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NOVEMBRE
"Nuvember l’è cain: se te paghet minga ul ficc, te fan fà san Martin”

Questo vecchio proverbio (novembre è cattivo come Caino: se non paghi l’affitto ti fanno fare san Martino, cioè traslocare) è quello che secondo Cristina Volontè di Arkaikòs Onlus  ben connota il mese in questione. Abbiamo chiesto a Cristina di ripercorrere per noi i detti, le usanze ed i costumi che hanno caratterizzato le attività dei nostri nonni in novembre.

Cominciamo dal proverbio del titolo: generalmente l’11 di novembre (giorno di san Martino) scadevano i contratti di affitto per terreni ed abitazioni. Se non si aveva la possibilità di onorare tale scadenza (pagà ùl ficc) perché magari l’annata era andata male o perché spese improvvise – tipo malattie et similari – avevano prosciugato i già pochi quattrini messi tenacemente da parte, si era costretti a lasciare i locali, e la terra ovviamente: credo sia abbastanza nota l’immagine di un contadino che, nell’aia di una cascina, carica le proprie poche cose su un carretto e con moglie e figli mestamente se ne va da un’altra parte, in cerca di miglior fortuna.”Ul ben del padron l’è com’è  ùl vin del pestun che alla matina l’è bun e alla sira l’è guast” (Il bene del padrone è come il vino del fiasco – pestun è un fiasco verdognolo con il ventre simile a un grosso cilindro mozzo, da cui esce improvviso il collo a tubo – che al mattino è buono e la sera si è già guastato).

D’altro canto è pur vero che i contratti di affitto, da epoca remota, erano caratterizzati da una pressante pressione fiscale che causava, tra l’altro, staticità all’agricoltura e poneva sull’affittuario tutti i gravami economici derivanti dalla proprietà e che prevedevano, magari, anche la corresponsione della “buona uscita” del precedente affittuario posta a capo di quello nuovo che subentrava! Ad onor di cronaca debbo pure aggiungere che ancora durante la metà del secolo scorso tali contratti “capestro” erano ben presenti nei nostri territori: ne abbiamo trovati, e non pubblicati per ovvie ragioni di privacy, anche nei “chronicum” delle parrocchie. Alcuni di essi contenevano pure suppliche, indirizzate ai proprietari, che, nei casi in esame erano i parroci, affinchè venissero concesse dilazioni per l’impossibilità di onorare l’impegno economico assunto. E, a mio modo di vedere, non può non apparire quanto meno singolare l’abbinamento di tale scadenza con la festa di san Martino: il vescovo di Tours è passato alla storia anche e soprattutto per il famoso episodio del mantello diviso a metà con un povero quando era ancora legionario romano….

San Martino viene anche ricordato dai proverbi perché “a san Martin tùtt ul most l’è vin”: cioè per l’11 novembre la torchiatura dell’uva doveva essere terminata e, ancora, perchè “l’estàa del san Martin le dùra tri dì e un grizzin” cioè, nei tempi in cui le stagioni erano ancora tali, pur essendo iniziato novembre con i suoi freddi e le prime nebbie, nei giorni a cavallo di questa ricorrenza si verificava il fenomeno di un piccolo ritorno delle belle giornate, ed anche perchè “A san Martin l’invernu l’è visin” che credo non abbia bisogno di traduzione alcuna.

