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Un
modo ancora troppo alternativo di passare le vacanze
(in Bici per le strade
Svizzere in un weekend di Luglio)
Non è la prima volta che parto
con la bici per qualche giorno di vacanza. Nel 1999 decisi tutto in un
pomeriggio: mio padre mi cucì della stoffa impermeabile trasformandola in
borse, itinerario un po' campato in aria, nessun partner disposto a seguirmi
e via! Dieci giorni tra Canton Ticino, Uri, Vallese, Vaud, Ginevra e alpi
francesi.
Secondo tour nel 2001, questa
volta bici nuova in alluminio, borse professionali e due settimane tra
Valtellina, parte est della Svizzera, sconfinamento in Germania e ritorno
passando per Zurigo e la svizzera centrale. Terzo tour nel 2002: Sempione,
Oberland Bernese, parte nord occidentale della Svizzera, Lucerna e rientro
dal Lucomagno. Come si può notare, la mia meta preferita è la Svizzera. I
motivi sono semplici: montagne fantastiche, gente ospitale, grande rispetto
dei ciclisti. Meno banale è il fatto che la Svizzera ha delle infrastrutture
ciclistiche incredibili: piste ciclabili ben fatte, trasporto bici su tutti
i treni e pure su alcuni autopostali, campeggi sparsi su tutto il
territorio. Nella peggiore delle condizioni potrei essere a casa in
poche ore da qualunque posto io mi trovi.
"Sei matto!" mi sento ripetere
spesso. Purtroppo in Italia il cicloturismo viene ancora visto come un
qualcosa di eccezionale, un modo ancora troppo alternativo di passare le
vacanze. Ho visto madri e padri con bambini di pochi mesi adagiati in un
rimorchio stracarico trainato dalla bici su un passo a 2000 metri, ho
incontrato coppie sessantenni entusiasti come fossero al loro primo giro, ho
incontrato ragazze sole in giro senza neppure una carta stradale!
Rispetto ai giri passati
questo è nettamente più breve: 250 chilometri, rispetto agli 800 chilometri
del primo giro, ai 920 del secondo e ai 1056 del terzo, fanno sorridere; il
problema questa volta è che, se negli altri giri mi potevo permettere una
media di circa 80 chilometri al giorno, questa volta sono costretto a tenere
una media di 125 chilometri al giorno.
Il giro prevede: partenza da
Gerenzano, Como, strada lato ovest del lago, Menaggio, Gravedona, Chiavenna,
Passo dello Spluga, Passo del San Bernardino, Bellinzona, Monte Ceneri,
Lugano, Ponte Tresa, Porto Ceresio, Tradate, Gerenzano. Ci sono 2 passi
alpini ed il Monte Ceneri che nonostante non sia altissimo (554 metri sul
livello del mare) non va sottovalutato, visto che ho già avuto il piacere di
passarlo al rientro del secondo tour.
Divido l'itinerario in giorno
1 e giorno 2: facendo circa 120 km al giorno penso di poter arrivare fino
alla salita del Passo dello Spluga, a circa 10 km dalla vetta. Sulla carta
non vi sono segnati campeggi quindi mi toccherà dormire in un prato. Non è
un problema, non ho esigenze particolari: negli altri tour mi dovevo per
forza fermare in campeggi per prendere acqua, lavarmi e scambiare quattro
chiacchere con altri cicloturisti ma per un giro di due giorni posso anche
farne a meno.
La
bici che uso è una Specialized d'alluminio. Ha un portabagagli posteriore al
quale sono stati saldati delle bacchette per far aderire meglio le borse. Ha
un contachilometri digitale automatico, luce anteriore e posteriore, borse
"professionali" con due grandi tasche laterali e taschini sparsi ed uno
zaino attaccato al resto con cinghioli per legare la tenda.
Il tour
è fissato per il week end del 23 e 24 luglio. Guardo il meteo su internet e
in TV. Sono previsti temporali sparsi sulle alpi nella serata di sabato.
Quando si è in giro in bici, un temporale è una delle cose più fastidiose
che possano succedere. Trovare riparo non è sempre facile e si rischia di
rimanere bloccati in alta montagna per ore. Decido di preparare i bagagli
ugualmente e di decidere la partenza la mattina del sabato.
