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Una storia…..
E’ un freddo novembre della seconda metà dell’Ottocento; mezzo metro di neve, eccezionale per la stagione, imbianca i prati e i
boschi alla Padregnana, una buona occasione per i provetti cacciatori della vallata del Ticino.
“Prendo il fucile ed esco per una veloce battuta”, dice alla moglie, nuovamente incinta, Gaetano Miramonti della Cassina dei
Pomi.
Mentre aspetta il ritorno del marito, Federica Cardani ripensa velocemente al suo passato.
Nata in una famiglia, per i canoni di allora, “benestante”, nel senso che il padre era fabbro ferraio, messo comunale e “possidente”,
a quattordici anni, nel 1859, aveva visto gli austriaci occupare in massa Robecchetto. Gli Ulani (i lancieri dell’esercito austriaco tutti reclutati in Galizia), fin dagli ultimi giorni di un maggio piovoso, stazionavano sul sagrato della nuova chiesa ed a lei e alle
altre ragazze che andavano alla recita del Rosario chiedevano di dire “un’Ave Maria” anche per loro, perché li attendeva una grande battaglia contro i franco-piemontesi (i ricordi di Federica sono molto precisi; infatti ho ritrovato fonti storiche che parlano degli
Ulani del 1° Reggimento Mensdorff impiegati nella nostra zona durante la guerra del 1859 soprattutto con funzioni di esplorazione; sono state confermate nel dettaglio e nei minimi particolari anche le notizie sull’ingresso dei Francesi in Robecchetto – n.d.r.)
Anche Federica, come tutti gli abitanti del paese, era preoccupata. Vi erano continui movimenti di
truppe e Baldassarre Gennaro, il potente fattore dei conti Arese, la cui parola non veniva mai messa in discussione, aveva avvertito i paesani dell’arrivo dei soldati e della guerra.
Raccomandava alle donne di non uscire a “cogliere la foglia del gelso” per nutrire i bugatt ed alle famiglie diceva di
rifugiarsi in casa, dove i muri erano più spessi e non c’erano finestre.
Anche Angiolo, il padre di Federica, si comportava in modo strano: usciva al tramonto e tornava all’alba ed alla famiglia in ansia
non dava alcuna spiegazione.
Da qualche giorno, poi, era completamente scomparso, nessuno aveva sue notizie e la moglie già pensava ad una disgrazia.
Vennero i francesi, come aveva predetto il fattore, entrarono in paese dal burrone il 3 giugno, sparando, preceduti da un
piccolo cannone. Molte ore durò la battaglia di Robecchetto fra i soldati del kaiser Francesco Giuseppe e quelli di Napoleone III, mentre gli abitanti, atterriti, stavano asserragliati nelle loro case.
Erano continue sparatorie fra i soldati austriaci ed i turcos algerini, che assalivano i nemici terrorizzandoli con gridi gutturali e
caricandoli alla baionetta.
Tornò anche il padre, e la sua avventura aveva dell’incredibile: su incarico di qualcuno (il fattore Gennaro?), lui e il camparo
Generoso Miramonti della Cascina dei Pomi, profondi conoscitori del territorio, alcuni giorni prima del 3 giugno, avevano nottetempo traghettato attraverso il Ticino alcuni militari piemontesi e francesi. Travestiti da contadini, i soldati erano stati accompagnati –
attraverso un sentiero nascosto parallelo alla strada Zamborla realizzato dai due nei giorni precedenti – alla Montagnetta e da lì, attraverso un passaggio segreto, nei sotterranei della casa da nobile dei Beolchi (nella attuale via Manzoni) i cui piani superiori erano
sede del comando austriaco.
Gli “esploratori”, o forse spie, avevano trattenuto i due
uomini per paura di un tradimento e solo dopo la battaglia era stato loro permesso di tornare a casa; avevano così visto i morti nei campi, alla Vignazza e nella zona del Cimitero e avevano saputo che quattro kaiserjager, i temibili tiratori scelti tirolesi, la cui
mira era infallibile, erano stati sepolti a Malvaglio.
