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MIGRAZIONE E INTEGRAZIONE: L’ESPERIENZA DEGLI ITALIANI

 

I flussi migratori dai quali il nostro paese e tutta l’Europa sono ininterrottamente investiti ormai da qualche anno pongono problemi sempre più seri che spesso non siamo in grado di affrontare.

Infatti, il numero sempre crescente di migranti che premono alle nostre frontiere, provenienti da paesi assai più poveri del nostro, fa sì che gli immigrati siano in generale percepiti come una minaccia alla stabilità sociale e al benessere economico che dal dopoguerra in avanti l’Italia si è faticosamente costruita. Il confronto obbligato con culture che in larga misura ci sono estranee, d’altra parte, provoca inevitabili attriti e innesca in molti una paura irrazionale di vedere le proprie tradizioni stravolte e le basi stesse della propria civiltà messe in pericolo.

Così, anche se la xenofobia vera e propria resta per ora un fenomeno circoscritto, è innegabile che nella maggior parte delle persone un sentimento di diffidenza e timore nei confronti dell’immigrato prevalga sull’umana comprensione per le sue travagliate vicende.

Il medesimo disorientamento sembra diffondersi anche nella classe politica che dovrebbe cercare di governare questi fenomeni e di prevenire i problemi che ne derivano: persino la sinistra si dibatte continuamente fra la necessità di approntare adeguati sistemi di accoglienza e l’esigenza di controllare e magari frenare i flussi migratori per non cadere preda di una sorta di “sindrome da invasione”. Si finisce dunque per navigare a vista, incapaci di concepire un progetto di integrazione degli immigrati che segua un modello preciso, e apparentemente sprovvisti dei mezzi concettuali ed emotivi per capire e gestire una società multiculturale e multietnica.

Eppure noi italiani, più di qualunque altro popolo, possediamo risorse ed esempi di riferimento che ci vengono dalla nostra storia e che dovrebbero permetterci di trattare la questione dell’immigrazione con una certa consapevolezza. Negli ultimi 130 anni, infatti, almeno 29 milioni di nostri connazionali hanno affrontato l’esperienza dell’emigrazione e si sono scontrati esattamente con gli stessi problemi che oggi angustiano tanti stranieri nel nostro paese.

È facile però dimenticarsene. Significativo, ad esempio, è il fatto che solo sporadiche tracce dell’esperienza di chi lasciava l’Italia restano nella narrativa italiana dei decenni passati, mentre è stata piuttosto l’emigrazione interna, dal meridione al nord Italia negli anni del boom, a essere spesso oggetto dell’attenzione dei nostri scrittori. Ricordo solo un notevole racconto di Leonardo Sciascia, Il lungo viaggio, storia di un gruppo di ingenui clandestini, che pagano quello che oggi chiameremmo uno scafista perché li trasporti al di là del mare, negli Stati Uniti, e invece vengono ingannati e sbarcati di nuovo, dopo qualche giorno di inutile navigazione, sulle coste dell’isola dalla quale erano partiti; e poco altro.

Anche quegli autori che hanno sfiorato il tema dell’emigrazione, si sono concentrati quasi esclusivamente sul momento del ritorno a casa: si pensi a Pascoli (Italy), a Pavese (La luna e i falò), a Meneghello (Libera nos a Malo) o a Carlo Levi, che dedica il tredicesimo capitolo del Cristo si è fermato a Eboli agli “americani”: a quei contadini lucani, cioè, che «vanno in America, e rimangono quello che sono: molti vi si fermano, e i loro figli diventano americani: ma gli altri, quelli che ritornano, dopo vent’anni, sono identici a quando erano partiti. In tre mesi le poche parole d’inglese sono dimenticate, le poche superficiali abitudini abbandonate, il contadino è quello di prima, come una pietra su cui sia passata per molto tempo l’acqua di un fiume in piena, e che il primo sole in pochi minuti riasciuga».

