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Il calendario dei nonni 

Sino a neanche una cinquantina di anni fa, l’anno dei nostri nonni gravitava tutto attorno alle ricorrenze dei Santi: nel linguaggio comune non erano i mesi  o i giorni della settimana che contraddistinguevano il succedersi degli eventi nel lavoro, nelle famiglie o nelle cronache del paese ma le ricorrenze di questo o quell’altro Santo che identificavano, con la loro scadenza, i futuri impegni. Ad esempio, era normale dire: “Se vedaremm a Santa Pulonia”, cioè ci vedremo il 9 febbraio, per l’appunto Santa Apollonia. Ancora: “Ararem ul campun a San Giusepp” cioè areremo il campo grande il 19 marzo, festa di San Giuseppe; “Per San Zen insediss pomm e sciress a ciel seren” cioè, innesta il 12 aprile, San Zeno, (quando non c’è ormai nessun pericolo di gelate notturne); “Te pagarou a San Michee” ti pagherò il 29 settembre; “hoo crumpaa ul berin a San Girolum” – ho comprato l’agnellino il 30 settembre, e via di questo passo.

Il riferimento assoluto alle ricorrenze dei Santi derivava, vista la condizione di analfabetismo quasi generalizzata, dall’unico contatto che i nostri paisan avevano – da secoli – con la “cultura”: quella di preti e monaci sparsi nei nostri territori. I religiosi avevano l’obbligo della recita del Breviario con particolare riferimento al “santo” del giorno da commemorare: anche l’attuale calendario costituisce una riprova di ciò, pur con le modifiche intervenute nell’attribuzione dei giorni ai vari Santi ( vedi in proposito la ricorrenza di San Benedetto, “spostato” con la riforma del calendario liturgico dal 21 marzo all’11 luglio: eppure abbiamo ancora nelle orecchie “San Benedetto la rondine sul tetto” rondine che arriva appunto all’inizio della primavera).

Se ripensiamo ai detti ed ai proverbi della nostra tradizione, notiamo subito che i Santi non solo costituivano tappe mensili ma erano entrati nel costume e nella vita di tutti i giorni. La popolarità del Santo dipendeva anche dal numero e dalle frequenza  delle “prestazioni” attribuitegli: è conservata, per esempio, nelle Civiche Raccolte Bertarelli, una stampa popolare del XIX secolo che contiene un elenco di Santi da invocarsi nelle infermità della vita. Per “debolezza di stomaco” i santi indicati sono: San Giovanni Crisostomo, San Gregorio Magno, San Ugone, San Bernardo  e San Teodoro Studita che ritroviamo anche per i “languori di stomaco”; San Vito per i “morsi di cane”; San Paolo Apostolo per i “morsi delle serpi” e San Venanzio per  le “cadute”.

Ritornando ai nostri nonni contadini, era uso suddividere i Santi in due categorie: i Santi “Protettori”, con i quali il rapporto era quotidiano, immediato ed intimo, e “quei de Gesa” che erano Santi “dotti” come i Padri della Chiesa.  Erano Santi – vedi S. Agostino, S. Ambrogio, S. Carlo – che parlavano un linguaggio diverso, colto e per questo intimidivano. Li si pregava in Chiesa ma non venivano ricordati per le necessità del quotidiano. I nostri “paisan” chiedevano, pretendevano, facevano “accordi” con i santi  che consideravano compagni durante la giornata. Quando si perdeva qualcosa si implorava “Sant’Antoni, Sant’Antonin femm truàà ul me sidelin”  (Sant’Antonio, Sant’Antonino fatemi trovare il mio secchiello, inteso quest’ultimo come oggetto in generale) con la certezza che il Santo avrebbe dato una mano concreta. …!). I Santi Protettori erano poi anche suddivisi  fra “i mercant d’acqua” (San Giovanni 24/6, Sant’Anna 26/7, San Gaetano 7/8, e la Madonna, 15/8,ecc;) e i “mercant de nev” (S. Caterina, 25/11, S. Antonio 17/1, Sant’Apollonia 9/2 ecc.) che venivano implorati a seconda delle necessità.   Anche la Divina Provvidenza ci metteva molto del suo: “Vutess che te vutaroo” era un nostro vecchio detto che significa che “quando non ce la farai più ti aiuterò”. 