Preparare le borse non è
compito da poco. Bisogna innanzitutto portare veramente lo stretto
necessario, inserirlo con logica nelle borse in modo da non doverle disfare
ogni volta che si vuole prendere una cosa e cercare di ben distribuire i
pesi tra le due tasche.
Nella grande tasca di sinistra
metto il telo pioggia, la giacca ed i vestiti di ricambio. In quella di
destra metto i sacchi a pelo (decido di portarne due visto che ho spazio).
Nelle piccole tasche laterali metto i fazzoletti di carta ed il telo
antipioggia per le sacche. Nelle piccole tasche posteriori inserisco i
lucchetti con le catene, il kit per la foratura e i pezzi di ricambio (fili
dei freni, pattini dei freni, camere d'aria, etc...) e gli utensili (pinza,
chiave pappagallo e chiave a brugola). Nella parte sopra ci metterò il cibo.
Nella tasca superiore, essendo facilmente raggiungibile metto la macchina
fotografica, il cavalletto, il telefono ed il portafoglio e un libricino con
la penna per qualche appunto in caso di necessità.
23 luglio. Sveglia alle ore
6.30. Vado a prendere pane e pizza con la bici praticamente pronta e ne
approfitto per verificare che tutto sia a posto. Il carico mi sembra ben
distribuito, la bici risulta essere agile e ben equilibrata. Torno a casa,
preparo la sacca del cibo con quattro panini farciti, un pane vuoto, del
formaggio, un trancio di pizza al prosciutto, dieci pesche, sei banane,
cioccolato, due bottiglie d'acqua, due di tè e sei di integratori salini.
Saluto tutti e alle 8.50 si parte.
I primi chilometri di viaggio
sono sempre un po' strani: si controlla che la bici sia a posto, si pensa a
ciò che si può aver lasciato a casa o cosa si è portato di troppo. Mi viene
in mente questa frase: “Non c'è altro modo di sentire il viaggio se non
quando si sente il catrame scorrere sotto la ruota.” Non c’è niente di più
vero!
Cerco il ritmo giusto della
pedalata, uso spesso il cambio per trovarlo. Penso alle cose più fastidiose
che mi possano accadere in questo week end: foratura/problemi alla bici
oppure un temporale o peggio ancora subire un furto o perdere qualcosa. Non
mi è mai successo niente in altri tour ma penso che perdere qualunque cosa
per strada, anche la più inutile, mi abbasserebbe così tanto il morale da
costringermi a tornare a casa.
Arrivo a Lomazzo in mezz'ora,
la strada ha una leggera inclinazione che mi costringe a sforzare sui pedali
e a pensare alle salite dei passi che dovrò affrontare, ben più impegnative
di questa. A Fino Mornasco c'è un incidente stradale. Un camion ha tamponato
un'auto ferma al semaforo. Ho sempre pensato al pericolo di quel semaforo
perchè forma code di veicoli in curva e spesso ci si accorge del veicolo
fermo davanti all'ultimo momento. Penso a cosa mi sarebbe successo se fossi
stato tra l'auto ed il camion in quel momento...
Proseguo la strada per Como
quando mi si affianca un ciclista carico di borse. Mi chiede del mio
itinerario. Anche lui è un solitario e mi dice che starà in giro una
settimana; ha intenzione di fare il Passo del Maloja, passare per Saint
Moritz poi in Austria e tornare per il passo del Tonale. Parliamo per un
minuto, poi mi passa e facciamo qualche chilometro in fila indiana. Lo perdo
di vista prima di arrivare a Como perchè mi fermo a sistemarmi le scarpe.
Arrivo al lago e prendo la strada Regina che lo costeggia ad ovest: mi
aspettano circa 60 chilometri in compagnia del Lario alla mia destra.
