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Federico
Barbarossa, l'abate e Gerenzano
Il primo
documento riguardante Gerenzano pervenuto fino a noi e’ stato scritto nel 1174 a
Pavia, l’anno in cui Federico Barbarossa scese in Italia con l’intenzione di
sbarazzarsi di tutte le citta’ ribelli del nord Italia. Il documento si chiama
“Carta commutationis” ed e’ stato menzionato per la prima volta da Don Banfi nel
suo bel manoscritto sulla storia di Gerenzano che si trova in biblioteca.
I fatti:
Nell’anno 1174
La “curtis di Gerenzano”
viene
ceduta dall’abbazia di San
Pietro in Ciel d’oro alla famiglia Mainerii (valvassori
milanesi) in cambio di territori nelle vicinanze di Pavia ( S. Giuletta e
Olezola).
L'alienazione
della curtis di Gerenzano fa parte di una politica economica tendente alla
progressiva alienazione dei beni posseduti dal monastero di San Pietro in Ciel
d’oro di Pavia in aree lontane (erano probabilmente donazioni imperiali
risalenti al periodo longobardo) in cambio di altri
terreni
nelle vicinanze di Pavia
e di una somma di denaro.
La permuta
consente di aggirare la proibizione generale di alienare i beni ecclesiastici.
Due sono i vantaggi che S. Pietro in Ciel d'Oro sortisce nell'operazione:
innanzitutto l'acquisto dei più vicini possedimenti di S. Giuletta e di Olezola,
in secondo luogo la disponibilità di una forte somma di denaro per il pagamento
di un debito contratto dal monastero. |
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Riassunto
dell’atto (Carta commutationis 1174 marzo 20, Pavia):
Olrico, abate di San
Pietro in Ciel d'Oro, dà
in
permuta a Mainerio di Milano, tutte le case e le terre che il monastero aveva
nella
curtis di Gerenzano (eccettuata la chiesa di
S. Martino,
ai chierici della quale i Mainerii dovranno offrire ogni anno un pasto alla
festa del santo come il monastero era uso fare) e altri terreni a Turate,
Rovello, Rescaldina, Saronno ecc.. L'abate riceve in cambio S. Giuletta e di
Olezola
(circa 1 kmq di prati e campi arabili vicino a Pavia) e seicentotrentadue lire
di moneta nuova milanese per estinguere un debito contratto dal monastero, del
quale debito i Mainerii ricevono dai creditori le relative carte.
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Il
contesto storico:
In quegli anni era in atto la forte
competizione fra il potere imperiale (Federico Barbarossa) e la chiesa (Papa
Alessandro III) e si stava delineando una nuovo ordine politico. Pavia era
legata all’imperatore e Milano, smaniosa di diventare comune autonomo, era
legata,
per convenienza, al papato. In questi anni di incertezza la curtis di
Gerenzano, pur essendo di proprieta’ della abbazia di Pavia, gravitava
nel territorio controllato da
Milano e,
nel caso di sconfitta
di
Federico Barbarossa, si sarebbe trovata in territorio
straniero.
Inoltre tenersi la chiesa di San Martino a Gerenzano equivaleva, per l’abate,
avere una ambasciata all'estero per ogni evenienza.
La permuta avviene nel 1174, l’anno della discesa di Federico Barbarossa per la
quinta volta in Italia. Barbarossa era deciso a schiacciare i Lombardi,
altrettanto i Lombardi lo aspettavano con la stessa determinazione per
schiacciare lui. Due anni dopo nel 1176 Federico Barbarossa viene sconfitto a
Legnano. La battaglia è vinta soprattutto dai Milanesi, e Milano ne approfitterà
per perseguire i propri interessi di potenza regionale. Dunque l’abate di San
Pietro in ciel d’oro aveva visto giusto ed aveva capito che bisognava
concentrare le proprieta’ attorno a Pavia e sbarazzarsi dei possedimenti troppo
periferici.
Chi era la famiglia Mainerio?
Erano dei valvassori milanesi (come la
famiglia Crivelli, proprietaria di Uboldo) molto potenti ed influenti.
