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Chiesa San Pietro e Paolo, Gerenzano


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Due Santi….molto
speciali
Nel fiorire di feste
legate ai Santi del mese di gennaio un’attenzione particolare veniva
dedicata anche a Sant’Antonio Abate (17 gennaio) ed a Santa
Liberata (18 gennaio).
Sant’Antonio Abate
era considerato - con San Sebastiano e San Rocco- il protettore degli
animali. Nella diffusissima iconografia contadina ottocentesca, era
raffigurato sui muri delle stalle con una lunga barba bianca, il bastone
con in cima un campanello, la bisaccia sulle spalle, un maialino ai suoi
piedi e una fiammella sullo sfondo. Il campanellino è forse da
ricondursi ai monaci antoniani che, dalla fine del Duecento, curavano i
malati contagiosi (che si avvicinavano, in epoche passate, avvisando
col suono di un campanello): Sant’Antonio veniva invocato per la cura
dell’herpes, più noto come “fuoco di Sant’Antonio”. Inoltre, dal maiale
veniva ricavata anche la sugna (grasso di maiale) che era considerata
portentosa per curare per l’appunto l’herpes, nonché i dolori di gambe e
le forme artritiche. Il Santo era considerato anche protettore dagli
incendi ed anticamente i fornai non accendevano i forni nel giorno della
sua festa. E, forse, a ciò è collegabile l‘uso di preparare un grosso
falò da accendere la sera del 17: si preparavano “i fassin” (le
fascine) per lo più con “i margasc (fusti del granoturco) che
producevano molta fiamma ma, per contro, bruciavano in fretta. Si
attendeva il parroco per una benedizione e poi si accendeva il falò:
tortelli e vin brulé sono arrivati in epoca posteriore, quando siamo
diventati un po’ più ricchi….
Concludo il piccolo
percorso con una delle tante filastrocche a lui dedicate:”Sant’Antoni
gluriùs/damm la grazia dè fa ‘l murùs/damm la grazia de fal
bèll/snat’Antoni del campanèll”. (Sant’Antonio glorioso/fammi la
grazia di trovare il fidanzato/fammi la grazia di trovarlo
bello/sant’Antonio del campanello).
Santa Liberata,
di incerta storicità, è stata molto popolare nell’Ottocento, ritenuta
patrona delle partorienti in difficoltà che così la invocavano: “Santa
Liberata, liberé che la dona ché “. Gottifredo da Bussero,
parroco di Rovello e noto per il suo elenco, redatto attorno al 1260,
relativo ai santi venerati nella diocesi di Milano, scrive che si fece
monaca con la sorella Faustina per evitare i dolori del parto e la
sofferenza per la morte dei figli e del marito, dopo aver visto le
lacrime di una donna ai funerali dei suoi cari. Ma in Brianza altre
biografie sono fiorite: scrive D.F. Ronzoni che taluni la vogliono terza
figlia del duca di Cassago, fuggita da casa per i maltrattamenti della
matrigna per raggiungere le sorelle maggiori in convento. Durante la
fuga, attraverso un bosco, il suo passaggio si ricopre di mughetti (lirétt)
nonostante la neve. Viene raggiunta dai soldati del padre che la
riportano al castello ove viene crocefissa per ordine della matrigna. In
alcune raffigurazioni dei primi decenni del Novecento la santa è
rappresentata per l’appunto crocefissa.
V’è da aggiungere per
completezza che, dopo il parto felicemente concluso, veniva invocato San
Mamete perché concedesse latte in abbondanza: il “pan di fioeu”
(pane dei bambini).
Concludo, però, con due
proverbi ispirati ad altri santi del mese di gennaio che rendono bene la
centenaria sagacia contadina: “San Sabastian frecc de can”,
“Sant’Agnesa, un’ura destésa” (rispettivamente 20 e 21 gennaio: per
San Sebastiano Un freddo cane, per Sat’Agnese un’ora in più di luce per
il lavoro)
Cristina Volontè
Arkaikòs Onlus
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