Ad
essere onesti non conosco molto bene questa sponda del lago. So di averla
percorsa qualche volta in passato ma forse ero troppo piccolo per
ricordarmene. La strada principale in questo tratto è piuttosto pericolosa
da percorrere in bici perchè le auto sfrecciano e le gallerie sono poco
illuminate. Un tunnel è vietato alle bici che sono invitate a percorrere la
vecchia strada che prosegue su di un lato della montagna. Penso sia una
buona cosa utilizzare le vecchie strade per non fare entrare le due ruote in
galleria; il problema è che queste strade alternative, il più delle volte,
sono completamente abbandonate, sporche, dissestate e per di più questa ad
un certo punto finisce nel nulla costringendomi ad imboccare la galleria
tramite un cunicolo laterale completamente buio. Accendo il mio fanale
anteriore ma non vedo un coccio di bottoglia di birra che qualche demente ha
abbandonato per terra. Con la ruota anteriore lo prendo in pieno facendolo
esplodere. Mi fermo, maledico l'idiota e controllo il pneumatico;
fortunatamente non ho bucato! Uscito dalla galleria decido di abbandonare la
strada principale per entrare nei centri dei piccoli paesi che si susseguono
affacciati sul lago.
Mi fermo a Moltrasio sul
piazzale dell'imbarcadero per mangiarmi il quarto di pizza dato che lo
stomaco comincia a brontolare. Gran parte delle persone che occupano il
pontile e la spiaggetta sono stranieri, soprattutto tedeschi. Dopo quindici
minuti sono di nuovo in sella. Un gruppo di ragazzi percorre la strada a
piedi con attrezzatura per fare il bagno nel lago e infatti vedo che
imboccano una stradina laterale che porta ad una spiaggia. Ormai ho assunto
un buon ritmo di pedalata e lo scenario offerto dal lago mi aiuta ad avere
libera la mente. C'è il sole e la temperatura è di 28 gradi, me l'ha appena
comunicato un pannello digitale.
Mi immetto di nuovo sulla
strada principale che risulta essere trafficata: nei centri urbani c'è
sempre un po' di coda dovuta ai parcheggi o agli attraversamenti dei pedoni.
Passo l'Isola Comacina e dalla parte opposta del lago vedo Bellagio e
l'inizio dell'altro ramo del lago di Como. Un pullman olandese fatica a
passare in alcuni punti troppo stretti e così mi ritrovo a viaggiare con una
velocità media pari alle auto, dato che fuori dai centri abitati sono molto
più veloci di me ma poi fanno coda nei centri e io posso superarle
agevolmente. Mi fermo un paio di volte per mangiarmi una pesca e una banana
e per sgranchirmi le gambe. Sento un leggero fastidio sulla parte superiore
delle rotule dellle ginocchia, come se i muscoli si schiacciassero fra loro.
Niente di preoccupante: faccio un po' di allungamenti e tutto passa. Arrivo
a Dongo dove le caratteristiche montagne costeggianti il lago si allargano
formando un piccolo territorio pianeggiante con campeggi. In questo tratto
il lago è pieno di wind surf e barche a vela. Io continuo a testa bassa,
passo la parte finale del lago con i canneti ed il ponte sul fiume Mera che
decreta la fine del lago. Ora devo seguire per Chiavenna; imbocco la strada
statale n° 36 o meglio conosciuta come la Lecco-Passo dello Spluga. E' una
strada sfortunatamente conosciuta anche per essere teatro di numerosi
incidenti stradali specialmente per le due ruote. Il primo paesino lo si
incontra dopo un rettilineo di qualche chilometro in mezzo ai campi. Mi
fermo in un bar per rinfrescarmi con una aranciata e ne approfitto per
leggere il giornale locale che riporta la notizia di un incidente
motociclistico il giorno prima nel quale ha perso la vita un ragazzo. L'alta
velocità è sicuramente la causa principale degli incidenti stradali ma lo
stato in cui si trova questa strada, specialmente per un ciclista, lascia a
desiderare. Non c'è spazio laterale così le auto mi sfrecciano a velocità
folli a dieci centimetri alla mia sinistra; il ciglio è pericoloso perchè
dissestato e più di una volta perdo il controllo della bici facendo dei
pericolosi cambi di direzione che rischiano di farmi finire nel fosso a
destra o in mezzo alla strada. Dopo qualche chilometro cominciano una serie
di gallerie vietate alle bici che però hanno il loro itinerario su una
stradina secondaria a fianco la ferrovia. Per un po' non si rischia, ma poi
si è costretti a immettersi di nuovo sullo stradone. Incontro una coppia
francese in tandem con borse e più avanti un solitario come me. La strada
comincia a salire pian piano, il sole si nasconde ma c'è afa.
