19January2020

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la Società cattolica di assicurazione del bestiame e la Cooperativa cattolica di consumo di Gerenzano

La loro nascita risalirebbe alla fine dell’800, infatti già nel 1901 sappiamo che erano operative. 

 

In quegli anni i moti sociali erano un serio problema per l’establishment italiano. Basti pensare che nel 1898 a Milano il generale Bava Beccaris soffocò brutalmente la“Protesta dello stomaco” con cannonate sulla folla insorta per le condizioni disumane in cui viveva.  

A Gerenzano il clima non era certamente diverso tanto che il marchese Pietro Clerici, sindaco di Gerenzano,  scrisse al prefetto di Gallarate nel 1897 la seguente lettera: “ Appena mi sarà possibile verrò a Gallarate ma pel momento non posso stabilire il giorno perche' sono a disposizione della Curia e dei dimostranti che vogliono che il Sindaco vada ad accompagnarli ad un'altra intervista che sperano ottenere dal Cardinale, onde io abbia ad unirmi a loro per perorare la causa del noto prete Don Silvestro Corti che per intanto la Curia ha inviato a Fara D'Adda.”  Si presume che l’ allontanamento del sacerdote fosse dovuto alle sue simpatie per i dimostranti.

Quattro anni dopo, nell’anno   1901,  ci furono altre sommosse, questa volta  organizzate dalle donne del paese (erano in 100!) esasperate dalle condizioni di indigenza in cui versavano e dalla perdita di alcuni diritti acquisiti a causa della cattiva gestione dei fondi Fagnani.  

In questo contesto  storico nacque la Società cattolica di assicurazione del bestiame e la Cooperativa cattolica di consumo di Gerenzano, risposta cattolica  per fronteggiare il pericolo socialista, ma soprattutto per elevare economicamente e socialmente i parrocchiani gerenzanesi.

La cooperativa serviva a rimborsare quei contadini che malauguratamente subivano la perdita di un capo di bestiame. A quel tempo  la morte di una vacca era una tragedia perché voleva dire “miseria”.  Inoltre la cooperativa di consumo aveva la funzione di calmierare i prezzi  e di anticipare la merce ai soci che avrebbero pagato al ricevimento della “quindicina”. 

La vitalià della cooperativa venne scemando già negli anni ’70 e della sua gloriosa storia è rimasto  un vecchio palazzo ottocentesco  di due piani occupato da un macellaio,  da un mini market alimentare e al piano superiore da alcune associazioni.

E’ storia di questi giorni la chiusura totale di tutte le attività commerciali che lasciano questo  palazzo nella piazza principale del paese  con le saracinesche abbassate.  Invece di avere un centro affollato e pulsante di commercio abbiamo una piazza silenziosa e desolatamente vuota. 

Purtroppo gli anni passano e tutto è destinato a cambiare. Indipendentemente dalle ragioni che hanno portato alla chiusura delle due attività ora  bisognerebbe pensare a come riciclare quel palazzo. 

Abbatterlo sarebbe un grave errore. Negli anni ’80 venne demolito  il lato nord della piazza per costruire  dei palazzi oggettivamente brutti. Non ripetiamo lo stesso errore col palazzo della cooperativa.  Sarebbe un colpo mortale alla piazza che verrebbe totalmente snaturata e banalizzata. 

Che fare? Mi piacerebbe che i gerenzanesi, soprattutto i giovani e le donne, animati dallo stesso  spirito e entusiasmo dei nostri nonni si unissero  in cooperativa  (o forme associative più moderne) per riaprire un moderno punto vendita di generi alimentari e di un grande centro di ritrovo per i giovani e per gli anziani.  Centoquindici anni fa la parrocchia agì da catalizzatore, ed ora chi lo potrebbe fare?

Pier Angelo Gianni                          10 settembre 2014