Da allora la giovinezza di Federica era trascorsa tranquillamente, in una famiglia che la amava e le aveva combinato un buon
matrimonio con un certo Carlo Pastori di Turbigo.
Sposa felice, era entrata ventenne nella sua nuova casa che l’aveva accolta con gioia; la vita le sorrideva, il futuro si presentava
lieto.
Ci pensò il tifo a sconvolgere le aspettative; due mesi dopo le nozze, si portò via in pochi giorni il marito, il suocero ed il
cognato.
Federica non era donna da crogiolarsi nel dolore e poco dopo si sposò (una scelta obbligata per le vedove) con Gaetano Miramonti
della Cassina dei Pomi, che in poche settimane aveva perduto per il tifo la giovane moglie di ventitrè anni ed il figlio di soli sei mesi.
Anche con lui la vita era stata crudele; orfano di padre in tenera età, aveva visto la madre Catterina risposarsi ben presto e
abbandonare i sei figli. Alcuni erano stati portati all’orfanotrofio di Milano e di loro si erano perse le tracce; lui, invece, che aveva dodici anni, era rimasto alla Cassina dei Pomi e aveva lavorato sodo per mantenere sé stesso e la sorella minore Maria Adelaide.
E poi…dopo il matrimonio tra Gaetano (Tanò) e Federica, cinque figli, uno dietro l’altro, Eugenio, Angelo, Felicita, Antonio (detto
bragheta scapepa….un uomo dalla mente di eterno fanciullo….le sue avventure meriterebbero davvero un articolo) e Catterina, morta ancora infante per una brutta bronchite che allora non perdonava.
L’affitto da pagare, i figli da mantenere, la piccola attività di “sbiancò” (la lavanderia e il candeggio della tela grezza di lino) comportavano tanta
fatica, ma allora era difficile per tutti mettere insieme il pranzo con la cena, era un periodo di miseria nera.
“Speriamo che Gaetano prenda qualcosa, così i bambini potranno mangiare un po’ di carne” conclude Federica sentendo un colpo
di fucile.
“Fidriga, Fidriga, aiuto” sente chiamare e si trova davanti il marito che si tiene la mano destra, bianco come la cera e tutto
imbrattato di sangue.
“La canna del fucile si è riempita di neve e quando ho sparato mi è scoppiato nelle mani” dice Gaetano mostrando la mano
maciullata.
L’uomo viene in qualche modo, con grandi sofferenze, portato all’Ospedale di Cuggiono, mentre Federica resta in casa a badare ai
bambini ed alle bestie, in quale stato d’animo possiamo solo immaginarlo, perché lei mai lo descrisse.
Non portano buone notizie da Cuggiono: Gaetano si rifiuta tenacemente di farsi amputare la mano destra, l’unico modo di sottrarlo ad
una morte orrenda per tetano o cancrena.
“Non posso essere un peso per la mia famiglia, meglio morire che essere monco” insisteva l’uomo ed a nulla erano valse le
esortazioni del dottore.
“Perché fai così? La Cassina dei Pomi era detta in passato del Mansìn (Mancino, Monco) e lo sarà ancora” avevano detto
i parenti, senza riuscire a convincerlo.
Gaetano ha la testa dura, ed il tetano sta ormai svolgendo la sua devastante opera, torturandogli le membra.
Giunge la notte e Federica prende la via per andare a Cuggiono, in mezzo alla neve, nel buio totale, col figlio decenne per mano ed
un altro in grembo.
Alle tre del mattino arriva alla Padregnana; entrambi hanno i piedi fradici e gelati negli zoccoloni di legno e devono ancora
percorrere più di sette chilometri di sentieri innevati.
Hanno pietà di loro i bergamini che stanno già mungendo e li accolgono nella calda stalla, offrendo un po’ di latte tiepido.