Arrivo a Chiavenna alle 15.30.
Il paese sorge a 330 metri sul livello del mare ma, essendo fra le montagne,
ha una temperatura fresca, ideale per pedalare; l'afa è finita qualche
chilometro fa, fortunatamente.
Chiavenna
è il punto di partenza per due importanti passi alpini: il Passo dello
Spluga ed il Passo del Maloja. Una volta imboccata la strada per il Passo
dello Spluga mi fermo in un piccolo supermercato per bere qualcosa di
fresco. Fino ad ora ho percorso 108 chilometri, comincio ad essere stanco;
oltre al dolore alle ginocchia ho male ai polsi, al collo ed alle spalle.
Per questa sera voglio cercare di arrivare il più vicino possibile alla
cima; mi accontenterei di dormire a Boffalora che è a circa 25 chilometri
dopo Chiavenna. Il tratto iniziale della salita è come me l'aspettavo: non
dà un attimo di respiro, è un continuo salire senza sosta. Dopo qualche
chilometro cominciano i tornanti. Personalmente, ho sempre preferito i
tornanti rispetto alla salita "normale". I tornanti mi permettono di vedere
la strada da fare semplicemente alzando la testa mentre quando voglio vedere
la strada percorsa basta guardare in giù. Sembra che la montagna non mi
possa nascondere niente facendomi credere di avere la salita in tasca e,
quest' impressione di dominio, mi dà la carica. Sono costretto ad alzarmi
sui pedali per spingere il più possibile. Molte persone mi hanno chiesto a
cosa penso mentre pedalo. Sono molte le cose che mi girano nella testa:
pensieri più o meno leciti, riflessioni, ricordi...la mente viaggia con le
gambe o meglio sarebbe dire il contrario in quanto fino a che la mente
"gira" le gambe pedalano. Il filo conduttore di tutti i miei pensieri quando
pedalo è la musica, devo solamente sintonizzarmi sulla frequenza giusta e le
gambe vanno da sole. Prima di partire ho pensato che la colonna sonora
sarebbe stata degli Eagles of Death Metal. "San berdoo sunburn" parla di un
viaggio attraverso gli Stati Uniti per raggiungere la città californiana di
San Bernardino. Io dovrò fare il Passo del San Bernardino che non è proprio
la stessa cosa ma la canzone mi aiuta a non perdere di vista la meta.
"Tapping time with
one good finger
I got this girlfriend
and she's a swinger
We make plans and
then we head out to
San Bernardino
We get gas at the
local P & M
Buy a coke in a can
made of tin
We drink fast
because
We're headed out
west to San Bernardino..."
Il tempo è cambiato, nuvoloni
neri carichi di pioggia mi si presentano davanti oscurando quel piccolo
spiraglio di cielo che le montagne mi ritagliavano. Comincia a tuonare ma
per il momento non piove. Mi fermo sempre più spesso, ad ogni chilometro
sono costretto ad una breve sosta per bere un po' e allungare le gambe che
oramai fanno male. Alle 17.30 avverto la prima goccia di pioggia sul
braccio. Non sono nemmeno a Campodolcino e non ho proprio voglia di
fermarmi, potrei continuare ancora per qualche ora ma non c'è niente da fare
visto che nel giro di dieci minuti la pioggia diventa fastidiosa e i lampi
che accendono all'improvviso la valle sono pericolosi. Arrivo a Campodolcino
alle 17.45 e sono costretto a fermarmi. Vedo un ponte a sinistra dopo il
centro abitato che passa il fiume e poi la strada prosegue con alcune case
separate da prati verdi. Chiedo ad una signora affacciata alla finestra di
una di queste case se posso piantare la tenda nel prato. Mi risponde che non
è di sua proprietà ma che comunque conosce i proprietari ed è convinta che
non si facciano problemi. Ringrazio, mi scelgo un angolo di prato non troppo
in pendenza e pianto la tenda. Un'azione degna di nota che mi sono sempre
impegnato a fare consiste nel dirigere l'ingresso della tenda verso casa mia
(non ho con me una bussola così vado a naso).
