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L’eleganza dei nonni e la “sperada” delle nonne
I nostri
avi, anche se molto poveri, non rinunciavano all’eleganza secondo i
dettami del tempo.
All’epoca
di distinguevano gli abiti “del lavurà” da quelli “de la festa”:
per tutti i giorni le donne indossavano una gonna lunga nera a o
fantasia minuta (la “sùtana”), una camicetta di cotone o flanellina (“ùl
curpett”) e l’immancabile scialletto incrociato davanti (la “lùsia”
o anche “ùl scialett” ) e, sopra la sottana, un grembiulone (“ul
scusàa”) che copriva per intiero la gonna. La testa era coperta da un
fazzoletto (“ùl pànètt”) di cotone o flanellina a piccola fantasia o
colore unico con i bordi più marcati inaltra tonalità; per andare in chiesa
si usava coprire il capo con uno scialle nero. Non vi era l’abitudine di
mutare sovente gli abiti (anche perché non se ne possedevano), tutt’al più
di cambiava “ùl scusàa” che, detto per inciso, andava bene sia per lavorare
nei campi e nelle stalle che, poi, in cucina…
Nei giorni di festa veniva
usato l’abito “buono”: gonna di stoffe più ricercate o con disegni più
appariscenti e camicette ricamate o con l’aggiunta di pizzi per coprire lo
scollo. Anche lo scialle era diverso da quello usato quotidianamente e
faceva parte della dote che la futura sposa doveva predisporre sin da
ragazza. In epoche più recenti, le più fortunate possedevano un ombrellino
da sole utilizzato nelle grandi occasioni insieme ai guanti bianchi in
cotone, alla guisa delle ricche milanesi.
Ai
piedi, durante la settimana, zoccoletti di legno e ciabatte di “vera pelle”
per i giorni festivi (“i zibrett” che è un termine assolutamente
arabo per indicare le ciabattine!): solo più tardi arriverà l’uso di piccoli
stivaletti di pelle scura, anche qui per le più fortunate!
Gli
uomini portavano una camicia generalmente bianca in cotone su pantaloni
scuri e un gilet sopra la camicia. In questa camicia era in flanella e
veniva anche usato un mantello scuro – marrone di solito – per difendersi
dal freddo detto “ùl tàbarr”. Per i giorni festivi l’abito “buono”
maschile prevedeva pantaloni scuri e una camicia bianca con un alto colletto
inamidato e una sottile cravatta scura. D’inverno era previsto un
“davantino” di cotone bianco inamidato che veniva indossato sopra la camicia
di flanella e veniva fissato con bottoni ai pantaloni: così poteva sembrare
d’indossare una splendida camicia di cotone.
Il
cappello era onnipresente per gli uomini: quello estivo era detto “magiustrina”
ed era di paglia; in segno di particolare distinzione. E per chi lo
possedeva, veniva usato un bastone da passeggio con l’impugnatura a pomo
detto “giàneta”.
Ma il
sogno delle ragazze da marito ed il vero vanto di ogni donna sposata era
costituito, oltre dall’abbondanza dei capi preparati per la dote, dalla
“sperada”, cioè la tipica raggiera che si portava tra i capelli,
fabbricata generalmente in argento.
L’antico “cùazz” (la raggera) brianzola era composto da uno spillone
con due olive all’estremità, detti, a seconda delle località, “spùntun”
o “gùggiun”, da spilloni detti “spadinn” che venivano regalati
dal fidanzato alla promessa sposa che, dal quel momento, era ufficialmente
impegnata. Infatti le ragazze da marito solevano portare i capelli sciolti
che venivano raccolti per la prima volta, con l’utilizzo dello “spùntun”
allorchè all’orizzonte appariva, con il dono degli “spadinn”, un fidanzato.
Gli
spilloni a forma di cucchiaino, detti “fùseìi” o “spazzaùrecc”
venivano regalati dallo sposo alla moglie il giorno dei matrimonio e altri
venivano aggiunti, nel corso degli anni, per occasioni speciali quali la
nascita di figli o anniversari da ricordare.
E di
tutta evidenza che il numero di questi spilloni costituiva , per la
“spùsa” motivo di orgoglio da esibire in paese a testimonianza
dell’agiatezza del marito e della considerazione in cui era tenuta.
L’acconciatura era elaborata e richiedeva un aiuto esterno: non era semplice
infilare gli spilloni nella treccia di capelli che serviva a coprire lo
“spùntun”; inoltre questa acconciatura doveva servire per parecchi giorni:
vi sono testimonianza che dicono che la “sperada” veniva portata anche di
notte con le ovvie conseguenze in termini di comodità e possibilità di
pettinarli quotidianamente.
L’uso
degli spilloni per acconciare il capo si perde nella notte dei tempi e in
Lombardia è già testimoniata dagli spilloni dell’Età del Bronzo ritrovati
nelle torbiere di queste terre per passare agli “aghi crinali” di età
romana, agli spilloni posti sulle cuffie che coprivano i capelli nel
Medioevo e poi in epoca rinascimentale.
Concludo con la testimonianza del Manzoni che, nei “Promessi Sposi”, così
descrive Lucia: “…usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della
madre……I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca
e sottile drizzatura, si ravvolgevan dietro il capo, in cerchi molteplici di
trecce, trapassate da lunghi spilli d’argento, che si dividevano
all’intorno, quasi a guisa de’ raggi d’un’aureol, come ancora usano le
contadine del Milanese…”.
Cristina Volonte’ (21
Agosto 2005)
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