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“Quell
che fa catà la ciuca l’è semper l’ultim bùceer”
(Quello che
ubriaca è sempre l’ultimo bicchiere)
In
questa stagione si inizia a parlare di vendemmia. Gerenzano nell’ottocento
era famosa per le sue estese vigne che si trovavano nella zona ghiaiosa dove
adesso c’e’ la Cascina Inglesina ed il Centro sportivo. In una mappa del
“Tenimento Demaniale di Gerenzano ed Uniti” del 1876 (vedi figura) tutti
questi campi avevano dei nomi inconfondibili: La vigna dell’Inglese a
ponente, la vignetta, vigna Bazzolino, la vigna Zoni, Vigna Angaroni
Giovanni ed Angelo, vigna Franceschina, vigna del Castiglione, ecc...
Sarebbe
interessante scoprire se qualche vecchio vitigno esiste ancora dimenticato
in qualche angolo nascosto dei nostri cortili, per riproporre, a titolo di
curiosita’ , il vino di Gerenzano. Io lo chiamerei "vigna dell’inglese"
o "vigna del Castiglione".
Vi propongo un percorso tra le
viti, l’uva, il vino e le tradizioni nel nostro territorio, supportati da Cristina Volontè
di
Arkaikòs
Onlus, che ci introduce in questo mondo che ha caratterizzato per secoli
l’economia rurale de nostri nonni. L’associazione Arkaikòs Onlus e’ molto
attiva nella zona di Barlassina, Lentate, Lazzate, con una sezione anche a
Cislago. Matteo Turconi Sormani, Cristina Volontè,
Mirco Cappelli, Abramo Morandi
ne sono il motore. Nonostante Arkaikòs Onlus operi prevalentemente in
Brianza, i riferimenti storici ed anedottici si possono tranquillamente
applicare anche a Gerenzano. Buona lettura. GPA
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Sin dall’antichità è nota la
presenza di viti nella regione tra Milano e Como. Secondo alcuni autori i
longobardi sarebbero giunti nell’Italia settentrionale anche perché attratti
dalla bontà di questi frutti. La presenza della viticoltura, quindi del
vino, divenne indispensabile nel corso dei secoli per due ordine di motivi:
un primo di carattere religioso poiché il vino era indispensabile per la
messa. Un secondo motivo di carattere igienico, poiché il vino, ricco di
particolari sostanze che rendono la bevanda immune da batteri purché ben
conservata, diventava un ottimo surrogato dell’indispensabile apporto di
liquidi. Le fonti d’approvvigionamento d’acqua, se pur non mancavano nemmeno
nel più sperduto insediamento, non sempre erano potabili od esenti da
contaminazioni.
Quanto alle nostre terre si ha
notizia di numerose viti, spesso coltivate nei ronchi, cioè terreni da poco
dissodati e più fertili. Nella valle del Seveso erano particolarmente
presenti sulle coste dei colli morenici, come in Copreno e Birago, Seveso
per l’appunto, ma si trovavano spesso anche nei campi prossimi ai villaggi,
come a Lentate e Camnago. Le nostre vigne non erano particolarmente estese,
però producevano un vino tipico della zona di cui da oltre un secolo non si
ha più memoria. Era il Martesano, un vino che abbondava, ad
esempoio, nelle cantine dei signori Porro di Copreno come ci tramandano gli
inventari del XVI e XVII secolo. Nell’alta Brianza, per contro, il
Pincianel era il vino caratteristico che, magari di scarsa qualità,
non mancava mai nelle cantine dei contadini.
L’uva veniva raccolta in modo
diverso a seconda che fosse destinata al consumo o al vino: quella da
mangiare veniva messa sul fondo del comò, adagiata su strati di carta da
zucchero, e veniva conservata sino a Natale, allorchè veniva posta in tavola
con grande festa. Quella per il vino veniva messa nei tini per la pigiatura
– fatta saltando a piedi nudi sopra il mucchio d’uva – e successivamente
venivano torchiate le vinacce, usando il torchio che quasi sempre aveva il
proprietario dei fondi su cui insistevano le viti. Il mosto veniva lasciato
fermentare e successivamente travasato nelle botti. Un antico proverbio così
recitava: “Utuber te se bel se ùl fen l’è in cassina e ùl vin in del
vassel”. I “vassej” erano, per l’appunto, le botti per il vino.
