Sono arrivato alla lounge della Lufthansa
dell’aereoporto Murtala Muhammed di Lagos, Nigeria. Sono le 20,30 ed il mio
aereo per Frankfurth dovrebbe partire alle 23,50 in punto. La lounge della
business class è stracolma di gente. In generale direi che sono quasi tutti
rudi tecnici maschi di tutte le età che, dopo un lungo turno di lavoro,
tornano a casa. C’è qualche donna bianca, a dir la verità mi sembrano delle
sopravvissute o delle martiri scampate al patibolo, tanto sono pallide,
portano capelli lunghi senza forma e non hanno niente del sex appeal tipico
delle donne che viaggiano per affari. C’è anche qualche businessman
nigeriano grasso con le mogli dai vestiti variopinti e dai sederi
prominenti. Ho finalmente trovato una poltrona, vado a prendermi un Campari,
della soda e noccioline. Mi rilasso leggendo il “Daily Trust”, giornale
nigeriano che parla di politica e di economia. Mi colpiscono le pubblicità,
in particolare una che dice: “congratulations on your turbaning as Hakimin
tofa” accompagnato da una fotografia di un uomo sorridente che indossa il
turbante. La pubblicità, con lo stesso significato è ripetuta più volte per
personaggi diversi. Secondo me il significato è il seguente: qualcuno che è
diventato capo viene ossequiato dai suoi dipendenti.
Alcune istantanee per le strade di Lagos
Ho passato quattro giorni a Lagos, troppo pochi per entrare nella logica
della città, troppo per non capirne le contraddizioni immense che convivono
in un unico posto. Ho vissuto quattro giorni blindato all’interno di
un’auto, di un pulmino, di un hotel, di un ufficio. Solo due ore passate ad
un mercatino di prodotti per turisti in un posto imprecisato di Lagos.
Questo mercatino si chiama “Maroco Market” ed è gestito da musulmani. Al
mercatino non c’è delinquenza e si può stare sicuri che nessuno ti fa uno
sgarbo. L’arrivo all’aeroporto di Lagos è strepitoso. Il primo impatto si
ha nella lunga proboscide che unisce l’aereo all’aeroporto. Per chi è già
stato in Africa equatoriale l’odore di muffa ed il caldo umido sono
inconfondibili. Credo che anche un cieco riconoscerebbe di essere arrivato a
Lagos, Luanda o Brazaville. Mi metto in coda per il controllo del passaporto
e sento un poliziotto gridare il mio nome. Sono io, eccomi. Mi prende il
passaporto e mi dice di seguirlo, supero tutti, mi porta davanti al
controllore che gentilissimo mi mette un timbro sul visto d’ingresso, poi mi
consegna ad un altro signore con una vistosa pettorina gialla con scritto il
nome della mia compagnia. Osservo: un’organizzazione impeccabile. In meno di
dieci minuti sono stato messo al sicuro su un pulmino circondato da militari
con il fucile a tracolla. Accendono l’aria condizionata, tirano le tendine e
chiudono il portellone. Mi sento come un carico prezioso da difendere. Apro
le tendine piano piano ed osservo che da tutte le parti c’è qualcuno armato
che controlla. Posto sicuro, penso..forse.
Poi, dopo aver aspettato un collega nigeriano
che ha avuto problemi con la dogana ci avventuriamo verso Lagos. La strada è
molto trafficata e attraversa con un lungo ponte tutta la laguna che separa
la città di Lagos vera e propria da Victoria Island, nucleo storico abitato
dai primi colonizzatori inglesi ed ora zona di uffici e residenze per i
ricchi che vivono da queste parti. Per arrivare a Victoria si attraversa
tutta l’evoluzione dell’uomo, dalle palafitte senza luce, acqua e fogne,
alle barche di pescatori trasformate in abitazione, ai quartieri
galleggianti di artigiani che trasformano in assi e mobili i tronchi degli
alberi trasportati sul fiume, ai palazzi coloniali e moderni delle compagnie
petrolifere e delle banche. Il tutto avvolto in una ragnatela di fili della
luce che soffocano ogni cosa. Il grigio della muffa equatoriale, quella che
si attacca ai muri e li fanno diventare vecchi in una singola stagione di
piogge è il colore dominante.
Rifiuti triturati ai lati delle strade e
sequenze infinite di “small business” ci accompagnano strada facendo. Quelli
che io chiamo “small business”, in verità sono il vero motore economico
della Nigeria che tiene in vita, o meglio fa sopravvivere, milioni di
persone. C’è il super ricco che spende e spande, poi il ricco che spende
approfittando del super ricco, poi c’è l’impiegato che vive bene, con
l’auto, la moglie grassa, tanti figli. L’operaio vive male, in generale
lavora con le nude mani, non ha attrezzi, suda nell’edilizia spostando cesti
di sabbia, blocchi di cemento su ponteggi pericolanti. Infine ci sono gli
“small business”, famiglie intere che vivono per strada vendendo qualche
banana fritta, piatti di fagioli bollenti o bevande calde, tagliando
capelli, cucendo, facendo dei servizi per i camerieri dei ricchi: vanno a
prendere le sigarette, qualche scatola di conserva, spazzano i cortili o la
strada di fronte ai cancelli, insomma vivono dei cascami, delle mance e dei
rifiuti dei ricchi. Il sistema fognario di Lagos è inesistente. Esistono dei
canali scoperti fetidi e delle canaline che vi convogliano il liquame delle
case; in generale sono intasate e liquidi nauseabondi invadono le strade.
Solo la stagione delle piogge è in grado di spazzare via il liquame putrido
ed i rifiuti dalla città. In questo inferno vivono, qualcuno dice, nove
milioni di persone, la maggior parte ai limiti della sopravvivenza (l’età
media è 46 anni, rispetto ai nostri 81, vivono la metà di un italiano).
Arriviamo all’Hotel, servizio ottimo, suite con cucina, frigo bar, aria
condizionata a manetta, personale gentile ed educato. Veramente due mondi
che non si toccano. Poi mi butto nel lavoro. L’autista viene a prendermi
alla reception dell’hotel. Il traffico di Lagos è qualcosa di primordiale
con minibus traboccanti di carne umana, auto di tutti i tipi e un nugolo di
motorette cinesi che scorazzano da tutte le parti. Sono mototaxi. Gli dici
dove vuoi andare, ti accomodi sul sedile dietro al pilota, fai il segno
della croce, e lui ti porta dove vuoi, purché tu abbia il colore della pelle
nero, non è importante che tu sia donna, uomo o bambino. Infine dopo i
giorni di lavoro in ufficio è arrivata l’ora della partenza. Si parte alle
diciotto sapendo che l’aereo è poco prima di mezzanotte. Ma è venerdì sera,
fine settimana e la strada per l’aeroporto è stretta e praticamente bloccata
da una quantità enorme di auto. Si viaggia a passo d’uomo o si è fermi
finché la camionetta della polizia che ci precede si stufa e si rende conto
che di questo passo non si arriverà mai all’aeroporto in tempo. Attacca la
sirena, un poliziotto si sporge dalla portiera e con una frusta di cuoio
batte le carrozzerie dei malcapitati per farsi spazio, riesce a svincolarsi
e poi zigzagando si fa spazio e si lancia in mezzo al traffico seguita dal
nostro pulmino. Avanziamo piano piano, poi più velocemente, poi ancora
lentamente, è un viaggio a singhiozzo. Mi sento a disagio, finalmente
arriviamo. Did you enjoy the trip? Dico a due miei colleghi inglesi. Mi
guardano con quattro occhi, sono allibiti più di me. It’ok, ok, finally we
go home, to paradise.