Solo negli ultimi anni è apparso qualche esempio di “letteratura dell’emigrazione”: come Vita di Melania Mazzucco, un romanzo che narra la storia vera di Vita e Diamante, originari di un piccolo paese nel casertano, fatti salire ancora bambini su un piroscafo diretto negli Stati Uniti dai genitori che non erano in grado di sfamarli, cresciuti nel loro nuovo paese e poi separati dalla sorte. Come Cammina per me, Elsie di Flavio Lucchesi, storia di un valtellinese emigrato in Australia. O come La spartenza di Tommaso Bordonaro, il libro di memorie di un contadino siciliano che racconta in un italiano intriso di dialettismi, inglesismi e sgrammaticature la sua vita di emigrato negli Stati Uniti.

Il merito della riscoperta di numerosi episodi antichi e recenti riguardanti la vita dei nostri emigranti (provenienti non solo dalle regioni del sud, ma anche dal Veneto, dal Friuli, dal Piemonte, persino dalla ricca Lombardia, e diretti negli Stati Uniti, in Argentina, in Australia, in Francia, in Germania, in Belgio, in Svizzera), però, è tutto di Gian Antonio Stella, autore de L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi.

L’opera di Stella è tanto più meritoria in quanto è dichiarato in lui l’intento di sfatare i più odiosi luoghi comuni di cui sono vittima interi gruppi di immigrati presenti oggi in Italia; gruppi ai quali la superficialità della gente tende ad attribuire, senza fare alcuna distinzione, come elemento connaturato alla loro origine etnica e alla loro cultura, comportamenti deviati o criminosi, che in realtà trovano semplicemente più larga diffusione là dove più diffusa è la povertà.

Veniamo così a sapere che anche noi italiani siamo stati disprezzati e considerati appartenenti a una razza inferiore; anche noi siamo stati accusati di essere sporchi, rissosi, naturalmente inclini all’omicidio e fanaticamente legati a barbare credenze religiose (tali ci facevano apparire agli occhi dei protestanti le processioni, i gesti della retorica devozionale e tutte le espressioni della religiosità popolare di matrice cattolica). Siamo stati guardati con sospetto perché si diceva che esportassimo criminalità nei paesi che ci ospitavano, o perché disposti a lavorare per salari più bassi rispetto a quelli dei lavoratori autoctoni.

In alcune occasioni, l’odio che questi comportamenti suscitavano, sfociò in terribili esplosioni di cieca violenza. Nel 1893, ad esempio, ad Aigues-Mortes, nel nord della Francia, i lavoratori locali si sollevarono contro gli operai “stagionali” venuti dall’Italia per trovare un impiego nelle saline: il bilancio fu di 9 morti accertati e di decine di dispersi. Nel 1910 a Tampa, in Florida, due italiani furono linciati dalla folla inferocita perché avevano rotto lo sciopero in una fabbrica di sigari accettando di lavorare come crumiri. E nel 1934 a Kalgoorlie, in Australia Occidentale, si scatenò un vero e proprio pogrom antitaliano: tre dei nostri connazionali furono uccisi, decine feriti , le loro case e i loro negozi dati alle fiamme.

Oggi in Italia accade che la presenza sulle strade di prostitute ucraine, moldave, rumene, albanesi o nigeriane faccia pesare sugli appartenenti ad alcuni gruppi etnici l’ignominosa nomea di essere vili sfruttatori e di non avere alcun rispetto per la dignità umana e per il pudore. Se questo fosse vero per loro, lo sarebbe anche per noi: tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento numerosissime furono le fanciulle italiane adescate e vendute da loro connazionali affinché lavorassero nei bordelli di mezzo mondo. Le italiane erano particolarmente apprezzate in Egitto dove approdavano ragazze provenienti dalla Calabria, da Napoli, da Firenze, da Padova, da Milano, da Venezia; le quali, oltre che al Cairo, erano richiestissime ad Algeri, a Porto Said, a Tripoli, a Bengasi, a Malta.

