Storia
dei nostri cognomi
(6a Parte da U a Z)
Riprendiamo il percorso
attraverso la storia dei cognomi maggiormente significativi o curiosi con
Ubbiali
che non ha niente a che vedere con ubbia (che è la definizione di una forma
generale di preconcetti, causa di timori e sospetti:ӏ un uomo pieno di
ubbie”).Deriva da Ubiale Clanezzo, frazione di Ubbiate, in provincia di
Bergamo: queste due località sono situate sulle pendici, guarda caso, del
monte Ubione. Il Serra, nei suoi incomparabili studi toponomastici,
riconduce al caso di Velate, che si trova accanto al monte Velasco ed al
fiume Velone (in loco de Vellate,..autem montis Vellaxi…loco ubi
nascitur fluvius Velloni),: sostiene l’autorevole studioso che indizi di
una persistente ed originaria circoscrizione del vicus – villaggio – è la
derivazione dal nome del villagio di quello dei d’acqua e di monti situati
nelle vicinanze (vedi, ancora, ad esempio,”in vicus et fundi
Arnate..iacet iusta flumen co clamatur Arne” – nel lugo di Arnate
(frazione di Gallarate) …scorre il fiume chiamato Arne (oggi detto Arno, un
semplice fosso nel territorio di Arnate). Quindi il nostro piccolo
insedimento umano di Ubbiate doveva sussistere precedentemente ai nomi
affidati poi alla frazione Ubiale ed al monte Ubione: il Serra per Velate
intravvedeva toponimi in cui si riflettevano nomi dei possessori dello
stesso vico. Il Rohlfs, altro studioso, riconduce Ubbiate al nome personale
latino Ovius. Inoltre, sull’origine del nome si può anche dire che in latino
il vocabolo ubertus intedeva anche un suolo fertile, un terreno ricco:siamo
nel campo delle ipotesi.
Uboldi:
da Uboldo, nel Saronnese, riconducibile al nome personale Ubaldo che
deriva dal nome personale germanico Ugibald (hug= spirito e bald = ardito).
In dialetto questo nome diventa Ubold così come Garibaldi diventa Garibold e
Arcimbaldo diventa Arcimbold. Quindi abbiamo un presumibile possessore di
terreni con questo nome in quelle località. E’ un fenomeno che riscontriamo
anche ad esempio in Giambellino, Realdino e simili. Il nome della località
appare nella forma incontaminata di Ubaldum in una carta commutationis del
20 marzo 1174 con la quale Olrico, abate di san Pietro in Ciel d’Oro, con il
consenso di Alberico de Porta Palazese, avvocato dello stesso monastero, da
a titolo di permuta a Mainerio e Arrigo germani (fratelli), figli del fu
Attenardo Mainerius di Milano, tutte le case e lettere cum districtis,
honoribus et condicionibus che il monastero possedeva tra gli
altri paesi anche in Ubaldum.
Valli:
con evidente riferimento alla provenienza di un avo da una vallata;
difficile dire quale, data la conformazione geografica dell’Italia. Per la
Brianza in particolare poi è abbastanza arduo: possiamo forse ricollegarci
alla Val Serina per i Valle di origine Bergamasca e a Valle Guidino per gli
altri; anticamente Valle Guidino era detta semplicemente Valle, così come
appare registrata nella compartizione dell’estimo di Monte Brianza (1456).
E’ anche vero che attorno ai nostri paesi abbiamo altri microtoponimi
identici. In ogni caso il cognome appare sia nelle Matricole dei Mercanti di
Lana Sottile di Milano dal 1393 al 1459 che negli Statuti dei Mercanti di
Monza dal 1350 con Arigaziolus de Valle; Stephanus del Valle e, nel 1432 con
Arichus de Valle.
Valota:
è un cognome tipicamente bergamasco il cui toponimo deriva da Vall’Alta,
frazione di Albino. Il cognome riflette appieno la pronuncia dialettale. Lo
stesso caso si riscontra, ad esempio in Vallolta, frazione di Castellone e,
come abbiamo avuto modo di scrivere alcune puntate addietro, in “ca’volta”
dove si intende casa alta.