Ma il vino, per la sua
importanza nell’economia dei nonni, ha prodotto anche una lunga serie di
proverbi di cui ci piace riportarne alla memoria alcuni tra i più
caratteristici: “Fin che dura pan e vin te po impipàssen del
destìn” (fin che durano pane e vino puoi fregartenne del destino); “Pan,
vin e oca, e se’l voor fiucà che l’fioca” (se hai pane, vino e oca se
nevica abbondantemente poco importa); “Ul vin a bun meràa el mena l’òm a
l’uspedàa” (il vino che costa poco è dannoso alla salute); “Ul riss
el nass in l’aqua e el voeur murì in del vin” (senza bisgno, crediamo,
di traduzione!); “Latt e vin tiren su ùl stumeghìn” (latte e vino
aiutano lo stomaco: antica ricetta dei nonni che pare dia sollievo quando si
è accaldati);”Ul pan el ga voor, ùl vin el ga vuraria” (il pane ci
vuole, il vino ci vorrebbe….); “Ul vin el fa sànch, l’aqua la fa tremà i
gamb” (Il vino fa sangue, l’acqua fa tremare le gambe, o, ancoral’acqua
serve solo per lavarsi i piedi!); “Chi sa ul latin, lòda l’aqua e el beef
ùl vin” (Chi sa il latino, intendendo le persone colte, lodano l’acqua
ma preferiscono bere il vino!); “Cunt ùl vin se cascia via la
catramunascia” (Il vino fa scomparire la malinconia); “Om giùen, vin
vèc, furmàc cu’i bùs e femin che salta’n di occ” Uomo giovane, vino
vecchio, formaggio con i buchi e donna appariscente …per star bene!)
“Vit,
donn e murun van
gudùu fin ch’in bun” (Vite,
donna e gelso vanno goduti finchè sono buoni, consiglio quasi identico al
precedente per la buona salute);”Sòta al campanìn gh’è semper pan e vin”
(una credenza popolare diceva che i soli ad avere la dispensa ben fornita
fossero i preti: sotto il campanile ci sono sempre pane e vino); “La
balia bòna la vèn da la cantìna” (Le balia che avevano tanto latte erano
sicuramente quelle che non disdegnavano un buon bicchiere di vino); “L’aqua
la fa marcìi ùl fund di secc e ùl vin el fa cantàa i donn vecc” (L’acqua
fa marcire il fondo dei secchi – di legno - e il vino fa cantare le donne
vecchie) e per finire: “Trist musìn quél che ghe piàs minga ùl vin”
cioè ha il viso smunto colui a cui non piace il vino!
Ma riprendendo il piccolo
excursus di taglio prettamente storico, il vino e la vigna erano anche il
principale bersaglio della tassazione. Sin dalla prima redazione degli
estimi milanesi, la vigna è sempre valutata più d’ogni altro campo e
rispetto ad una brughiera o ad un bosco poteva valere anche 10 volte in più.
Oltre all’estimo si pagava una tassa detta dell’imbottato che non colpiva la
qualità del vino, ma la quantità prodotta nella vigna. Nella pieve di Seveso
questa tassa era riscossa già dal 1466 da Lucia Raventa di Marliano
(Mariano), dal 1496 da Sebastiano Negroboni detto “il Missaglia”, e
successivamente, dal 1538, dalle famiglie Arese e Carcassola. Inoltre,
altre due imposte colpivano la bevanda: una prima era il dazio del vino al
minuto. Esso variava in base alla tipologia di vino venduto ma, di regola,
colpiva il commercio con un’imposta vicina al 20%; ancora, ma solo per il
vino condotto entro le mura delle città, si doveva pagare la gabella alle
porte, cioè circa il 2,5% del valore.
Le vigne erano per lo più
proprietà di famiglie nobili o d’enti religiosi che le affittavano ai
contadini per uno staio di vino alla pertica, cioè per ogni pertica che di
regola produceva circa 50 litri, metà doveva essere corrisposta al
“padrone”. Mentre il contadino utilizzava il vino prodotto per il consumo
della sua famiglia, il proprietario, avendo a disposizione enormi quantità,
lo inseriva nei circoli del commercio e la gran parte approdava nelle
taverne/osterie. Si ricordano diverse taverne nella nostra pieve, sin
dall’epoca più antica. A Copreno una taverna funzionava già al principio del
XVI secolo ed una seconda entrò in funzione poco più tardi. Nello stesso
periodo si ha notizia di una taverna in Barlassina e Camnago; dal XVII
secolo le taverne/osterie erano presenti in quasi tutti i paesi della pieve
e punti di “ristoro” erano anche ben collocati lungo le principali vie di
comunicazione per “dare conforto” ai viandanti”…come ben attestato anche da
epoche più antiche.
Cristina Volonte’ (21
Agosto 2005)
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