leone passante d’argento, accompagnato nei cantoni del capo da due G maiuscole dello stesso; nel 2° d’argento, a due fasce doppio merlate di rosso.

Mi ha colpito la somiglianza fra lo stemma con la G maiuscola in cuore e quello del nostro comune. Praticamente sono identici e questo potrebbe dimostrare  che il nostro stemma moderno non è nient’altro che la rivisitazione del vecchio stemma della famiglia De Gerenzano.

Mi ricodo che sulla facciata della corte del prevosto (dove ora ci sono gli uffici dell’assistente sociale del comune), in alto a destra, sopra la finestra a piano terra, c’era uno sbiadito stemma affrescato dai colori rosso e giallo. In una vecchia cartolina degli anni ’50 lo si intravede sormontato da  un grande affresco, forse una delle tante madonne che abbellivano Gerenzano. 

Purtroppo l’intonaco e di conseguenza anche lo stemma vennero scalpellati quando ristrutturarono il palazzo negli anni ‘80.  Pensavo si trattasse di un vecchio stemma del comune. Ora ho dei dubbi e penso che molto probabilmente era lo stemma della famiglia De Gerenzano. Se così fosse si aggiungerebbe un tassello importante per capire la storia di Gerenzano.

Sappiamo che nel medioevo  Gerenzano era una corte longobarda, poi di proprietà dei monaci di Sant’Agostino  del monastero di San Pietro in Ciel d’oro di Pavia, che vendettero il feudo alla famiglia nobile Rainerio di Milano nel 1174, sappiamo che i Fagnani acquistarono il feudo di Gerenzano nel 1651. Il gap di 500 anni tra la prima vendita e i Fagnani  è poco noto e questi due stemmi  dei De Gerenzano potrebbe aprire un nuovo  filone  per una ricerca storica sul medioevo di Gerenzano.

Pier Angelo Gianni (24 Novembre 2013)

 

Infine vi riporto quello che Don Antoni Banfi nel suo prezioso manoscritto scrisse della famiglia De Gerenzano:
"Circa la famiglia Gerenzani, detta nei documenti antichi da Gerenzano o in latino da Gerentiano, è da notare che con ogni verosimiglianza quella stirpe ebbe da principio il feudo nel nostro borgo, in secoli lontani, di cui quasi nessun ricordo ci è rimasto. Per vero, non vi sono atti che ci accertino in senso assoluto che i Gerenzani siano stati gli antichi signori del luogo, ma ce lo attestano come probabile la tradizione, sempre viva nella famiglia, la “antiqua nobilitas” che questa si vide spesso riconosciuta, il vedere molti membri della casata ricoprire alte cariche civili e religiose in tempi in cui generalmente solo la nobiltà poteva adire a tali cariche e soprattutto l’osservazione di quanto ebbe luogo in quasi tutti i paesi lombardi sulla fine del medio evo.

In vero si può asserire che le primitive famiglie feudali delle varie borgate della nostra regione, tra i secoli XI° e XII° incominciano ad essere comunemente designate col nome del feudo, non esistendo ancora in quell’epoca i cognomi (durante il medio evo non si usavano mai cognomi di famiglia); si dissero dunque de Besutio i signori di Besozzo, de Langosco i conti di L., de rippo quelli di Brivio, de Mapello quelli di M., de Basilica Ferri, e de Bascapè quelli di D., de Olgiate quelli di O., e così infiniti altri, de Turre e Della Torre, De Castello (poi detti Castelli) De la Rocca, De Motta ecc..

Successivamente, all’uso latino (de Bizzozero, de Rovellasca, de Olevano, de Gluxiano, de Arconte, de Turate, ecc.) si sostituisce l’uso italiano, di cui il de o di, tende a scomparire: si formano così i cognomi oggi essi comuni: i Bizzozzero, i Rovellasca, gli Olevano,, i Giussani, gli Arconti, i Calchi, i Turati, i Cavenaghi, i Belgioioso, i Biumi, i Groppelli, i Lonati, i Novati, i Carcano, ecc..

