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Il culto della Natività
di Maria
Origini
della festa
La fonte
più antica ritenuta attendibile dalla Chiesa, che illustra la nascita e
l’infanzia di Maria, è costituita dal “Protoevangelo” (Vangeli Apocrifi) di
Giacomo risalente al II secolo d.C.
Nel
testo vengono illustrati momenti salienti della sua vita: il matrimonio dei
genitori Gioacchino ed Anna della tribù di Giuda della stirpe di Achar, la
concezione dopo vent’anni senza prole, la nascita e la presentazione al
tempio (il tutto inserito nella cornice delle vicende della città di
Gerusalemme).
La
sorte toccata alla casa natale di Maria non è disgiunta da quella subita
dalla città di Gerusalemme, con persecuzioni, distruzione del tempio,
trasformazione in luogo di culto pagano, allontanamento dei giudei, ecc..
Con l’arrivo dell’imperatore Costantino e di sua madre Elena a Gerusalemme
nella prima metà del secolo IV, dopo la libertà data alla religione
cristiana, si apre una nuova era ai luoghi santi: gli scavi condotti hanno
permesso di rintracciare, tra le costruzioni volute dalla famiglia
imperiale, i ruderi di un oratorio sul luogo che la tradizione indica quale
casa natale di Maria..
Con il
III Concilio di Efeso del 431 che sancì la legittimità del titolo “Madre di
Dio” per Maria, si ebbe una fioritura di feste mariane nel calendario
liturgico, tra le quali: la Natività, la Presentazione al Tempio,
l’Annunciazione e la Dormizione.
La data
della festa della Natività di Maria venne fissata in Gerusalemme nella prima
metà del secolo V, ai tempi del patriarca Giovenale e dell’imperatrice
Eudossia, : l’8 settembre in occasione della dedicazione della Basilica di
Santa Maria, edificata sul luogo della casa natale di Maria.
Tale
data venne scelta anche in relazione all’antico anno liturgico che iniziava
con il mese di settembre: in tal modo veniva data una cornice “mariana” allo
stesso. Infatti la Natività di Maria precede ed annuncia le feste del primo
polo (Natale ed Epifania) assumendo il valore di inizio dell’anno liturgico.
Segue poi il polo cristologico (Pasqua e Pentecoste) accompagnato
dall’Assunzione di Maria che diviene conseguenza dell’opera di salvezza e
chiusura dell’anno liturgico.
Da
Gerusalemme la festa della Natività venne introdotta a Costantinopoli: il
primo documento che ne attesta la presenza è un inno del diacono Romano il
Melode, composto prima del 548: quale diacono saliva nell’ambone, cantava
il proemio e le strofe facendo ripetere il ritornello finale a tutti i
presenti: “è la Madre di Dio, nutrice della nostra vita”. Il testo è tuttora
parzialmente in uso nell’ufficiatura della festa che, per la chiesa
bizantina, ricalca ancora quella in uso dal IX secolo con un giorno di
prefesta, quattro di dopofesta e la chiusura il 13 settembre.
La
prima commemorazione mariana che si conosca a Roma è quella del mercoledì
delle Quattro Tempora di Avvento, introdotta da papa Leone Magno (440-461)
nella liturgia romana. Verso il 595 papa Gregorio Magno (590-604) inaugura
l’”ottava di Natale” considerata la prima festa mariana della liturgia
latina.
A Roma,
nei secoli V e VI, era presente una numerosa colonia greca che introdusse
nel mondo latino alcune feste religiose di origine orientale, tra le quali
quella della Natività di Maria. Si attribuisce a Papa Sergio I (687-701),
nato ad Antiochia e che fa parte del gruppo di papi di origine orientali
saliti al soglio pontificio tra il VI ed il VII secolo, la solenizzazione di
festività mariane nel calendario romano tra cui, per l’appunto, quelle
della Natività e della Dormizione di Maria.
Da Roma
la festa venne diffusa nell’Occidente e divenne molto popolare in Francia
dove, nel Medioevo, era celebrata con tanta solennità religiosa da essere
conosciuta come “festa angioina” e si finì di parlare di una sua origine
miracolosa dovuta nientemeno che ad un intervento espresso di Maria, la
quale ne avrebbe richiesto l’istituzione.
Dal XI
secolo la festa acquista sempre più importanza tanto da diventare festa di
precetto e da meritare un’ottava.
Nel
1243 Papa Innocenzo IV stabilì che la Natività assumesse il ruolo di festa
obbligatoria per la chiesa latina, sciogliendo così un voto formulato dai
cardinali elettori nel Conclave del 1241 e ostacolati dalle ingerenze di
Federico II che per tre mesi li tenne prigionieri.
Nel
secolo XIV la festa della Natività di Maria si meritò anche la sua vigilia,
prescritta da Gregorio XI (morto nel 1378), che la volle con un suo digiuno
e ne compose la Messa.
Papa
Pio X (1903-1914) tolse la Natività di Maria dall’elenco delle feste di
precetto e ridusse l’ottava a semplice. Pio XII (1939-1958) con la riforma
liturgica, abolì l’ottava.
