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MI CHIAMO MARIA PAGANI

Storia di una partigiana di Saronno

Mi chiamo Maria Pagani, ma per tutti, amici e parenti, il mio nome è sempre stato Nuccia, diminutivo datomi subito dopo l’infanzia. Sono nata a Saronno il 27 maggio del 1929. All’età di tre anni mia madre mi ha iscritto all’asilo delle Suore del Sacro Cuore di Gesù in via Cavour, dove sono rimasta fino ai sei anni.

La prima elementare l’ho frequentata nella scuola che ora porta il nome di Leonardo da Vinci. Correva l’anno 1936 e l’anno successivo siamo stati tutti trasferiti alla scuola Ignoto Milite.

Da notare che in quegli anni in Italia erano in vigore le Sanzioni. Ogni volta che introduco questo discorso, quando vado a parlare ai ragazzi delle scuole, loro, stupiti, mi domandano che cosa fossero queste Sanzioni.

Quando l’Italia invase l’Africa Orientale, tutte le Nazioni del mondo, ad eccezione della Germania, sospesero la fornitura delle materie prime necessarie al nostro Paese. Già a quei tempi la carta era riciclata. A questo proposito ricordo i quaderni, con la copertina nera, che ci davano a scuola che spandevano l’inchiostro sulla pagina mentre scrivevo col mio pennino appena intinto nel calamaio. Quando chiesi spiegazione di ciò alla mia maestra, ella mi disse che il motivo stava nella carta, appunto, riciclata.

Sono nata nell’era fascista e quelli erano tempi che a me andavano bene. Il sabato tutti, insegnanti, alunni ed operai, dovevano indossare la camicia nera. In casa mia questo evento era vissuto come un dramma, infatti, mentre noi ragazze eravamo raggianti nelle nostre divise, mio padre litigava con mia madre, perché lui la camicia nera con i bottoni neri proprio non la voleva mettere. Voleva quella con i bottoni bianchi ed io e mia sorella Ida non capivamo il motivo dei rimbrotti di mio padre.

Quando il Duce teneva un discorso, tutte le scuole si riunivano in piazza per ascoltarlo. La radio con un grande altoparlante era posizionata sul balcone del droghiere Lainati.

Dopo le elementari ho continuato la scuola d’avviamento. Nel giugno del 1943, all’età di quattordici anni, ho cominciato il mio primo lavoro nella stamperia Bracco. Eravamo in piena seconda guerra mondiale, ma nonostante il tesseramento (che ci permetteva di avere solo un etto e mezzo di pane nero al giorno) e la conseguente gran fame che si pativa, sono riuscita a fare tante amicizie, ma forse la più cara amica di quei tempi è stata Rosina Carnelli che, tra le altre cose, era anche mia vicina di casa.

Nel luglio del 1943 con la caduta di Mussolini si sperava che la guerra volgesse al termine e, in quel periodo, venni a sapere che mio padre era un antifascista e socialista convinto. Per questo dovette sopportare tutte le conseguenze: manganellate e olio di ricino.

Ma purtroppo l’euforia di quei giorni durò poco, in quanto l’ 8 settembre fu proclamata la Repubblica di Salò. L’esercito si era sfasciato e tanti soldati, piuttosto che rimanere nella Repubblica, presero la via dei monti. Altri si nascosero nelle case, nelle cascine e nei campi. La stampa li definiva come banditi. Erano le prime formazioni partigiane.

Di tutto questo si parlava segretamente in casa della mia amica Rosina. A prendere parte a queste discussioni, oltre a noi, alla madre ed alla sorella, c’era anche il fratello Gerolamo, reduce dal fronte russo, che lavorava, in quanto esonerato dall’esercito, presso le fonderie dell’Isotta Fraschini.

Sono entrata subito nelle simpatie di Gerolamo, ma quando lui mi sentiva esternare tutto il mio odio e la mia rabbia per la situazione venutasi a creare mi sgridava dicendomi che dovevo stare attenta a come parlavo.

In quel periodo, nel cortile dove abitavo, erano arrivati due ragazzi sbandati dal Sud, che cercavano un rifugio per sfuggire ai fascisti ed ai tedeschi che nel frattempo erano arrivati anche a Saronno.

Nei primi mesi del 1944 la ditta presso la quale lavorava mio padre (la Parma di Saronno), lo mandò, insieme ad altri operai, prima a Sampierdarena, successivamente a Fiume per riparare le navi danneggiate in battaglia.

Con la lontananza di papà abbiamo avuto dei grossi problemi per il nostro sostentamento, perché lui aveva amici contadini e faceva la borsa nera, quindi in famiglia c’era sempre qualcosa di più da mangiare.