Dove
si trovava la corte dei Mainerii a Gerenzano?
Non esiste nessun documento che possa darci una
mano. L’unica labile fonte di informazione potrebbe essere rintracciabile nei
nomi delle corti. Tra il Vicolo Chiuso e via XX Settembre esiste una corte
medioevale che si chiama del “Principin” (il principe). Potrebbe essere questa
la residenza dei Mainerii?
Dove si trovava la chiesa di San
Martino ?
Non ci sono notizie certe. Qualche anno fa, un
nostro concittadino, Angelo Zoni, ha formulato una
ipotesi molto verosimile riportata sul giornale comunale del 1984.
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Come
racconta questa storia Don Banfi?
Ecco quello che scrive Don Banfi nel suo bel
manoscritto sulla storia di Gerenzano:
“Lunghe e minuziose ricerche, da noi esperite
negli archivi milanesi, ci hanno permesso di raccogliere alcuni elementi storici
che per noi assumono una certa importanza data la mancanza di altri documenti
andati perduti nelle dispersioni dell’archivio parrocchiale, nell’incendio che,
prima di S. Carlo, distrusse l’archivio arcivescovile di Milano. Questi
documenti valgono tuttavia a darci una idea più che sufficiente della vita
religiosa e civile di Gerenzano nella lontana età medioevale.
Un atto del 1095,
forse il primo a noi pervenuto, che ricordi la borgata – ci informa che a
Gerenzano risiedeva un prete Ariberto di Arcisate.
La chiesa che già
certo esisteva, dipendeva dalla chiesa plebana di Appiano.
Un documento
importante per la storia del nostro borgo esisteva tra le pergamene dell’antica,
potentissima abbazia di S. Pietro in Ciel d’oro, ma andò malauguratamente
disperso e ce ne resta solo un riassunto. Da questo apprendiamo che nel 1174 il
Monasterio cedette a certi Rainerio ed Orico, figli del fu Atterrado Rainerio,
tutte le cause e le cose che l’Abate teneva a Gerenzano e Corte, accentuata la
chiesa di S. Martino col suo possesso stabilendo che gli acquirenti “siano
obbligati ai Chierici di S. Martino nel giorno di sua festa, dar loro un pasto
come soleva darlo l’Abate di detto Monasterio”.
Questo atto ci
attesta che, oltre la chiesa parrocchiale esisteva nel nostro paese anche quella
di S. Martino affinché non da solo, ma da più chierici (doveva quindi essere
importante ed avere rendite notevoli) e che dipendeva dall’abbazia pavese.
Apprendiamo anche
che Gerenzano non era un piccolo borgo rurale privo di importanza, ma una Corte
(Curtis) cioè un centro agricolo indipendente, bastante a se stesso, fornito di
tutte le risorse di vita e di difesa e fors’anche di un castello, di cui però si
è perduta la memoria. E’ noto che la corte rurale è uno degli elementi
costitutivi dell’ economia medioevale, la corte possedeva mulini, forni, vasti
granai, magazzini di viveri, ha un suo mercato di prodotti agricoli, una o più
chiese, di solito la curtis civile corrisponde, nell’ordinamento eclesiastico,
alla pieve, o pievania, o talvolta a una circoscrizione territoriale simile
all’odierno vicariato foraneo – ha inoltre spesso alcune opere di difesa, ed è
sede di un giudice che amministra la giustizia nel territorio circostante.
Il fatto comunque
di trovare nominata come corte la borgata, in un atto molto antico, ci lascia
comprendere che doveva essere popolosa, fiorente, fors’anche ricca, mentre dalle
notizie dell’esistenza di due chiese fin dal secolo XII siamo indotti a supporre
che gli abitanti fossero pii e devoti.
La frase “in
Gerenzano e sua corte” che leggiamo nell’atto del 1174 ci permette di stabilire
dunque che il paese costituiva il centro agricolo di un territorio di cui non
conosciamo i limiti, ma che doveva certo essere esteso.” |