L'operazione
"montaggio tenda" non dura più di due minuti poi smonto le borse dalla bici
e le butto dentro; prendo il telo e comincio a coprire la bici che ho
adagiato su di un fianco a lato della tenda. Appena ho finito entro in
tenda, chiudo le cerniere e mi preparo il giaciglio. Sono sudato, sporco ed
arrabbiato. Fuori piove a dirotto. Non mi ci voleva questo contrattempo. Ho
sprecato tempo di pedalata in quanto avrei potuto continuare almeno fino
alle 19.30 e mi sarei così avvicinato alla vetta. Domattina avrò più strada
da fare. Comincio a pensare al fatto di non essermi allenato a sufficienza;
forse con una migliore preparazione a quest'ora sarei potuto essere più
avanti. A dir la verità non ho una vera e propria preparazione alle spalle
in quanto, usando abitualmente la bici per gli spostamenti in paese o per
andare a Saronno, faccio normalmente più di 1500 chilometri l'anno. Poi,
quando cominciano le belle giornate faccio qualche giro domenicale. La
parola "allenamento" mi dà idea di qualcosa di faticoso e non divertente:
perchè dovrei fare cose del genere? Meglio usare la bici per spostamenti
utili! Penso inotre che, oltre la preparazione atletica, per un tour del
genere, sia importante una giusta condizione mentale fatta di determinazione
e di spirito d’avventura.
Vengo improvvisamente
svegliato dal rintocco delle campane: le 20.00. Mi sono addormentato quasi
subito, ho bisogno di dormire e domattina voglio svegliarmi il più presto
possibile così punto la sveglia del telefonino alle 6.00. Controllo il
contachilometri con i dati della giornata: -velocità masima 53.5 km/h;
-distanza 121.84 km; -tempo di pedalata 6 ore 39 minuti 05 secondi; -media
18.3 km/h.
Vengo risvegliato da un gruppo
di bambini di una casa vicino che sento parlare a proposito di una tenda e
di una bici nel prato...fuori intanto non piove più.
Quando apro gli occhi vengo
investito da una luce blu colore della tenda. Fuori non piove e sento
cinguettare. Apro per vedere il cielo aspettandomi il sole ma invece c'è una
nebbiolina fine tutt'intorno e la temperatura dell'aria è decisamente bassa.
Ci saranno anche meno di dieci gradi! Durante la notte mi sono svegliato un
paio di volte senza riuscire a trovare una giusta posizione. Nonostante
abbia dormito con due sacchi a pelo, sono stato costretto ad avvolgermi i
piedi nella giacca dal freddo che faceva! Faccio colazione con del
cioccolato, preparo le borse, mi vesto, smonto la tenda e carico il tutto:
30 minuti tempo totale.
Sono le 6.45 e sono già in
sella. Fa freddo e così mi tengo addosso, oltre ai vestiti di ieri, pure la
giacca. Sento il corpo pesante, mi sento gonfio soprattutto in faccia; ci
metto un po' per sciogliere le gambe e la strada continua a non dare tregua.
C'è la deviazione per Madesimo ma io continuo per il Passo dello Spluga.
Ricominciano i tornanti con gallerie senza illuminazione e così sono
costretto ad accendere il mio faretto anteriore che illumina mezzo metro
quadro di asfalto davanti a me. Fortunatamente non c'è in giro anima viva
perchè se due auto si incrociassero vicino a me, sarebbe un bel problema.
Nelle gallerie ci si sente strani perchè non si vede niente: è come stare in
una stanza completamente buia in sella ad una bici avanzando lentamente
senza avere nessuna idea di dove si stia andando. La luce del fanale in
questi casi è insufficiente. L'unico rumore è dato dalla catena della bici e
dallo scorrere delle acque che filtrano dalle rocce. Canticchio mentalmente
qualche canzoncina che mi possa dare la carica...il rock a volte fa
miracoli! Intanto i tornanti sono finiti ed ora la strada si arrampica su un
lato della valle che si apre pian piano dando spazio a prati senza più
alberi e mucche ruminanti che mi guardano passare.