All’ospedale dicono che Gaetano è ormai moribondo e due giorni dopo Federica seppellisce il marito.
Chissà che cosa sarà passato nella mente di una donna di 33 anni, con quattro figli, un altro in arrivo, una casa in affitto e solo
due fascine di legna nella cascina per passare l’inverno.
La solidarietà contadina ed i legami parentali permettono a Federica di sopravvivere; la grande famiglia Cardani si mobilita,
fornisce la legna per il fuoco e talvolta anche il cibo per sfamare i bambini.
Federica, donna dalla tempra eccezionale che le disgrazie non hanno piegato, si rimbocca le maniche e continua nella coltivazione dei
campi e nella attività di sbiancò e, nel 1920, la famiglia Miramonti riesce ad acquistare la Cassina.
Il figlio Eugenio (Geni), a dieci anni si reca regolarmente da solo col carretto fino a Gallarate a ritirare e riportare la tela ed anche gli altri
bambini, più piccoli, devono lavorare sodo.
E, nonostante la miseria, Federica, la nonna della mia nonna, mai abdicò alla sua dignità, al suo decoro, come diciamo in
famiglia.
“Non ha mai pianto, neppure quando morì il marito o morirono i suoi” dissero i maligni con le lacrime in tasca. E non
compresero che non era durezza d’animo la sua, ma un personale senso del dovere e del pudore, per cui non si deve imporre agli altri, che magari non potrebbero capire, i propri sentimenti, siano essi di gioia o di dolore. Così era lei, così saranno la figlia Felicita e
la nipote Talina.
Ormai vecchia e cieca, la nonna Federica raccontava di essersi sempre rifiutata di andare al gran pranzo col risotto che una volta
l’anno i conti Arese offrivano gratuitamente nel loro palazzo alle giovani vedove di Robecchetto (forse il lascito del gran marchese Federico Fagnani?) cui veniva anche data una moneta d’argento.
E nonostante le sue mani, sempre a mollo nell’acqua gelida, fossero deformate dal lavoro, non si era mai lamentata.
L’ultimo ricordo che si tramanda di lei, morta nel 1932, è quello di una vecchia donna, ormai senza vista, che lavora ugualmente,
sfogliando le pannocchie di granturco e raccontando ai nipoti che le ronzano intorno le vicende della sua vita, senza mai inveire contro il destino maligno ma accettando con dignità e coraggio cristiano le prove della vita.
I suoi pronipoti, Meco e Lino Miramonti, tramandano che al ritorno dalla pesca, venivano sempre portati i pesci a Federica, i cui
occhi erano spenti da tempo; e lei, al semplice tatto, ne riconosceva immediatamente il tipo, cioè le tinche, le trote, i temoli, i barbi e tutti gli altri che allora popolavano le acque del Ticino.
Ancora oggi la sua fotografia di “capostipite” spicca sulla grande tomba dalla croce musiva d’oro zecchino dei Miramonti, la sua
firma emerge dai documenti dell’archivio parrocchiale, dalle ricevute per il lavaggio della biancheria della chiesa, il suo nome è consacrato dagli atti dei registri e dagli appunti lasciati dallo zio Gino, ed ogni volta che li vedo ripenso al coraggio di questa
piccola-grande donna dalla grande religiosità.
Anche i suoi figli riposano tutti a S. Vittore. Angelo e Antonio (con un gran sorriso e il berrettino sulle ventitré) nella tomba di
famiglia, Eugenio nella cappella a fianco, Felicita in quella Giovanni Gaiera e Gaetana – che non conobbe mai suo padre e ne ereditò il nome – nella tomba dei Bossi della Padregnana.
Ringrazio l’amico Giuseppe Leoni che, sentendomi parlare di lei, mi ha chiesto questo articolo, permettendomi di tramandare una
vecchia storia della famiglia nonché Meco e Pinuccia Miramonti che, con la loro calda ospitalità, riescono a rendere “unico” ogni incontro alla Cascina del Pomi.
Luisa Vignati
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