22November2017

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Il mio 25 aprile

Anch’io ho ancora vivi ricordi di quel giorno e sono fiera di avere la mia piccola storia da raccontare perché con essa faccio parte della Storia.


Dappertutto era il caos,  si sentiva il rumore assordante delle mitragliatrici e dei cannoni. I bossoli  arrivavano sul davanzale della finestra, mio fratello piccolino da accudire che cantava una filastrocca, il cane che guaiva e io che avevo quasi sei anni e non andavo ancora a scuola, in quella giornata ho dovuto prendermi delle grandi responsabilità.
 
La situazione in quei giorni di fine guerra non è stata facile per nessuno, men che meno per noi nel bellunese dove si alternavano formazioni di partigiani che non erano tutti così bravi come pensano taluni, e gruppi di soldati tedeschi che cercavano una via di scampo e sparavano per difesa. In quei giorni di fuoco  eravamo bersaglio di entrambi: gli uni arrestarono mio padre perché italiano con la divisa di sottufficiale dei CC, gli altri non simpatizzavano per mia madre perché sudtirolese di lingua tedesca e perciò considerata la “crucca”, che poi, forte del suo carattere e favorita dalla lingua, riuscì ad ottenere che non le fucilassero il marito, prigioniero presso il Comando tedesco a Belluno. Infatti dopo il 25 aprile, liberato dagli Alleati tornò a casa, malconcio per le botte prese, ma vivo!
 
Infine i problemi per la nonna ladina, filo-italiana, come tutti gli abitanti della Val Badia, che non era ben vista dai tedeschi perché non se n’era andata da casa sua, non avendo optato per la Germania. Ne uscimmo miracolosamente tutti vivi, da quel bailamme. Tre famiglie diverse, tre mentalità completamente differenti, tre lingue totalmente disuguali, compreso il sassarese, mi hanno fatto comprendere, con il passare degli anni, quanto sottile possa essere un confine, sottile per i popoli, sottile per le culture, per le tradizioni, che si fondono in secoli di pacifiche convivenze.
 
Nel periodo della guerra avevo un nonno sardo e uno tirolese, ognuno dei quali serviva la propria Patria con generosità e onore e forse proprio per questo motivo non riesco a sentire troppo la marcatura dei confini, ma viceversa anche per me diventa un sottile filo che, con volontà, viene superato e le culture delle mie famiglie di origini così diverse, ma anche così simili per certi aspetti, sovente si fondono dandomi una mentalità non condizionata da vetero-nazionalismi.
 
Come posso trasmettere questi sentimenti, come la paura, la tenerezza, le antiche virtù e i valori, la profonda nostalgia di chi non c’è più, senza fare della retorica sulle memorie?
 
Un caro saluto a tutti
 
Maria Luisa Sotgiu (circa 2003)