E neppure i bambini erano risparmiati dallo sfruttamento. Fin troppo nota è la tradizione delle famiglie indigenti di alcune zone del Piemonte di vendere i figli affinché intraprendessero la durissima professione di spazzacamino al servizio di un padrone in giro per l’Europa. Ma in realtà abbiamo venduto bambini a tutti: ai vetrai francesi e a quelli di Pittsburgh, ai costruttori svizzeri, alle fornaci della Baviera, dell’Austria, dell’Ungheria, della Croazia, alle miniere del Gard.

Nei nostri tempi, specialmente dopo l’attacco alle Torri gemelle, una delle paure più comuni che accompagna l’ingresso in Italia di immigrati provenienti dal mondo islamico è quella del terrorismo. Ma fra i primi veri terroristi internazionali ci furono degli italiani. Gli anarchici provenienti dal nostro paese, generosi e folli (tanto da meritare l’onore di essere celebrati ancora in anni recenti nelle canzoni di due dei nostri maggiori cantautori, Francesco Guccini, con La locomotiva, e Fabrizio De Andrè, con Il bombarolo), per anni seminarono il terrore in giro per il mondo. Nel 1894 l’anarchico Sante Casero uccise il presidente francese Sadi Carnot; nel 1897 l’anarchico pugliese Michele Angiolillo assassinò il primo ministro spagnolo Antonio Cánovas del Castillo. Nel 1898 a cadere a Ginevra per mano di Luigi Luccheni, residente in Francia ma figlio di un italiano, fu l’imperatrice Elisabetta d’Austria, la famosa Sissi. Gaetano Bresci, l’assassino di re Umberto I, era un italiano emigrato negli Stati Uniti: viveva a Paterson dove, su una colonia che contava 10mila italiani (compresi le donne e i bambini), gli anarchici erano 2500.

Del resto anche gli Stati Uniti ebbero la possibilità di fare conoscenza diretta degli anarchici italiani: il 16 settembre 1920 Mario Buda, nativo di Savignano presso Forlì, fece saltare in aria la banca Morgan e devastò Wall Street con un carretto carico di dinamite. I morti furono 33 e i feriti più di 200, in quello che rimase il più sanguinoso attentato terroristico in territorio statunitense prima degli anni novanta del Novecento. Pochi anni dopo, nel 1933, Emilio Zangara tentò di uccidere il presidente Roosevelt, appena insediatosi alla Casa Bianca.

Tra gli anni venti e trenta le gesta dei nostri anarchici raggiunsero persino l’Argentina dove l’abruzzese Severino De Giovanni causò in diversi attentati la morte di una ventina di persone e, prima di essere catturato e fucilato, tentò addirittura di far saltare in aria la cattedrale di Buenos Aires.

Nonostante tutto questo, nonostante i nomignoli spregiativi che ancora negli anni sessanta e settanta ci affibbiavano in Svizzera e in Germania, nonostante le ombre che le attività criminali della mafia gettavano sui nostri connazionali emigrati, nonostante anni di stenti, gli italiani, a poco a poco, sono riusciti a integrarsi perfettamente nei paesi che li hanno accolti: è accaduto negli Stati Uniti come in Argentina, in Germania come in Australia. Per di più molti lo hanno fatto conservando parecchi dei tratti caratteristici della propria identità originaria, che sono diventati il loro portato originale alla nuova identità nazionale che hanno assunto.

Alla luce di tutto questo vale la pena chiederci se l’esperienza degli italiani emigrati possa insegnarci qualcosa su come gestire l’immigrazione che ora ha come meta il nostro paese. Mi pare che fino ad ora in pochi se lo siano domandato veramente. Non lo fa nemmeno Giovanni Sartori che pure, in Pluralismo, multiculturalismo e estranei analizza con straordinaria acutezza i modelli attraverso cui è perseguibile l’integrazione di una comunità di migranti in un paese straniero.

Per Sartori è impensabile prendere ad esempio l’irripetibile esperienza del melting pot statunitense, che ha potuto realizzarsi solo in condizioni molto particolari, in un paese “giovane” e con grandi spazi a disposizione; per di più, proprio negli ultimi anni il melting pot sembra mostrare i primi segni di crisi, e gli stranieri di più recente immigrazione (gli asiatici e i latinoamericani in particolare) paiono restii a riversare senza remore nel crogiolo americano tutto ciò che li tiene culturalmente e affettivamente legati al loro paese di origine, la lingua in primo luogo.

