22March2019

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Il mio Primo Maggio

"Il 25 aprile l’Italia era libera. A noi non l’hanno detto e neppure ce ne siamo accorti.

Il primo maggio di quell’anno, il giorno del mio compleanno, ero ancora in montagna, nascosto in una buca a presidiare il sentiero che portava alla baita che si era trasformata nel rifugio di noi giovani ragazzi dei paesi circostanti. Rintanato insieme a me c’era un ragazzo che si era unito a noi da un anno circa. L'avevo conosciuto che stava andando alla stazione. "Dove vai?"  gli ho chiesto, ma era ovvio dove si stava infognando. Così gli ho suggerito di tornarsene a casa, di starsene con sua madre perché "Sei troppo giovane per queste cose". Poi ha deciso di salire in montagna dove sono stato felice di rivederlo.

Ma il 25 aprile eravamo in quella buca e lui ripeteva la stessa frase “Non li vedo. Non li vedo”. Neppure io li vedevo,  neppure io scorgevo chi ci stava sparando, ma ringrazio la loro posizione svantaggiata, poiché i proiettili si andavano a conficcare qualche metro sopra le nostre teste. Una posizione elevata è sempre vantaggiosa. Da canto nostro, sparavamo qualche raffica alla cieca, giusto per tenere lontani gli aggressori, nella speranza che non riuscissero a salire e che non conoscessero le montagne come noi. Perché quello non era l’unico sentiero per raggiungerci, potevano tornare indietro e prenderci alle spalle, ma per mia fortuna, loro non conoscevano le montane come noi che per tutta l’infanzia le avevamo esplorate o per gioco o per dovere.

Ricordo che molti, da ragazzini, si arrampicavano con i padri per tagliare la legna o per salire ai pascoli o solo per nascondersi. Un po’ come stavamo ripetendo noi altri da qualche anno. Conoscere le montagne è utile, tanto quanto avere gambe allenate e mai stanche. Avete mai provato a discendere un monte gremito di alberi con il buio della notte? Noi ci riuscivamo senza inciampare. Era, infatti, di notte che scendevamo in paese per andare a trovare i nostri cari. Disarmati, certo, almeno, se ci scoprivano le pattuglie, ci accusavano di aver violato il copri fuoco e, con un po’ di fortuna, non ci fucilavano. Un rischio accettabile per ricevere una carezza.

Tornando al primo maggio, stavo dicendo che ho sparato e l’ho fatto per tutta la mattina, finché il misterioso assalitore non ha deciso di sparire. Almeno così sembrava, visto che ha improvvisamente smesso di sparare. Il ragazzo ed io non ci siamo mossi, semplicemente ci guardavamo. Non c’era bisogno di parlare, entrambi avevamo paura di alzarci. Così abbiamo deciso di aspettare la sera e di tenere l’occhio sul sentiero e sulle piante. Ma presidiavamo il posto dalla sera prima e la sera prima ancora, siamo scappati dal rifugio in piena notte perché abbiamo sentito degli spari e le vedette gridavano “Arrivano!”. Vi siete mai svegliati in piena notte e messi a correre? Il cuore è come un tamburo, le gambe sono molli e la vista inesistente. Mi è capitato più volte e prima di riuscire a correre davvero, sono ruzzolato in terra come se le gambe fossero di mozzarella e ho sbattuto contro i miei compagni e gli alberi innumerevoli volte. Ma ci si abitua anche a questo.

Quindi, non dormivamo da almeno due giorni, di conseguenza, il giorno del primo maggio, quando i proiettili hanno smesso di ruggire per la valle, ci siamo addormentati come bimbi e la sera ci siamo svegliati tutti sudati. Ho visto gli occhi perplessi e spaventati del ragazzo, l’esatta copia dei miei. Siamo stati facili bersagli, ma il Signore ha ancora voluto essere clemente. Rientrati al rifugio, abbiamo mangiato. Avevo una fame assurda.

Poco tempo dopo, abbiamo lasciato le montagne e abbiamo marciato nella piazza della nostra città. Ci hanno acclamato e hanno scattato pure delle foto, ma io volevo che finisse presto, volevo correre al mio paese e cercare la ragazza che sarebbe diventata presto mia moglie. La ragazza che mi aveva aspettato per anni e che per anni aveva pianto quando sentiva sparare in montagna

Questo è stato il mio 25 aprile/Primo maggio."

Racconto di Marco Sicheri basato su una testimonianza orale di un vecchio partigiano.