Un giorno Gerolamo mi mandò a chiamare e mi fece giurare che quello che stava per dirmi doveva restare un segreto. Mi rivelò che anche lui era un antifascista e che era a capo di un gruppo di operai dell’Isotta Fraschini. Aveva bisogno del contributo mio e di sua sorella Rosina perché gli rifornissimo indumenti, scarpe, guanti… insomma, tutto quello che poteva servire ai ragazzi che si trovavano sui monti.

Quante bugie ho raccontato a mia madre per farmi dare qualcosa di mio padre che non indossava più, perché non gli andava più bene!

Nell’agosto del 1944 iniziarono i bombardamenti a tappeto su Milano, i rastrellamenti a Saronno e quei due ragazzi meridionali che si trovavano nel nostro cortile, si nascosero in casa mia.

Intanto i bombardamenti continuavano, venne colpita anche la cabina elettrica di Cislago e la ditta dove lavoravo dovette mettere tutti in cassa integrazione. Non andando al lavoro, avevo più libertà e incontravo più spesso la mia amica.

Un giorno (mi pare di fine settembre) mi sono recata a casa di Rosina e la trovo col fratello Gerolamo. Questi mi ha preso per mano e mi ha portato in camera. Nel letto di sua madre c’erano tre ragazzi feriti, uno in modo piuttosto serio. Oltre a loro c’erano altri due uomini che poi scoprii essere dei comandanti. Con molto tatto mi dissero che avevano bisogno di un medico, ma non potendo chiamarne uno di Saronno, bisognava uscire dal territorio cittadino. Gerolamo mi chiese se ero disposta a seguire uno dei presenti. Io acconsentii e chiesi dove avrei dovuto andare. Mi risposero che dovevo andare verso Milano.

Avvisai mia madre che il giorno dopo sarei rimasta a pranzo dalla mia amica, che sarei rientrata verso sera e di non preoccuparsi. Partii in bicicletta con Secondo Ferro (questo era il suo nome di battaglia), ad un certo punto mi accorsi che stava sbagliando strada e glielo feci notare. Ma egli mi rispose di fare attenzione alla strada che stava percorrendo, perché in futuro avrei anche dovuto farla da sola.

Dopo qualche ora di pedalate, chiesi dove mi stava portando, ma lui non proferì parola. Non sapevo più da quanto tempo stessi pedalando, quando ad un certo punto vidi un fiume e, in lontananza, un ponte bombardato. Guadammo il fiume su di uno zatterone.

Arrivati sull’altra sponda attraversammo un paesino, andammo ancora avanti su ripide stradine e attraverso boschi, finchè giungemmo in un grande spiazzo. Al centro di questo spiazzo noto un’osteria con l’insegna “Osteria del bersagliere”: ero arrivata.

Mentre aspettavamo l’arrivo della staffetta del posto, mi fu servita una scodella di latte con una pagnotta di pane bianco, ma l’emozione alla vista di tutto quel ben di Dio fu tale che non riuscii ad assaggiare niente.

Questo fu il mio esordio come staffetta partigiana. La strada da percorrere andava da Saronno a Sesto Calende, attraversando il Ticino, poi a salire fino a Castelletto Ticino e infine attraverso i boschi fino all’”Osteria del bersagliere”.

Il tragitto della mia amica Rosina, invece, era da Saronno a Tradate.

Con l’inverno alle porte rimasi ferma, ma insieme a Rosina, andavo a spargere volantini in giro per Saronno, ogni volta che ce n’era la necessità. Si usciva di casa alle 21, una copriva le spalle e l’altra spargeva i volantini. Per le 22 dovevamo ritornare alle nostre case, per via del coprifuoco.

1945 – Con l’arrivo dell’anno nuovo, ripresi la via dei monti, i messaggi da consegnare si moltiplicavano e quasi tutti i giorni si doveva partire. Non ho mai conosciuto il contenuto di questi messaggi, all’infuori di quelli che dovevo comunicare oralmente.

A volte, lungo la strada, c’erano dei posti di blocco che sono riuscita sempre ad attraversare indenne, anche se con tanta paura.

Le retate fasciste ripresero a Saronno e in una di queste venne catturato Augusto Grassi e portato nelle prigioni di Via S. Cristoforo. Tramite il nostro informatore Bruno (attendente del tenente Farina), venimmo a sapere che questo ragazzo era destinato alla deportazione in Germania.

Pervenuta questa notizia agli uomini che si trovavano sulle montagne, scesero a Saronno Secondo e Gustavo che, con un blitz, salvarono questo ragazzo, portandolo sulle montagne.

