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L’ööv
faa ul dì de Nataal el guariss de tutt i maa
Il mese di
dicembre si caratterizza per tutta una serie di riti che indirizzano
alla solennità del Natale: è con Cristina Volontè di Arkaikòs che
percorriamo il sentiero della memoria dei nostri avi, adddentrandoci in
un mondo ormai dimenticato dai più, eppure sempre capace di trasmetterci
forti emozioni.
“I proverbi e le
filastrocche che caratterizzano il periodo natalizio sono numerosissimi:
già quello che riportiamo nel titolo (l’uovo deposto nel giorno di
Natale guarisce tutti i mali) ci fa intuire quale fosse il clima del
mese di dicembre, in attesa del santo Natale.
Nelle terre di Brianza
dicembre, legato ai ritmi dell’attività contadina, vedeva quasi una
pausa delle stesse: “Sumeneri desembrin el var gnanca trii quatrin”(seminare
in dicembre non rende).
I nostri nonni si
preparavano alla solennità del Natale con giorni d’anticipo: dalle
partecipazioni intense alle celebrazioni dell’Avvento ed alla Novena
vera propria, sino ad arrivare al giorno di festa (“fa Natal”),
tutti i membri della famiglia erano coinvolti. Ai primi di dicembre si
doveva “maza ùl purcel” (uccidere il maiale) di proprietà
se fortunati - anche se, in questo caso, le parti migliori sarebbero
state destinate ai “doverosi” omaggi per ingraziarsi qualcuno importante
– oppure quello del padrone; si continuava a tenere d’occhio “ùl
capun” che sarebbe servito per il pranzo di Natale. Le stalle
venivano ripulite e “se lustrava la cà” per l’arrivo del
parroco che impartiva la benedizione natalizia, vissuta con un timoroso
rispetto che forse s’è perso: i pochi soldi che si offrivano arrivavano
davvero da privazioni quotidiane laddove già la miseria più nera era
sovrana. Si cercava il muschio fresco per il Presepe e si metteva da
parte un grande ceppo da far bruciare nel camino il giorno di Natale. E
si arrivava, così semplicemente, alla festa tanto attesa, senza lo
stress della ricerca dei doni perché nelle nostre terre tale moda è
assai recente: prima si usava far trovare ai bambini qualche mandarino,
qualche ”spagnoletta”, qualche caramella, una bambolina di cenci, (uno
di questi, si badi bene, non tutti insieme) nella “calzèta” o nel
“zocur” appesi al camino per l’Epifania “che tut i fest se
porta via”.
Il giorno di Natale era
tradizione non fare alcun lavoro per il rispetto della festività: anche
il pranzo di mezzogiorno veniva, generalmente, preparato in anticipo e
non si usava rifare neanche i letti. Il mattino si accendeva nel
focolare il grosso ceppo che era stato tenuto per Natale e lo stesso non
veniva bruciato tutto: se ne teneva da parte un pezzo che sarebbe
servito per occasioni “speciali”: quelle in cui sarebbe tornata utile
una “spintarella” divina per far andare per il verso giusto le attività.
Un’esempio per tutti, l’accensione del pezzo di legno natalizio nel
periodo dei bachi da seta, all’epoca della chiusura nel bozzolo onde
propiziare il successivo raccolto.
La Messa era preceduta da
una scampanata solenne, naturalmente eseguita a mano dai campanari, poi
vi era una sosta al cimitero “perché i Mort vuten semper”
(perché i Morti aiutano sempre) e si rientrava in casa “per saràs
dent a fa Natal”. A pranzo c’era il bollito, si preparava il risotto
e così si stava insieme sino a sera. Si avanzava un pugno di riso per le
bestie, anche qui quale segno beneaugurante, e “bisugnava lassà una
feta de panetun per San Bias”, protettore della gola, perché non era
possibile acquistarne un altro per tale ricorrenza. Nella mia famiglia
ancora si parla di una zia molto golosa che non riusciva a stare lontana
da quella fetta avanzata per san Biagio: nella ricorrenza del santo, il
3 febbraio, non mancavano sgradite sorprese e dure reprimende alla
stessa da parte di tutti i famigliari!
E dopo questo pranzo
memorabile, (“fa Natal” appunto, che ancora oggi nel nostro
dialetto ha il significato di un grande pranzo), all’imbrunire ci
si ritrovava nelle stalle ben pulite ed al lume delle candele si
recitava il Rosario, si narravano favole ed anedotti, si cantavano
filastrocche e canzoncine magari come questa:
e l’indomani si
riprendevano le quotidiane fatiche anche se il 26 dicembre per le coppie
che avevano lasciato la casa dei genitori v’era l’uso “de n’da a fa
san Steven” cioè di pranzare a casa dei vecchi genitori”.
Cristina Volontè
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