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I FAGNANI, feudatari di Gerenzano e Robecchetto con Induno

 

Seconda parte: dal IV Marchese Don Giacomo alla vendita delle proprieta' di Robecchetto nel 1915

 

Giacomo, quarto marchese di Gerenzano (1740-1785), conosciuto anche per essere stato il primo impresario del Teatro alla Scala, ove i Fagnani avevano due palchi, sposò Costanza Brusati dei marchesi di Settala. Giocatore e libertino, morì ancor giovane per una malattia venerea.

Costanza Fagnani fu una delle più note figure del Settecento milanese.

Sposa diciannovenne di Giacomo, insieme al marito si diede alla bella vita ed entrambi furono grandi viaggiatori (Firenze, Roma, Napoli, Londra).

Costanza era famosa nella società dell’epoca, non solo per le sue immense pettinature e per le sue vesti “alla moda”, ma anche per i numerosi cavalier serventi che l’attorniavano e per i dissidi coi suoceri, che avevano osteggiato il matrimonio, forse anche perchè la sposa era di recente nobiltà.

Nè, evidentemente, bastò la pingue dote di Costanza, il cui patrigno era il ricchissimo fermiere Giacomo Mellerio

A Londra nacque la prima figlia della coppia, Maria Emily (detta Mie-Mie); i pettegoli attribuirono la paternità della bambina a Lord March. La bambina, dopo varie traversie, trascorse la sua giovinezza prevalentemente in Inghilterra, dove sposò il conte di Yarmouth (poi lord Hertfort), pari del Regno, uno dei più ambiti giovanotti inglesi.

Dal matrimonio di Costanza e Giacomo nacquero anche Federico e Antonietta.

La marchesa fu sicuramente persona brillante, spiritosa ed allegra, molto “moderna”, degna figlia del gaudente Settecento.

Giacomo Fagnani si ammalò di sifilide; impazzito e cieco, venne interdetto e trasferito definitivamente in una casa di campagna della famiglia (Gerenzano, Castellanza o Robecchetto non si sa, personalmente propendo per Gerenzano), dove morì a 45 anni; la moglie assunse l’amministrazione dell’ingente patrimonio della famiglia. Costanza morì a Misinto.

 

I tre figli della coppia furono famosi, anche se per motivi diversi.

 

Maria Emily (Mie-Mie) (1771-1856), nata a Londra, venne allevata da George Selwyn che per la bimba sentiva un autentico amore paterno.

Dopo il matrimonio con il ricchissimo Lord Herfort e la nascita del figlio maschio, Mie-Mie si trasferì a Parigi, dove si diede alla vita brillante e morì nel 1856. Alla morte del fratello Federico, intentò causa (documentata anche nell’archivio parrocchiale di Robecchetto) alla sorella Antonietta per la ricca eredità  di cui reclamava la metà; la controversia si risolse solo molto tempo dopo la morte della due sorelle, con un accordo fra i loro eredi.

 

Con Federico (1775-1840), quinto marchese di Gerenzano, si estinse la linea maschile della nobile famiglia.

Nel 1794, si laureò in legge.

Suo maestro fu il senese Angelo Maria dei conti d’Elci, grande bibliofilo, scrittore ed erudito, che trasmise al giovane Federico l’amore per la cultura.

Ricoprì molte ed importanti cariche (fu anche Ciambellano e Consigliere di Stato).

Dopo un suo viaggio a San Pietroburgo pubblicò un volume nel quale vennero previste, prima della campagna di Russia di Napoleone, le cause della disfatta dell’esercito francese.

Era esperto anche di coltivazione dei terreni, di lavorazione delle uve, di amministrazione dei comuni e  di allevamento dei bachi da seta; si ricordano delle sue opere, quali: “Osservazioni di economia campestre nello Stato di Milano” in cui viene menzionato anche Gerenzano e “Buon governo dei filugelli e delle bigattaje”.

Alla sua morte, avvenuta nel 1840, lasciò oltre 30.000 volumi e migliaia di disegni e stampe alla Biblioteca Ambrosiana (che gli dedicò una sala).

Volle altresì che a Robecchetto venisse costruita una chiesa a S. Maria delle Grazie, attuale chiesa parrocchiale, di cui già aveva fatto predisporre il progetto ad opera dell’architetto Giulio Aluisetti.