Questa modificazione ha luogo in moltissimi casi, e chi conosce la storia lombarda ne ha trovato la riprova infinite volte nei documenti antichi: è fuor di dubbio che le famiglie nobili, che portano nomi di paesi, hanno avuto quasi sempre in epoca lontana , la signoria feudale dei paesi stessi. Così è, verosimile, per i Gerenzani, che, nei documenti più remoti, secondo l’uso latino sono detti de Gerenzano.

A questa casata appartennero uomini che si distinsero nell’esercizio delle cariche pubbliche, delle arti, nella religione, nella beneficenza, nella mercatura e nelle professioni liberali, ecc..
Nel 1466 un nobile Gianpietro de Gerenzano era tra i “Dodici di Provvisione” (così era nominato il consiglio di 12 patrizi lombardi che, alle dipendenze del duca prima, del dominio spagnolo poi presedevano alle principali funzioni della vita pubblica, politica, amministrativa ecc. nel Ducato di Milano).

Un Nicola de Gerenzano, ricamatore di arazzi e drappi suntuosi che lavorò molto per la corte ducale di Milano, e per la reale corte di Napoli, di dove scrisse al duca Galeazzo Maria sforza nel 1473 due lettere sui costumi di quella reggia. Egli fu un vero maestro dell’arte dell’arazzo. Leggiamo intorno a lui ed altri insigni artigiani del suo tempo un brano dell’articolo “Ricamatori ed Arazzieri a Milano nel 400” pubblicato dall’Archivio Storico Lombardo, 1903, p. 41:
Nell’elenco dei creditori della Duchessa Bianca Maria Sforza, compilato, poco dopo la di lei morte (1469) trovo Filippo da Bologna, Bartolomeo da Magnano, Zanetto da Folgora, Marco da Chanzo, Giovanni Donato Litta, Giovanni Pietro ricamatori e Giovanni e Giacomo da Bergamo, tessitori. Uno dei maestri ricordati con termini speciali più volte è Giovanni Pietro da Gerenzano al servizio della corte ducale per qualche tempo. Egli aveva lungamente lavorato per la famiglia del Duca e nel gennaio del 1469 era creditore di ben duemila ducati d’oro “per certi lavori” così che doveva supplicare replicatamene che si saldasse il conto suo. L’anno dopo stava eseguendo una “giornea” per ordine del duca, che con questa lettera veniva informato del lavoro da uno dei suoi familiari: Ill.mo Sig. mio. Intexo quanto me a scripto la V.I.S. al fato de la giornia, ha parlato con maiestro Giovanepietro reclamatore, il quale dice metendo il punto in lo campo rosso et lui vestito d’uno zupare lo cremexi, non devixarà bene et così le calze rosse. Pertanto la V.I.S. volesse mutare lo colore del zuparelo et calze, se farà quanto ne avixarà la V.I.S. et in quanto non ne scriverissi altro se eseguirà quelo a scripto la V.I.S. a la quale sempre me raccomando. Dato Mediolani die 15 Aprilis 1470” E (insdem) I (illustrissimo) D (ominationis) V (estre) fidelissimus servitor et famulus Galassius – atergo: Ill.mo Principi et Ex.mo Domino D. Duci Mediolani D. meo singolarissimo”.

E nel luglio dello stesso anno il Duca ordinava che si corrispondessero al ricamatore 60 ducati d’oro, in acconto del suo avere, in questi termini: Dux Mediolani; ecc.
“Antonio, siamo contente et volamo che habendoti date idonee decurtate Iohanne de Ayse de sexanta ducati d’oro sto del vestito de le perle et cross quello de li croxolli a quelli non mancherò satisfare a sua signoria lo venardi, aspectando facessero qualche elle feste per Zaneo Zeorgio non faremo più come gli altri giorni. Altro non scade de proxento se uomo pare de maniche fate a panzera quelle ho mandato a fare a Milano al mio viegazzolo zoè mio patre, de la qual saperà informare vostra illus.
Signoria”.

Nicolò da Gerenzano servì tanto bene la corte di Napoli in occasione delle nozze di Eleonora d’Aragona, che la duchessa Fippolita, il 18 maggio dello stesso 1473, ne scriveva al duca Galeazzo Maria Sforza in termini calorosi, aggiungendo che “Nicolò da maistro Johan Pietro regamatore” l’aveva servita in modo che “non solo a bocca, ma col pensiero non avessero saputo, ne immaginare meglio”. Egli infatti si era acconciato persino a rimodernare , come si direbbe oggi, certe vesti usate delle principesse.