Ai Santi Protettori si attribuivano frasi derivanti dalla saggezza popolare: “Sant’Ana la diseva che in una cà ghe voer do donn: vuna giuvina a fa lacc e vuna vegia a fa facc” (Sant’Anna diceva che in una casa ci vogliono due donne: una giovane a far latte e una vecchia a far faccende). Abbiamo anche trovato, durante questo percorso di studio, un paio di “sentenze” molto particolari, frutto della sagacia contadina,: “El diseva San Simon che sul laurà l’è mej ciappà del lazarun che nà a cà cun rott ul firòn” (diceva San Simone che sul lavoro è meglio prendersi del lazzarone che andare a casa con la schiena rotta) e, ancora, : “”El diseva San Liscà: se te ghett voeja de laurà, settes giò e lassela passà” (diceva san Lisca: se hai voglia di lavorare, siediti e lasciala passare. Per inciso, viene  indicata in dialetto  “lisca” una persona che non si impegna in niente, con poca voglia di lavorare).

Terminiamo questo breve percorso proponendo una serie di modi di dire per ogni mese dell’anno, riferiti ai Santi del precedente calendario liturgico: 

Gennaio:“La mia tusa pussè piscinina l’è nassuda ul dì de San Maur all’ura de la scena (la mia figlia più piccola è nata a San Mauro – 15 gennaio – all’ora della cena);

Febbraio:“A san Faustin prepara ùl zapin”  (A San Faustino – 15 febbraio – prepara lo zappino);

Marzo:“A san Giusepp fiuriss ul perzeghet” (A San Giuseppe – 19 marzo - fiorisce il pesco);

Aprile:“A Santa Zita anca la pola la fa la pita” ( A Santa Zita – 27 aprile anche la tacchina fa la chioccia); “Fra San Giurgett e San Crusett gh’è semper un invernett” (Tra San Giorgio – 4 aprile – e Santa Croce  - 3 maggio – c’è sempre un mezzo inverno) oppure “Tra San Marc e Santa Crus ghé un invernett apus” (tra San Marco – 25 aprile – e Santa Croce c’è un piccolo inverno nascosto);

Maggio: “S’el pioeuf ul dì de Santa Crus el marciss tutt i nuss” (se piove il giorno di Santa Croce – 3 maggio – marciscono tutte le noci”La mia tusa la gha de spusass per San Bernardin” (mia figlia si sposa il 20 maggio);

Giugno:“Per Santa Martina ai cinq ul suu l’è gemò volt in cassina” (Per Santa Martina – 18 giugno – alle cinque il sole è già alto sulla cascina) e, ancora, “A Sant’Antoni Paduan cascia foeura la lengua anche i can” (A Sant’Antonio da Padova – 15 giugno – cacciano fuori la lingua anche i cani – per il gran caldo);

Luglio:“A Sant’Ana i vesp in la piana” (A Sant’Anna – 26 luglio – le vespe sciamano);

Agosto:“Sa Fermo, San Firmin fem la grazia de podé pagàà per San Martin” (San Fermo – 9 agosto – fammi la grazia di poter pagare per San Martino –Cioè sono i tempi di raccolta  e si spera di poter guadagnare per onorare i debiti); “Passàà San Bartulumè l’acqua l’è bona de lavà i pee” (Dopo San Bartolomeo - 24 agosto - l’acqua serve solo per lavare i piedi, nel senso che ormai non serve più per i campi);

Settembre:“A San Michel ul cold el va in ciel” (A San Michele – 29 settembre – il caldo sparisce);

Ottobre: “Per Santa Teresa se sumena a distesa” (per Santa Teresa – 15 ottobre – si semina ovunque) e ancora “Per San Fiurenz mett via i sumenz” (per San Fiorenzo – 27 ottobre - smetti di seminare);

Novembre: “A San Martin tutt ul most l’è vin” (a San Martino – 11 novembre – tutto il mosto deve essere vino), a proposito di questo Santo ricordiamo che i contratti di affitto dei contadini scadevano a san Martino e, se non venivano rinnovati (leggi non pagato l’affitto e i “vari pendizii” cioè le clausole aggiuntive relative alle parti di raccolto da dare al padrone), le famiglie dovevano traslocare: “Fàà  San Martin” significa appunto traslocare; e, ancora, “A Santa Catarina liga i vacc in cassina” (A Santa Caterina  - 25 novembre – lega le mucche in cascina, cioè non vanno più fatte pascolare per via della brina);

Dicembre:“A San Grazian un scaldin sott e vun in man” (A San Graziano – 18 dicembre – uno scaldino ai piedi ed uno in mano).

Ed infine, dalla secolare saggezza popolare e, secondo noi senza bisogno di traduzione alcuna. “La diss la Sacra Scritura de fa laurà i vècc che gh’ànn la pell dura”.”

 

Cristina Volontè – di Arkaikòs Onlus

 

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