Di tanto in tanto incontro
qualche contadino intento a tagliare l'erba con la ranza. Ecco finalmente la
diga del Lago di Montespluga e l'ultimo paese prima della vetta. Mi fermo
per riempire la borraccia d'acqua e comprarmi due panini allo speck: uno lo
mangio subito e l'altro lo tengo per dopo. Alle 10.20 avvisto finalmente il
cartello che annuncia la dogana fra 120 metri. Sul Passo dello Spluga la
dogana sorge proprio in cima al passo.
Foto
di rito con il cartello del passo a metri 2113 s.l.m. e preparazione per la
discesa. Fino ad ora la velocità media è stata di 7 km/h. Prima di
proseguire dò una occhiata alla carta e vedo che la prima parte della
discesa è a tornanti, poi un tratto misto e altri tornanti prima di
Splugen. La discesa è spesso sottovalutata dai più perchè si pensa che se
non si pedala non si fatica. Niente di più falso perchè le sollecitazioni a
cui sono sottoposte braccia e schiena sono molto forti e anche la bici,
specialmente se carica, ne risente. Infatti sono costretto a fermarmi di
tanto in tanto per far raffreddare i freni, per dare una controllata alla
bici e per riposare spalle e collo. Ad un certo punto riesco persino a
superare un camper e alla fine della discesa la velocità massima raggiunta è
di 72 km/h. Tempo totale dei 10 chilometri di discesa con pause incluse: 20
minuti. Splugen è un villaggio speciale per me perchè ci sono andato per
anni d'inverno a sciare e mi ci sono pure rotto una gamba. Mi fermo al
parcheggio delle auto da dove partono le piste da sci, vedo passare due
signore in bici con le borse che stanno cominciando la salita. Sembrano
tedesche, avranno cinquant’anni più o meno. Proseguo scendendo verso il
centro del paese e svolto a sinistra per il San Bernardino. La strada
cantonale costeggia l'autostrada fino al punto in cui quest'ultima entra in
galleria sotto il monte San Bernardino mentre la cantonale prosegue
arrampicandosi su, fino al passo. Mi fermo per mangiare qualcosa alle 11.30:
pasteggio a pane e formaggio, pesche e banana.
Sulla strada intanto passa
qualche veicolo ma gran parte del traffico della valle transita
sull'autostrada che in questo tratto è in gallera proprio sotto al punto in
cui mi sono fermato a mangiare. Proseguo e passo il villaggio di Nufenen
dove sono costretto a fare una deviazione per lavori in corso e poi arrivo a
Hinterrhein, ultimo paese della valle prima dell'inizio della salita del
passo. La valle mi ha rilassato le gambe ed il resto del corpo così mi sento
pronto per affrontare gli 8 chilometri di salita. Vedo l'imbocco della
galleria del San Bernardino mentre la strada che devo fare prosegue verso
destra e poi comincia a salire con i tornanti. Non la trovo particolarmente
faticosa: il cielo si è rannuvolato e c'è una temperatura ideale per
pedalare inoltre la vista della valle dall'alto è davvero fantastica.
Penso che una volta che sarò
in cima al passo sarà uno scherzo arrivare fino a Bellinzona perchè la
strada sarà tutta in discesa: 60 chilometri di discesa fino alla capitale
del canton Ticino!
Il cielo intanto si copre con
nuvoloni scuri che minacciano pioggia e ogni tanto sento tuoni riecheggiare
tra i monti. Alle 13.49 sono in cima al passo. La salita non è stata troppo
dura: mi ha solo costretto ad alzarmi qualche volta sui pedali.