Altre notizie sul conto di questo ricamatore tanto apprestato alle corti di Milano e di Napoli danno le carte dell’Archivio di stato milanese, dalle quali si si conosce che fin dal 1470 il padre di lui non poteva più lavorare a causa di una malattia, così che il figlio ricorreva al duca per aiuto; quegli aveva già lavorato tanto tempo per la corte, che in quell’epoca era creditore di ben 200 ducati.
Ma oltre che un artista colto e geniale, Nicolò G. fu anche benemerito di varie opere pie; istituì fra l’altro un legato a favore dell’Ospedale Maggiore di Milano, la vecchia e gloriosa “Cà Granda”,  asilo generoso dei miseri e dei sofferenti, diede anche la sua opera attiva, volenterosa e generosa a enti ed istituzioni, alla Fabbrica del Duomo e di altre chiese.
Di Gian Piero e Nicolò Gerenzani parlano anche vari documenti, da uno di S. Satiro (1486) togliamo le notizie che seguono:
“Intorno al rapido sviluppo dei lavori della fabbrica di S. Satiro nel primo periodo, ci offre qualche elemento un atto del novembre 1486, che reca l’assegnazione fatta dai deputati della scuola a Nicolò da Gerenzano di una cappella con altare dedicato a S Dorotea. Nelle premesse si rammenta che Gianpietro da Gerenzano aveva legato alle scuole mille lire imperiali da erogarsi nellacostruzione della nuova chiesa. Dopo la morte di Gianpietro, il figlio Nicolò, dapprima come confratello indi quale sindaco, e da ultimo quale priore, si era reso benemerito verso la confraternita, spingendo innanzi a tutta possa la fabbrica della sacrestia e di uno splendido tabernacolo; per le quali opere aveva elargito cento lire. Egli aveva da ultimo versato altri cinquanta ducati per la costruzione della facciata anteriore e della porta “mostra”.

Si vedrà più avanti che il primo priorato di Nicolò da Gerenzano risale al 1482. In questo anno il tabernacolo era già costrutto, e l’anno dopo si attendeva alla decorazione della sacrestia e alle pitture della volta, del tiburio e delle pareti della nostra chiesa , la cui parte muraria era già pressoché compiuta anche nel piede di croce. E’ probabile che il primo fondo per la costruzione della nuova chiesa sia stato costituito dalle mille lire legate da Gianpietro da Gerenzano, cui si saranno aggiunti tosto i contribuenti e le oblazioni dei devoti della Vergine. Essendosi intanto per l’affluire copioso delle eredità, dei legati e delle donazioni destinate alla fabbrica spesso con onori del culto (anniversari, cappellanie, ecc.) resa sempre più complessa la gestione del grosso patrimonio, affidato all’unione dei parrocchiani, chiamata “schola” secondo l’antica tradizione milanese, rappresentata da un certo numero di delegati della fabbrica, ai quali si erano aggiunti alcuni dei più devoti oblatori appartenenti ad altre parrocchie si sentì il bisogno di dare all’unione stessa uno statuto compilato sopra uno di quei moduli che dovevano essere comuni alle numerose confraternite di laici a scopo di devozione, costruite di quasi tutte le chiese parrocchiali e monastiche.

L’importanza che veniva assumendo il nuovo tempio per la devozione che tutta la città portava all’immagine della Vergine esistente in un sacello della vecchia chiesa, si manifesta la entità dei lasciti, e delle quotidiane oblazioni; si da far dire agli estensori delle lettere ducali, del 4 settembre 1480, di approvazione dei capitoli della confraternita, che di alcuni tempi la chiesa di S. Satiro pareva salita in fama sopra tutte le altre chiese di Milano.
I nomi di Nicolò e di Gianpietro G. sono dunque indissolubilmente legati alle bellezze d’arte della chiesa bramantesca di S. Satiro; non meno alle opere architettoniche che a vari splendidi “palii d’altare di damasco e di velluto o di drappo d’argento, portanti le insegne degli ultimi donatori”, tra i quali i Gerenzanesi medesimi."

Don Pietro Banfi