Il suo testamento, una cui copia è conservata nell’archivio parrocchiale di Robecchetto, è un “affresco” del mondo feudale ed indice del modo di pensare dei nobili del tempo.

Il marchese, probabilmente anche perchè ultimo maschio della sua stirpe, celibe e senza figli, lasciò gran parte delle sue immense sostanze a religiosi e per opere di beneficenza. Dovrebbe essere stato sepolto a Gerenzano, perchè così fu da lui disposto. Se così fosse, sarebbe bello onorare la sua memoria.

 

Antonietta Barbara Giulia Faustina Angiola Lucia (1778-1847), ultima figlia di Giacomo e Costanza Fagnani, nacque a Milano nel 1778 e morì nel 1847 a Genova, ove, gravemente malata, si era recata per delle cure mediche.

Sposò ventenne Marco Arese Lucini, conte di Barlassina;  dal matrimonio nacquero Margherita, Benedetto, Costanza Isabella, Costanza Maria e Francesco Benedetto; dei cinque figli ne sopravvissero solamente tre. La sua discendenza continua ancor oggi, arrivando sino alla corte reale belga (pare che la regina Paola discenda da Antonia Fagnani e Marco Arese).

Antonia era donna colta, vivace, di gran carattere, molto libera e parlava perfettamente il francese, l’inglese e il tedesco, tanto da tradurre per il Foscolo I dolori del giovane Werther.

Sthendal, nella sua Certosa di Parma, la annoverò fra le più belle donne di Milano e lo scrittore Rovani la rese immortale nel suo libro Cent’anni: “La contessa A..., bellissima fra le belle, aveva molto spirito, molto ingegno, molta cultura (parlava quattro lingue); era buona, generosa e affabile....”.

E’ conosciuta soprattutto per la sua relazione con Ugo Foscolo, che le dedicò l’Ode All’amica risanata.

Dama della Croce Stellata (la decorazione riservata dall’Austria alle aristocratiche), fu grande amica della regina della regina Ortensia, il cui figlio passò alla storia col nome di Napoleone III.

Ereditò il patrimonio immobiliare che i Fagnani possedevano in Robecchetto e dintorni, che così entrò nella “Casa Arese” (o Caresa, come dicevano i nostri vecchi).

Molte le storie e leggende che circondano il personaggio: qui da noi si racconta che quando la contessa arrivava in paese, i capifamiglia, in segno di sottomissione, stendessero il tabarro (il grande mantello dei contadini lombardi) sotto la carrozza.

E si dice che le campane della chiesa avessero un suono così argentino, perchè l’Antonietta aveva personalmente versato mezzo secchio di argento fuso nello stampo.

Si tramanda anche che la contessa, donna di grande fascino, arrivasse al palazzo di Robecchetto in compagnia di nobili ospiti; in una famiglia del paese si conserva ancora la lanterna della sua carrozza!

Poichè siamo in clima natalizio, è bello ricordare la processione degli uomini di Caresa – il cui ricordo viene oralmente tramandato di padre in figlio; la sera della vigilia, prima della mezzanotte, tutti gli “uomini” di Casa Arese, i guardiacaccia, i campari, i massari e pigionanti  si riunivano nel cortile nobile del palazzo, chiusi nei loro ampi mantelli, portando ciascuno una lanterna. Poi, in solenne processione e cantando un particolare inno natalizio che la professoressa Carla Gennaro ha cercato di ricostruire, questa processione esclusivamente maschile usciva dal cortile attraverso l’imponente cancellata e si avviava alla chiesa. Pare fosse una cerimonia emozionante nella sua solennità e per questo resta ancora il ricordo, dopo quasi cento anni.

La mia antenata Federica Cardani Miramonti ricordava poi che una volta l’anno le giovani vedove del paese venivano chiamate a palazzo dove mangiavano il risotto e ritiravano la moneta d’argento consegnata dagli Arese (probabilmente il legato del marchese Federico alle vedove); aggiungeva altresì che lei però si era sempre rifiutata di andare, nonostante la fatica di allevare da sola i cinque figli orfani del padre.

 

Nel 1911 i campi, le vigne, i boschi, gli orti e le case contadine in Robecchetto e nei paesi vicini che già furono del marchese Federico Fagnani, poi della Casa Arese, vennero venduti in blocco all’ex fattore ed ai “borghesi” (ing. Airoldi, Gennaro, Varzi e Alberio) che si erano nel frattempo arricchiti.

