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MAGGIO
“Magg maggengh di sett merend, damen vuna che sun cuntent”

Il mese di maggio era caratterizzato da una frenetica attività relativa ai campi.” Si partiva dalla prima fienagione, detta “magèngh” e questo primo taglio d’erba – che era la migliore – ci porta al proverbio del titolo: le lunghe ore passate nei prati vedevano magari una sosta per “la merenda”. Chi non aveva questa possibilità – e, ad onor del vero, erano in parecchi – faceva voti per averne “almeno” una! Altri detti, relativi alle condizioni metereologiche del mese, erano “magg succ, gran per tucc”  e “magg piuvent, tanta paja pocc furment” senza bisogno di traduzione alcuna.

 

Il mese di maggio era anche dedicato ai matrimoni, alle “rogazioni”  ed al culto della Madonna. Oggi ci soffermiamo sui matrimoni celebrati nel mese in questione e che avevano alle spalle un lungo periodo di “preparazione” risalente ai lavori di tessitura, ricamo e confezione della “dote”: sin da piccole alle fanciulle venivano insegnate queste arti ritenute indispensabili per una futura massaia. D’estate nei cortili delle cascine, d’inverno nelle stalle per sfruttare il tepore emanato dalle bestie, gruppi di ragazze e donne filavano, tessevano, ricamavano o sferruzzavano, facevano cioè “ùl scàlfin”: non dimentichiamo che in dialetto i calzettoni invernali ruvidi fatti a mano si chiamano “scàlfarott”.

Mi piace qui ricordare anche due altre usanze: la prima riguarda la scelta dei futuri sposi. Una volta non c’era la possibilità di conoscere tante persone come oggi: i lavori quotidiani prendevano quasi tutto il tempo disponibile. Però c’era chi, per lavoro, girava nelle cascine e nei paesi  e fungevano sovente da sensali di matrimonio, osservando e riferendo su ipotetiche future spose, o mariti. Se il contratto nuziale proposto andava in porto (cioè si faceva “sett e mézz”, come si diceva) questi ultimi ricevevano in cambio una camicia bianca dalla sposa. Sempre in tema di matrimoni, vi era un’usanza, ancora attestata nella metà dell’Ottocento, secondo la quale la sposa portava “la schirpa”: così veniva denominato il corredo personale e quello della casa, che veniva puntualmente elencato. Nei documenti che ho reperito nelle mie ricerche si indicano, oltre a pochi gioielli (ad esempio “un para de bucùl” cioè orecchini di solito pendenti, “una crùs d’ora cul fìrel”, una croce d’oro con catenina, regalo magari della Prima Comunione, una “spila d’ora”), si potevano trovare: “scusà de cùtun”, abiti da casa/lavoro in cotone; ”gipùnit” maglie di lana grossa, “pànett de fanèla” cioè un fazzoletto da usarsi per la testa od il collo in flanella, “camìs de tela e de lin”, sutanìt” gonne sia bianche che nere in lino misto o tela cotonata, “calzett” di filo di lino. Ancora,   una “prepunta per ùl lecc” cioè una coperta pesante per il letto fatta con la  “luàta” una specie di cotone, “fùdrett” cioè federe per i cuscini, “serviett” salviette di solito di 2 tipi e cioè in tela grossa per uso quotidiano e di lino, magari ricamate, per i “dì de festa” e via di questo passo.

Facevano parte della “schirpa” anche “cumò de nùss” cioè una cassettiera per la stanza da letto, una “cadreghéta” cioè una piccola sedia, un quadro della Madonna – da mettere ai piedi del letto” – la lana per i materassi e la stoffa necessaria per lenzuola, che veniva misurata a “braccia” (circa ottanta centimetri/1 braccio). E non poteva mancare, per quelle più fortunate, per il giorno delle nozze la “sperada” (gli spadini) d’argento che ornavano la crocchia dei capelli delle nostre nonne.

E, per concludere, una bellissima chicca degli avi “Tùcc i ros g’hann spìn spungiùs, ma dumà per i curiùs” (tutte le rose hanno spine pungenti, ma solo per i più curiosi!).

   

    Cristina Volonte'