D’altra parte, puntualizza il politologo, il multiculturalismo puro, che nasce da un indifferenziato riconoscimento e anzi dalla salvaguardia della legittimità di qualsiasi abitudine comportamentale che si faccia risalire a una tradizione culturale (non importa quanto in contrasto con gli usi, i costumi e le regole del paese che l’accoglie) non porta all’integrazione e a una serena e civile convivenza di uomini appartenenti a diversi gruppi etnico-culturali; al contrario conduce a una ghettizzazione delle diverse comunità, che tendono a trasformarsi in caste e a non comunicare più fra loro. Il risultato può essere quella che Sartori chiama una “balcanizzazione” sociale: il costituirsi in un medesimo paese di una serie di gruppi di diversa estrazione nazionale che convivono fianco a fianco ma non condividono nulla, fra i quali persiste una latente conflittualità che rischia di manifestarsi improvvisamente in modo violento. Questo è per Sartori il maggior pericolo che corre l’Italia di oggi se adotta strategie di integrazione sbagliate; lo dimostrano, in parte, i casi della Francia e della Gran Bretagna dove i cittadini provenienti dalle ex colonie, con i quali si è preteso di dar vita a una società multiculturale, non si sono mai veramente integrate. I disordini recentemente scoppiati nelle periferie di molte città transalpine ad opera di giovani maghrebini, e gli attentati alla metropolitana di Londra del luglio 2005, compiuti per mano di cittadini britannici di origine pakistana, sembrano dargli ragione.

Il modello proposto da Sartori è un altro: egli oppone alla società multiculturale la società pluralistica, che è fondata sulla reciprocità del principio della tolleranza, tiene adeguatamente separati i domini della religione della politica e dell’economia, e soprattutto si basa sull’esistenza di quelle che Sartori chiama cross-cutting cleavages: linee di divisione intersecanti. In altre parole, le differenze etniche, religiose, sociali, culturali non seguono le stesse linee di demarcazione, collegando in modo complesso gli individui che convivono all’interno della medesima società.

Sartori ha certamente ragione, anche se la piena realizzazione di una società pluralistica come la intende lui, mi pare, può essere un obiettivo perseguibile solo nel medio-lungo termine – a partire, diciamo, dalla seconda generazione di immigrati –, e governabile fino a un certo punto.

Quello che in realtà i nostri emigranti ci insegnano dai paesi più lontani è che la conservazione gelosa delle tradizioni culturali e anche delle piccole abitudini legate al paese natio in un contesto diverso è un momento fondamentale e una tappa obbligata nel processo di inserimento dell’emigrante nel paese che lo accoglie.

Quando si ragiona di certi problemi non si può mai trascurare la prospettiva del singolo individuo, che inevitabilmente vive l’emigrazione anche come un’esperienza di sradicamento e di estrema solitudine, ed è portato ad aggrapparsi a tutto ciò che gli ricorda la patria e a legarsi soprattutto ai compatrioti coi quali condivide la sua avventura. Solo in un secondo momento l’apertura verso il nuovo può prendere davvero piede, e si può cominciare a parlare di un reale percorso di integrazione basato su uno scambio osmotico fra le due culture che si incontrano e sulla rinegoziazione, da parte dell’emigrante, dei principi su cui si fonda il rapporto con il suo “nuovo mondo”.

Ma questo può avvenire con una certa rapidità solo se collettivamente accettiamo un confronto aperto e rispettoso, privo di irrigidimenti dogmatici, con tutti coloro che entrano “in casa nostra”, accollandoci anche i rischi che tale confronto comporta. E un paese che santifica Oriana Fallaci dimostra di essere lontano anni luce da tutto ciò.     

 

Stefano Gianni

 

 QUANDO LA GENTE DI GERENZANO ANDAVA IN AMERICA

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