Restava solo il palazzo, costruito nel Seicento e modificato alla fine del secolo successivo, imponente e solitario dietro la bellissima cancellata in ferro battuto che segnava il giro delle carrozze, materiale barriera tra la casta dei nobili e i loro contadini, barriera costruita non solo col ferro, ma anche con il potere di tanti signori (al contrario, mi piace invece ricordare il figlio della Antonietta, il conte Francesco Benedetto Arese, grande patriota, amico personale dell’imperatore Napoleone III, uomo di grandi qualità e capacità, modesto e riservato).

O meglio, del palazzo restava agli Arese solo la parte nobile, perchè l’ex fattore e l’ing. Airoldi si erano assicurati le altre porzioni del complesso (l’ala del torchio e quella delle abitazioni dei sottoposti).

Nel 1915 gli amministratori comunali “misero gli occhi” sul palazzo per adibirlo a municipio e scuola: gli Arese volevano 30.000 lire, il Comune era povero in canna....gli Arese scesero a 25.000 lire pur di sbarazzarsi dell’ultimo bene nel paese, ma il Comune restava sempre povero in canna...le pratiche andavano per le lunghe, i conti Arese volevano una risposta, il Ministero aveva respinto la richiesta di un mutuo, non si trovava una soluzione....finchè il sindaco ing. Airoldi (sì, proprio lui, che già aveva acquistato il patrimonio immobiliare Fagnani-Arese!) propose che il comune prendesse a mutuo la somma da sua sorella Clotilde, al tasso del 4% annuo (altri tempi, oggi una tal soluzione sarebbe impensabile e forse anche illegale!).

Finalmente il 13 maggio 1915 il bel palazzo divenne comunale.

Nel muro di cinta del giardino si aprivano molte feritoie a regolare distanza ed  il comune fu obbligato ad otturarle; la tradizione popolare attribuiva la loro esistenza alla volontà dei nobili e dei fattori di controllare i contadini negli orti confinanti, senza essere visti, ma la scoperta di analoghe feritoie nel palazzo rende più verosimile l’ipotesi che l’originaria funzione fosse quella di difesa.

La villa godeva già allora di molte comodità, come un pozzo privato di acqua potabile, una pompa idraulica ed una ghiacciaia. Quando l’afa delle estati assolati attanagliava uomini e bestie, pani di ghiaccio per sorbetti e bevande fresche erano ben riposti nella ghiacciaia; bisogna aggiungere, per la verità, che gli Arese permettevano l’asporto di ghiaccio e chi, con ricetta medica, dimostrasse di averne bisogno per abbassare la febbre dei familiari ammalati di tifo che allora imperversava nella zona.

Certamente non c’era l’energia elettrica – che sarebbe arrivata a breve – nè l’ascensore, ma questa non è più storia, è attualità.

 

Luisa Vignati

 

 

 

Bibliografia:

G. Pacchiano: Lacrime d’amore: lettere ad Antonietta Fagnani Arese, cura e note di Giovanni Pacchiano, Serra e Riva, 1981.

A.Foà: L’amore in Ugo Foscolo, Clausen, Torino, 1900

Gallavresi G., recensione a Paul Arbelet, La Jeunesse di Sthendal, in A.S.L., 1921.

Giulini A.: Curiosità di Storia Milanese, Fam. Meneghima, 1933

Verri A.: Carteggio di Pietro e Alessandro Verri, 1778

Bonfandini R.: Vita di Francesco Arese, Roux 1894

La piccola Mie-Mie, introduzione di Guido Bezzola con un album di famiglia a cura di Franco Arese Lucini, Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, Editori Laterza, serie quaderni nr. 10

Bascapè G.C., I palazzi della vecchia milano, Istituto Editoriale Cisalpino-Goliardica, 1986

Zanetti Dante, La demografia del patriziato milanese nei secoli XVII, XVIII, XIX, con una appendice genealogica di Franco Arese Lucini, Università di Pavia, 1972

 

Fonti:

Archivio Storico Parrocchiale di Robecchetto

Archivio Storico Comunale di Robecchetto

 

 

Gerenzanoforum ringrazia l'Avv. Luisa Vignati per il prezioso lavoro svolto.

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