Inoltre, in questo mese era possibile che ai contadini, vista la poca attenzione che necessitavano le culture, venisse richiest dai padroni l’adempimento di alcuni dei cosidetti “pendizii” del contratto d’affitto: si trattava di giornate che i nostri prestavano praticamente gratis (o, se fortunati, venivano detratti dall’affitto) per tagliare alberi e farne legna da ardere, ripulire i boschi, piccoli lavori di manutenzione – se capaci – alle case e stalle e via di questo passo. Il proverbio tramandato ben esprime questo periodo: “Per la Presentaziun via la vanga e fora ùl resegun” cioè per il 21 novembre – presentazione di Maria al Tempio - si smetteva di vangare e si iniziava il taglio degli alberi dei boschi con la grossa sega detta “resegun”. Ve n’è anche un altro che la dice lunga sulla saggezza dei nonni, sempre a proposito di lavori nei boschi: “Un busch lìga l’alter” cioè i virgulti del bosco del vicino venivano utilizzati per legare le fascine del bosco nel quale si sta lavorando. I più fortunati dei nostri nonni, generalmente i ragazzini, venivano mandati “ a bottega” per “imparà un mestèe”: le legioni di artigiani del legno che, in concomitanza della crisi dell’agricoltura, hanno deciso di cambiare mestiere trovano lontane origini da queste consuetudine. Sappiamo, inoltre, che in questi periodi di “vacatio” anche gli uomini usavano i telai di casa, presenti soprattutto nell’alta Brianza, per sopperire alla domanda dell’industria tessile e tentare di arrotondare bilanci decisamente magri.

Una consuetudine novembrina dei nostri contadini era quella di trasformare i galli in capponi per Natale: dopo la castrazione ed il taglio della cresta, i capponi venivano posti all’ingrasso, magari utilizzando per i più riottosi anche un tipo di alimentazione forzata che consisteva nello spingere in gola il cibo… Per Natale sarebbero stati regalati alle persone importanti con le quali era bene mantenere ottimi rapporti. Don Abbondio docet!  In ogni caso: “In duu a un capun e in quatter a un resegun”, cioè un cappone basta per due persone mentre per lavorare bene bisogna essere nel numero giusto, cioè per usare un grosso segone sono necessari quattro segatori.

Su novembre ci sarebbe ancora molto da dire: ricordo velocemente la commemorazione dei defunti che è sempre stata molto presente nella nostra cultura. “Regurdàs di sant e mort l’è un grand cunfort” (ricordarsi di santi e morti è un grande conforto); “La benediziun di nost mort la salva la cà e quej che gh’è dent” (la benedizione dei nostri morti salva la casa e che ci abita). A questo proposito aggiungo che era uso, da tempi remoti, la sera dei Morti lasciare un piatto di castagne lesse, pane e acqua a tavola: servivano ai cari estinti che venivano in visita e cercavano un segno tangibile del ricordo dei vivi. Si mettevano anche lumini sugli usci, balconi e finestre quale benvenuto.

A proposito delle ricorrenze dei santi e dei morti: “Al dì di Sant, guantin e guant”  era il momento di cominciare a coprirsi. Iniziava anche il periodo di raccolta di verze e barbabietole: “se andava in e l’ort a tastà i sciroeu di verz e streppà sù i beedrà” cioè ci si recava nell’orto per vedere se le verze era mature e si raccoglievano le barbabietole (beedrà). In queste ricorrenze era uso anche preparare la prima “cazzoeula”, antico e tipico piatto delle nostre terre che vede l’utilizzo delle verze e di altre vedure quali cipolle, carote, sedano e l’insostituibile presenza del maiale nelle sue varie parti: “ul mus”, “i pescioeu”, “i custin”, “i cudigh”, e la salsiccia. Anche “la busecca”, cioè un piatto di trippa, costituiva motivo per celebrare le festività.

Sempre a proposito di santi: “Tucc i sant voeren la sua candila” (ogni santo vuole la sua candela), “A santa Caterina liga i vacc in cassina”(per santa Caterina – 25 del mese - non lasciare pascolare le mucche fuori); “A santa Caterina ul frecc el se rafina”  (…il freddo si fa sentire); “Se te voret un’oca fina, ingrasela per santa Caterina” senza bisogno di traduzione; “A sant’Andrea munta ul frecc in cadrega” (a sant’Andrea – 30 corrente – il freddo si fa sentire, sale sulla sedia).

Concludo questo percorso  con un’altra perla di saggezza popolare: “Tucc voeren n’da in Paradìs, ma nissugn al mund de là!”

Cristina Volonte'    

 

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