Faccio
la classica foto di rito davanti al cartello del passo che indica 2066 metri
sul livello del mare. Qui c'è un ospizio con un baretto all'aperto pieno di
gente: motociclisti e automobilisti si fermano a bere qualcosa, vedo anche
ciclisti ma senza borse. Mi preparo per la discesa e dopo 15 minuti di sosta
riparto. Percorro un tratto di strada in piano che costeggia un laghetto e
mi accorgo che il cambio non funziona bene perchè non riesco a far salire la
catena sulla corona più grande. Sembra che la manopola sia a fine corsa e
non riesca a tirare a sufficienza il cavo. Mi fermo, tiro fuori gli
attrezzi: chiave a brugola e pinza. Ho capito dov'è il problema: si è
allentata una vitina ed il cavo ci scorre dentro. Non riesco a farci granchè
perchè la vite è in una posizione difficile da raggiungere così decido di
proseguire ugualmente, anche se non riuscirò a pedalare ora c'è solo
discesa. Ci metto 20 minuti per arrivare al primo villaggio che si chiama
proprio San Bernardino. Mi fermo per tentare di riparare il guasto ma ecco
che noto un negozio con biciclette in vetrina, mi avvicino e mi accorgo che
sta aprendo proprio in questo momento. Un ciclista aperto la domenica
pomeriggio è un colpo di fortuna! Spiego il mio problema ed il signore mi
dice di togliere le borse e di portare la bici nello scantinato. La vite è
in un posto difficile da raggiungere anche per lui che comunque ha una
chiave a brugola con prolunga e ha ancorato la bici su di un supporto che
gli permette di lavorare in posizione eretta. Scambiamo quattro chiacchere.
Mi chiede con il suo forte accento tedesco da dove vengo, che giro ho fatto
e poi parliamo di sci. La riparazione mi costa 3 euro ed una perdita di
tempo totale intorno all'ora. Riparto comunque contento pensando al fatto
che nonostante tutto sono riuscito ad arrangarmi anche stavolta. La strada
continua in discesa e sono costretto a fermarmi a regolare i freni perchè si
sono consumati e così basta svitare la vite, tirare un po' il cavo e
riavvitare. Comincia a piovere piano, la discesa continua per altri 6
chilometri e la strada incrocia in diversi punti l'autostrada che in questo
tratto è una strada con una sola carreggiata e due corsie, una per senso di
marcia.
Mi
fermo altre volte per riposarmi e per mangiare le ultime pesche che mi
restano. Per fortuna ha piovigginato per meno di dieci minuti, giusto per
farmi coprire le borse con il telo. Prima di Bellinzona la strada
diventa pianeggiante e vengo doppiato da una coppia in bici con le borse.
Comincia a fare di nuovo caldo, il cielo si è aperto davanti a me e vedo
nuvole bianche sparse qua e là. Posso togliermi la giacca e riporla nelle
borse, penso non mi servirà più. A Bellinzona ci arrivo alle 17.00, imbocco
subito la pista ciclabile proveniente dal San Gottardo che porta giù verso
Chiasso. E' una strada secondaria che corre parallela alla strada cantonale
che qui è molto trafficata. Passo vicino al campeggio, dietro la piscina e
poi costeggio per qualche chilometro il fiume Ticino. Il cambio mi da ancora
problemi, il cavo non scorre bene nella guaina così mi vedo costretto a non
poter utilizzare la marcia più dura del cambio. Prima di partire ho fatto un
check up generale ma non mi sono accorto di un taglio sulla guaina del filo
del cambio. La media si abbassa, non riesco ad andare a più di 25-30
chilometri l'ora. Fortunatamente la strada è in piano. Attraverso parte
della Piana di Magadino poi mi tengo a sinistra per il Monte Ceneri. A
Cadenazzo parte la salita di circa 6 chilometri che mi porterà in cima a
questo piccolo monte che ho già avuto piacere di passare una volta. La
strada è larga e le auto ne approfittano per andare a velocità folli. Io
proseguo a circa 8 chilometri l'ora di media e devo stare attento a tenermi
bene sulla destra. C'è comunque una pista ciclabile segnata con linee gialle
che dovrebbe assicurare la mia incolumità. La stanchezza si fa sempre più
sentire, i chilometri per oggi sono già 105! Oltre alla stanchezza fisica
sopraggiunge anche quella mentale dovuta al fatto che comincio a realizzare
che di questo passo sarò a casa per le 2 di notte. Penso: "mancano 20
chilometri a Lugano e da Lugano a casa 60; totale 80 chilometri che posso
fare ad una media di 15-18 chilometri l'ora ad andar bene, quindi mi ci
vogliono circa 5 ore alle quali devo aggiungere tempi di sosta ed il tempo
per cenare. Totale superiore alle 6 ore. Ora sono le 19.00. Proseguirò fino
a Lugano e poi deciderò che fare".