Sempre grazie a questo nostro informatore, venimmo anche a sapere che sul binario morto della stazione di Saronno, vi erano dei vagoni merci, con l’insegna della Croce Rossa, carichi di esplosivo.

Portai l’ordine di mitragliare, con degli aerei Piper, questi vagoni, ma nottetempo questi vennero spostati nella stazione di Caronno Pertusella. Avvertiti per tempo, gli aerei tornarono il giorno dopo e colpirono l’obiettivo.

I piloti di quegli aerei si chiamavano: Pippo, Renato, Giovanni ed Ernesto. Pippo lo avrei conosciuto in seguito a Milano.

Un giorno dovetti partire con un messaggio urgente, siccome a Saronno c’era il coprifuoco, alle 19 non potei tornare a casa e rimasi a dormire un una cascina in casa di contadini. Ad avvisare mia madre (che non era al corrente della mia attività di staffetta) è stata la signora Enrichetta.

In famiglia successe il finimondo. Ricorderò per sempre gli schiaffoni presi al mio ritorno la mattina seguente e le parole grosse che sono volate. Ero la rovina della mia famiglia.

Per punizione dovetti rimanere in casa, senza più nemmeno avere contatti con la mia amica Rosina e, naturalmente, dovetti chiudere con i partigiani.

Dovetti avvisare Gerolamo della decisione di mia madre.

Verso sera del giorno dopo, la signora Renoldi chiamò mia madre dicendole che c’erano due signori che la cercavano. Lei scese al pian terreno, poi mi chiamò. Quei due signori erano Secondo e Gustavo. Mi presero in mezzo a loro e mi puntarono una pistola alla tempia dicendo a mia madre: “Sua figlia sa troppe cose, dobbiamo tapparle la bocca”.

Mia madre chiamò immediatamente mio padre il quale disse che io e lui avevamo le stesse idee e che quindi mi dava il permesso di riprendere la mia attività di staffetta. Mia madre dettò allora le sue condizioni: partenza al mattino alle 5 e rientro non oltre mezzogiorno. Non mi è mai capitato di rientrare a quell’ora, ma rientravo sempre nel tardo pomeriggio.

Consegnavo messaggi cifrati e a voce: i rastrellamenti in Valgrande, la Valgrande bruciata, la fucilazione di Buraschi a Baveno, la strage di Fontotoce.

Il 23 aprile il signor Angelo Banfi mi disse che nella sua fabbrica di Milano si sussurrava che due giorni dopo (il 25 aprile) ci sarebbe stata l’insurrezione. Il giorno dopo condussi sui monti quattro giovani che riferirono a Ferro quello che avevo saputo. Lui rimase meravigliato e mi disse che si presumeva che l’insurrezione sarebbe avvenuta o alla fine di aprile o nei primi giorni di maggio.

Il 25 aprile avevo ancora ordini da consegnare in bicicletta, però, ad un certo punto, ho udito degli spari e sono tornata immediatamente a Saronno, in quanto avevo capito quello che stava succedendo.

Arrivata in piazza, ho trovato la popolazione saronnese in festa per la liberazione dal nazifascismo.

Tutto quello che ho fatto in questo periodo è stata una mia convinzione, nessuno mi ha mai obbligata ad esporre la mia vita ad un simile pericolo.

Ero consapevole che, se mi avessero catturata con i messaggi, prima mi avrebbero torturata e poi fucilata e sapevo di altre staffette che avevano fatto questa fine.

Ho sopportato il dolore delle vesciche sulle natiche (in quanto la bicicletta che mi davano era costituita da rottami di altre bici messi insieme), ho patito freddo e geloni, non avevo un soldo nemmeno per un bicchiere d’acqua, ho messo incoscientemente in pericolo me e la mia famiglia.

Perché tutto questo?

Per un ideale di un’Italia libera dal giogo nazifascista,  per la libertà di parola, di pensiero, ma purtroppo siamo stati traditi nei nostri sentimenti di chiarezza e di onestà, ed ora stanno anche cercando di stravolgere la storia, mettendo sullo stesso piano chi invade e chi difende la propria patria, il carnefice e la vittima e tutto questo lascia l’amaro in bocca.

 

Maria Pagani (Saronno 17 Marzo 2005)

 

Tessera da partigiana

Partigiani di Saronno davanti al municipio il giorno della liberazione

La qualifica

Nuccia ora e' la presidentessa dell'A.N.P.I. di Saronno

 

BRUNO IL COMANDANTE, STORIE DI PARTIGIANI

 

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