Il
culto a Milano
Contrariamente alla conoscenza maggiormente diffusa, la prima chiesa
titolata alla Natività di Maria non è il Duomo di Milano.
Il
primo edificio con tale dedica risale al 1007 allorchè, ai tempi
dell’arcivescovo Arnolfo, il nobile Fulcuino – figlio di Bernardo, fece
costruire una chiesa titolata “Santa Maria di Fulcuino” nella zona del
teatro romano (attuale piazza degli Affari). Dalla corruzione del titolo e
del suo appellativo secondario è nato il nome di “santa Maria Fulcorina” che
ha indicato per secoli anche un vicolo milanese. La chiesa viene anche
ricordata dagli studiosi perché, in quegli anni travagliati dalla simonia
(vendita di benefici ecclesiastici) e dalla presenza di clero che non
osservava il celibato nonostante le prescrizioni e le sanzioni adottate nei
vari canoni conciliari e sinodali, è la prima il cui atto di fondazione
precisa in modo chiaro a chi dovevano essere destinati i benefici del
testatore. Infatti la situazione della chiesa in generale vedeva una forte
dispersione dei beni lasciati a disposizione: i testatori sino ad allora
avevano solo richiesto obblighi di suffragi annuali permettendo alla
comunità religiosa beneficiante di disporre dei lasciti senza disciplinare
le rogazioni ai funzionanti ed ai poveri. Accadeva così che preti con prole
utilizzassero tali eredità per assicurare un avvenire ai figli, rendendoli
spesso successori nel benficio ecclesiatico.
Santa
Maria Fulcorina era piccola e secondo le fonti abbastanza trascurata sin
dalla fondazione: venne data in ufficio a “Disciplinanti Scolari”
provenienti da san Quirico e da san Protaso al Castello. Il Torre la chiama
“Falcorina comunemente detta Castagnola” e la indica anche quale prima sede
dei Padri Minori Conventuali di san Francesco, nel 1221: “…Vogliono alcuni
scrittori, che con essi loro venissevi s. Francesco, e che vi abitasse,
mostrandosi per fino a’ presenti giorni (1674) un piccolo camerino, in cui
egli trattenevasi”. Successivamente vennero spostati i canonici “che
salmeggiavano nel tempio dei santi Nabore e Felice” e, ai tempi di san Carlo
fu “Seminario di Cherici”. Con Federico Borromeo tornò ad essere collegiata,
sia pure con servizio solo domenicale. Dopo un rifacimento del 1734, con le
leggi giuseppine di soppressione, venne demolita tra il 1799 ed il 1809 (le
fonti non concordano sulla data).
Dopo
l’ufficializzazione della festività dichiarata nel 1243 da Papa Innocenzo IV,
lo stesso pontefice nel 1251 – l’8 settembre – è presente a Milano e concede
l’indulgenza perpetua a chiunque avesse visitato la chiesina milanese nel
giorno della ricorrenza della Nascita di Maria.
Contribuì poi a rendere ancora più popolare questo culto Azzone Visconti che
nel 1336 introdusse tra i cittadini il rito delle offerte da raccogliersi
l’8 settembre.
E’ con
la peste del 1386 – a Milano uccide prevalentemente bambini – che la
cittadinanza emette il voto per porre termine al flagello, della costruzione
di un grandioso tempio dedicato a Santa Maria Nascente affinchè la Madonna
interceda per la salvezza dei figli.
La
costruzione del futuro Duomo ha inizio (e anche qui le fonti non concordano)
tra il 1386 e il 1387, per iniziativa dell’arcivescovo Antonio di Saluzzo e
del duca Galeazzo Visconti che nel 1387 decide di devolvere le offerte
raccolte l’8 settembre in favore dell’erigendo tempio: la data ricordata è
quella del 15 agosto.
Nel
Duomo, che è la terza chiesa più grande del mondo, il 19 dicembre 1810 venne
collocata sulla facciata una lapida a ricordo della dedicazione a Santa
Maria Nascente. Nonostante ciò non è stata centralizzata la rappresentazione
di questo soggetto nell’architettura della cattedrale, che è presente in
opere di contorno e in altari secondari. Infatti il fulcro è stato
attribuito alla Madonna Assunta a ricordo del primo giorno dei lavori di
costruzione dell’edificio sacro.
Il
culto di santa Maria Bambina
Intorno
ai secoli X-XI nelle celebrazioni religiose venne introdotto l’utilizzo di
statue lignee volute dalla gerarchia ecclesiastica per rendere più visibile
il fulcro devozionale ai fedeli.
Le
statue lignee che conobbero maggiore diffusione furono quelle di Gesù
Bambino che riprendevano la rappresentazione della Natività di Cristo
realizzata a Greccio nel 1223 da san Francesco. Tra tali statue la più
famosa è quella della chiesa di santa Maria in Aracoeli di Roma, dove la
quattrocentesca statua è sempre stata al centro di un forte culto per le
doti taumaturgiche attribuitele nel proteggere dalle malattie infettive
nella gravidanza e durante il parto.