A Lugano ci arrivo alle 19.55,
gli ultimi chilometri sono stati duri, nonostante la strada non sia per
niente impegnativa. Causa cambio fuori uso non riesco a pedalare molto bene,
la condizione mentale non c'è più, penso troppo all'orario di arrivo,
pedalare la notte può essere pericoloso anche se ho le luci e poi penso al
fatto che domani c’è il lavoro e quindi non posso fermarmi una notte in più
fuori. A Lugano decido di prendere il treno. Alle 20.05 arriva l'inter city
da Basilea per Milano. Io scenderò a Chiasso (in Italia non fa trasporto
biciclette). Sul treno, mentre mi godo il paesaggio del lago di Lugano dal
finestrino mi sento un po' abbattuto, come se avessi fallito nel realizzare
il mio progetto. In realtà ho dovuto affrontare condizioni avverse
(temporale e guasto al cambio) che mi hanno impedito di portare a termine il
giro secondo i miei piani. In effetti penso di aver perso in totale 3 ore in
tutto, così ora sarei potuto essere al confine e sperare di arrivare a casa
prima di mezzanotte. Meglio non pensarci, l'importante è sapere di avercela
potuta fare! So comunque di aver calcolato male la distanza totale del giro:
in totale sono certamente più di 250 chilometri. Direi che potrebbero essere
anche più di 300! Il treno sta rallentando, tra qualche minuto sarò a
Chiasso così decido di spostarmi nel vagone bagagliaio dove c'è la mia bici.
Scherzo con il controllore che mi chiede del giro e mi dice di averlo fatto
anche lui una volta, con la macchina!
Scendo dal treno e riprendo a
pedalare. La dogana non è distante, il doganiere mi guarda passare
sorridendo; sono curioso di sapere cosa possa pensare di me in quel momento,
con la faccia che mi ritrovo. La strada ha una lunga salita di circa un
chilometro; passo sotto il ponte dell'autostrada, arrivo ad una rotonda, poi
un semaforo, ecco un'altra rotonda e finalmente la discesa che mi porterà in
centro a Como, alla stazione lago delle ferrovie nord. Mi rendo conto, una
volta in più, che le strade italiane sono veramente conciate male se
paragonate ai biliardi svizzeri! In discesa prendo un paio di buche che
rischiano di farmi cadere. Finalmente la stazione delle Fnm! Carico la bici
sul treno e in 45 minuti sono a Saronno. Seduto sul sedile passo gran parte
del tempo ad osservare la bici che riposa incastrata sulla piattaforma del
treno tra la parete ed il corrimano. Controllo sul contachilometri i dati
della giornata: -velocità massima 72km/h; -distanza 146.38 km; -tempo di
pedalata 9 ore 25 minuti 56 secondi; -media 15.5 km/h. Fuori è buio e mi
mancano meno di 4 km tra la stazione di Saronno e casa. Questi ultimi
chilometri li conosco bene: ogni buca e ogni tombino li ho già visti passare
migliaia di volte sotto la mia ruota. Arrivo al paese, in piazza del mercato
cantano e ballano; ciò che mi ci vuole ora è una doccia ed un pasto caldo.
Ringraziamenti: Dio, Mamma e Papà per il loro amore incondizionato,
Nicola&Enrico e tutta la famiglia, Serena, Pier Angelo e Gerenzanoforum,
tutti quelli che mi supportano e tutti quelli che NON mi supportano (per non
avermi reso tutto così facile); un grazie particolare a "Eagles of death
metal" di "Peace, love and death metal" e a A.I.C. per aver pedalato con
me...e qualche volta per me...
Filippo Angaroni
(31 Agosto 2005)
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