05December2020

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Caccia al cinghiale

Giorno di caccia grossa, di caccia al cinghiale. Non sono cacciatore, non ho un fucile, non ho idea di come si pratica la caccia al cinghiale, però sono invitato ed è un piacere andarci. «Sei fra miei amici, e quindi fra tuoi amici» mi ricorda Massimo.

Non è una frase di ritualità, è qualcosa di più profondo, di quel qualcosa che provavo a spiegare prima. Rispondo con un «Già lo so» ma io sono più taciturno. Fatico a comunicare con le persone. Anche se queste non mi giudicano guardandomi e mi accettano per come sono con vitali pacche sulle spalle.

Apriamo gli occhi alle cinque, quand’è buio e la campagna è persino più buia. Il camino ancora crepita, ancora mantiene un’anima di calore. Gettiamo legna e la fiamma si alza. Quando il resto della famiglia si sveglierà, la casa sarà calda.

Usciamo vestiti da militari con ingombranti scarponi a proteggerci i piedi. «Ci sarà da camminare, ma non molto.» Per uno che siede ad una scrivania tutto il giorno, il “non molto” spaventa sempre.

Domando, chiedo informazioni, tento di capire come si svolgerà la battuta di caccia e lui mi spiega con pazienza, con euforia, riportando esempi di giornate precedenti, dicendomi, ripetendomi di non preoccuparmi. Tranquillo, non mi preoccupo, sono con te, sono con voi.

La zona di caccia è lontana, dintorni di Iglesias e noi siamo appena entrati in Samassi, al bar della stazione. Sono le cinque e quarantacinque. Vi sono già altre persone con i pantaloni mimetici, vi sono già i caffè caldi e le paste azzannate, vi sono già le parole, vi sono già le risate e la pioggia. Sì, piove come il giorno precedente e noi non abbiamo una cerata. Le giacche sono idrorepellenti, ma non i calzoni o la mia testa. «Ma smetterà» dicono «oppure non si fa, non fa stare in posta con la pioggia».

Ma siamo attesi. Un secondo gruppo (il principale capisco successivamente) attende nei pressi della zona di caccia. Quindi ci muoviamo, divoriamo la statale e si parla di tordi, di beccacce, di conigli e di lepri. Lepri che diventano rare, cinghiali che si moltiplicano. Domando, curioso parlo come fra vecchi amici. Con un Massimo che conosco da anni e un Massimo che ho appena conosciuto ma non fa differenza.

È ancora scuro quando giungiamo a destinazione e i volti sono celati, irriconoscibili. Le ombre delle sigarette e forse le voci consentono loro di riconoscersi, o forse vedono al buio, poiché da dieci metri si salutano chiamandosi per nome.

E si parte; con in spalla il fucile ci si avvia verso un’approssimativa zona indicata da un dito infreddolito. «Ma andiamo con il furgone» mi rincuorano. Cerco il furgone mentre due jeep s’infilano nella stretta stradina sterrata e salgono il colle. «Quello?» sorridono e annuiscono. È un furgone verde con cassone scoperto e ribaltabile. «O profughi o milizia Serba» sono i commenti divertiti dei cacciatori che vi salgono. Non è tanto inadatto: uomini vestiti con tute mimetiche, armati, raggruppati su un camioncino che risalgono la macchia. Se non fossimo in Italia…

Non piove più, il cielo s’è aperto dando spazio ad un vento freddo che congela le mani strette alle lamiere del cassone, un vento che gela i volti attenti ai rami che ci passano sopra la testa e che schiviamo all’ultimo se distratti da parole e risate. Risate che alle volte imito perché divertito dalle espressioni, non da un dialetto sardo che ancora non capisco.

La luce giunge timida quando il mezzo di trasporto non può più proseguire e allora “C’è da camminare un po’”. Si formano piccoli gruppetti di camminatori. Curioso provo a contare i partecipanti, arrivo a trenta, la sera scoprirò che eravamo in 43.

La mulattiera non è impervia come temevo, sale, ma lentamente come i miei passi che affondano nella terra. E si arriva là, dove un uomo con una folta barba scura raduna le persone e impartisce le istruzioni. È il capo caccia ed è lui che deciderà il da farsi, è lui che sceglie il luogo e le persone e a lui sono presentato «È il ragazzo di cui ti avevo parlato, il mio compare.» Segue un ciao e un cenno del capo, poi deve occuparsi di altro: di posizionare le persone per tessere una tela, un perimetro di fucili dentro al quale devono confluire i cinghiali, dentro al quale i cani e i battitori devono spingere le prede. E io tengo al guinzaglio due cani.

Il gruppo si allunga e sembra disperdersi, invece, se si osserva con attenzione, si riesce a distinguere il cordone umano che si sta allungando nella boscaglia che in Sardegna è tutta particolare: fitta e di basso fusto.

Cala il silenzio che solo il vento disturba. Perfino i cani si zittiscono e loro certamente sanno, meglio di me sono coscienti di quello che sta per accadere. «Quando te lo dico, lanci i cani giù di lì» annuisco «e se provano a tornare indietro, ricacciali giù.»

M’accovaccio. Il cellulare ha segnale, anche se immerso nella boscaglia v’è segnale. Sono contento perché posso inviare un messaggio ad una Barbara spaventata: “E se ti sparano? Capitano di questi incidenti!”. Sono perplesso perché non sembra esservi luogo dove l’uomo è solo.

D’improvviso le grida e l’ordine. Slego i cani che si tuffano nella macchia, seguiti dai battitori che gridano, urlano, spaventano la preda e un po’ anche me.

Salgo su una roccia che è a strapiombo sulla conca della valle dove si caccia e scorgo più postazioni, più cacciatori che attendono. Anche a loro batte il cuore?

 «Bum» un colpo secco di fucile e ricordo le parole salendo “Se senti un colpo solo è un morto, se ne senti due hanno mancato il bersaglio”. Era un colpo solo, ma i tiratori che intravedo non hanno sparato. Chi ha sparato? Altri due colpi in successione. Bersaglio mancato.

Proseguono le grida, i colpi di fucile, l’abbaiare dei cani che di tanto in tanto risalgono la riva e rimando indietro, poi tutto cessa come era iniziato e non capisco come fanno a comprendere che è finita.

L’epilogo finale è una squisita pasta con sugo di cinghiale consumata a casa con ancora in dosso l’odore della caccia, con i bimbi che si allungano sul tavolo e corrono da una sedia all’altra cercando d’avvicinarsi all’albero addobbato, con il pensiero che questa sera arriverà Babbo Natale, con Barbara che ha sospirato vedendomi vivo, con Marco che, seduto accanto, mi domanda «Com’è stata la caccia?». Parliamo, con lui parlo sempre, di tutto. Diciassette anni e dal prossimo anno potrà votare «Grande responsabilità» gli ricordo sempre. Ma lui è tranquillo. Conosce la magia della libertà. Non sbaglierà.

Marco Sicheri          24 Dicembre, 2006