Nel
corso dei secoli la presenza di queste statue si diffonde anche in ambito
domestico e monastico e si utilizzeranno materiali diversi come lo stucco e
la cera, invece del marmo e del legno.
A
partire dalla metà del Cinquecento i monasteri femminili diventano centri di
produzione di questi simulacri grazie all’abilità ed alla pazienza delle
monache ed è ai Padri Francescani che si deve principalmente la diffusione
di questi Gesù Bambini.
Il
cardinal Federico Borromeo (1564-1631), nella sua opera “De pictura sacra”
immaginava la raffigurazione della Natività di Maria rappresentata da una
bambina avvolta in fasce e adagiata in mezzo ad una grande luce attorniata
da angeli maggiori e minori.
Ed è ad
una Francescana che si deve il modello del simulacro più famoso di Maria
Bambina che riprende l’immagine del cardinal Borromeo. Suor Isabella Chiara
Fornari, superiora delle Francescane di Todi e dal cui convento venivano
diffuse figure di Maria e di Gesù “quando erano pargoletti e di grandezza
naturale” modellò il volto in cera tra il 1720 ed il 1730: rimase alla
memoria che ella “riuscisse in questo lavoro con tale perfezione da sembrare
che superasse la medesima arte”.
Il
simulacro lavorato dalla Fornari fu portato a Milano da mons. Alberico
Simonetta che nel 1738 faceva ritorno nella sua città natale dopo essere
stato governatore di Camerino e, dal 1735, vescovo di Como. Alla sua morte,
l’anno successivo, le Cappuccine del monastero di Santa Maria degli Angeli,
alle quali il Simonetta aveva già donato una copia del simulacro, ottennero
anche l’originale essendo dedite all’educazione della gioventù ed
all’insegnamento della dottrina cristiana. In breve tempo esse si fecero
apostole della devozione al mistero della Natività di Maria. Ne è
testimonianza un libriccino, pubblicato nel 1757, sul cui frontespizio si
legge che era “proposto ai veri devoti di Maria dalle madri Cappuccine
presso le quali si conservava e venerava la celebre santa Bambina”; questa
veniva rappresentata nella pagina accanto stretta nelle fasce ma in
posizione eretta con una corona di dodici stelle. La pubblicazione contiene
“un esercizio spirituale da farsi nel giorno otto di ogni mese in onore
della natività ed infanzia di Maria Vergine, la novena per l’apparecchio
alla di lei festa e la pratica di alcune devozioni e mortificazioni per
ciascun mese”.
Dalla
prefazione del libriccino si può conoscere che “la santa Madonnina era
celebre nella città, si correva in folla a venerare nel suo devoto simulacro
la santa Infanzia della gran Vergine Madre, riportandone singolarissime
grazie”. Tale devozione venne bruscamente interrotta nel 1782 quando, in
seguito alla legge di soppressione dei monasteri emanata dall’imperatore
Giuseppe II, le trentatrè religiose di santa Maria degli Angeli dovettero
cercare asilo nei pochi conventi risparmiati. Il simulacro venne portato
tra le Agostiniane del convento di san Filippo in via Nuova (attuale san
Barnaba) la cui chiesa era dedicata alla presentazione di Maria Bambina al
tempio. Alla nuova soppressione delle congregazioni, decretata da Napoleone
nel 1810, seguì un altro trasferimento del simulacro nel monastero delle
Canonichesse Lateranensi ed infine pervenne, tramite don Luigi Bosisio
parroco della chiesa di san Marco, nel 1842 a suor Teresa Bosio superiora
delle suore di carità di via santa Sofia che operavano all’ospedale Ciceri.
L’ondata di liberalismo anticlericale, accentuato nel contesto politico
italiano postunitario, vedeva una progressiva restrizione del culto di Maria
Bambina che divenne privato e circoscritto alla cerchia delle suore.
Il 1884
segnò una svolta nel culto: il 9 settembre la postulante Giulia Macario di
Lovere, gravemente malata, guarì miracolosamente dopo aver toccato il
simulacro e divenne religiosa con il nome di suor Maria Bambina. Nei mesi
successivi guarirono in modo prodigioso anche suor Crocifissa Mismetti e
suor Giuseppa Woinovich ridestando una devozione già cara ai milanesi, anche
se non mancò il riaccendersi delle tensioni, molte vive anche a Milano, tra
cattolici e liberali.
Le
suore di carità, custodi del simulacro, da quei tempi iniziarono ad essere
chiamate Suore di Maria Bambina e diffusero la devozione in altri luoghi in
cui operavano: Venezia, Thiene, Rovigo , Rovereto, Calcio, Bergamo, Sovere,
Soresina, per arrivare nel 1984 all’erezione di una comunità a Nazareth.
Divenne
tradizione beneaugurante donare una copia del simulacro di Maria Bambina ai
novelli sposi, tradizione rimasta in uso da noi sino alla metà degli anni
Cinquanta e che ancora si pratica diffusamente nel Sud America dove le suore
sono presenti in terre di missione.
Abramo Morandi &
Cristina Volontè |