Valtolina: è una deformazione dialettale di Valtellina, così come lo
sono anche Voltolina, Oltolina, Ortolina e Vantellini. Varesi:
da Varese, il cui toponimo si vuol far risalire al celtico var che significa
acqua (forse riferito alla vicinanza del lago) o a Variensis dal nome
gentilizio latino Varius. Il cognome è già presente a Milano nel 1203 e a
Monza nel 1318 con il canonico Jacobus de Varisio. A Monza, nel Duomo presso
la Cappella del Corpus Domini è visibile il monumento funebre che Ludovico
Varesi dedicò al padre Stefano nel 1521. Presumibilmente questo Varesi
Ludovico è lo stesso ritratto in una tela conservata nella quadreria
dell’Ospedale san Gerardo dei Tintori. Dal Casanova, nel Dizionario Feudale,
ricaviamo: 1493, diploma di Gian Galeazzo Maria Sforza per la concessione
del feudo del borgo e pieve di Rosate ad Ambrogio Rosati (Varesi), fisico e
consigliere ducale. Successivamente il feudo venne tolto , ridato e poi
ritolto ai Varesi finchè nel 1551, con una sentenza del Senato, Ludovico e i
fratelli Varesi di Rosate ne riebbero il possesso. Nel 1671 un’ordinanza del
Magistrato Straordinario stabiliva che il conte Marco Antonio Varesi fosse
mantenuto al possesso del titolo di conte di Rosate. 1653: investitura ad
Antonio Maria Varesi del feudo di Paderno d’Adda.
Vavassori:
è un cognome d’origine antichissima, rimasto pressocchè immutato attraverso
i secoli. Nell’antico sistema feudale il valvassore (vassus vassorum) era
un feudatario attestato – quanto a potenza ed importanza – in modo
intermedio tra i grandi vassalli ed i valvassini. Abbiamo una famiglia
Vavassori a Medolago (nella bergamasca), imparentati con i Colleoni. Uno
stemma di questa famiglia riporta l’emblema di una turrita fortificazione,
tipica dell’epoca.
Verderio:
dalla località di Verderio che, a sua volta, deve il proprio nome alla
presenza in loco di un viridiarium (o viridarium), cioè di un verziere, un
giardino od un parco. Il toponimo si ritrova già in pergamene del X secolo:
anno 934, Verederio; 996, Verederio, 997, Verederio, 998, Verderio, 998,
Verederio. Anche in Francia compaiono toponimi assolutamente assimilabili:
Le Verdier, Le Verger che, a loro volta, si ritrovano in cognomi tipici
quali Verger e Duverger. Nel monzese compaiono solo nel 1500 con Nicola da
Verderio e Clara de Verdè nel 1537.
Verpelli:
da ritrovare nel nome gentilizio Vulpilius (volpe). E’ un cognome
antichissimo. Compare nel liber prebendarum del Duomo di Monza, del 1237;
con Bellocus, Zenebellus, Arnoldus, Avostinus, Petrus e Zaninus tutti
Verpilius di Paderno Dugnano. Li si ritrova a Monza con le forme Verpeio
(1575) e Verpelio (1579).
Verri:
in latino verres è il porco maschio e lo stemma della famiglia Verri
riproduce un porcellino. Nel dialetto milanese con verr si intendeva il
porco non castrato, così come ben indicato dal Cherubini nel suo vocabolario
milanese. Il cognome appare presto nelle antiche carte – né dobbiamo
dimenticare che in epoca medievale era normale affibbiare nomi simili,
tratti da quelli indicanti gli animali (si pensi ai vari Ratti, Cani, Gatti
ecc.): lo troviamo nel 1178 con Ambrosius Verrus a Meda; nel 1204 con
Trussus Verrus a Milano; nel 1237 con Petrus Verrus a Cologno Monzese. E’
raramente presente nelle carte monzesi, dove si trova un Nicholaus Verrus
negli Statuta dei Mercanti nell’anno 1476. I Verri non spiccano nel
Medioevo; compaiono a partire dal 1600: nell’elenco dei Vicari di
Provvisione e Podestà, pubblicato da Cesare Cantù abbiamo: 1650, Pietro
Antonio Verri; 1726, conte Gabriele Verri. Dal Casanova, nel Dizionario
Feudale, troviamo: 1695: investitura del feudo di Lucino con san Pedrino a
Gianpetro Verri; 1695: diploma di re Carlo II per il titolo di conte al
suddetto Gianpietro. Degni di menzione sono: Gabriele Verri, magistrato e
senatore del Supremo Consiglio d’Italia, che, per quanto ci riguarda, fece
erigere nel 1756 l’attuale villa Mirabello, in Lentate, meglio conosciuta
dalle fonti storiche col nome di Casino Cajrati/Mirabello, sulla cui
facciata è ancora oggi visibile il motto voluto dal Verri “Procul ab
invidia”(lontano dall’invidia). Negli anni seguenti lo stesso Verri
acquistò da un suo parente, Giorgio Clerici che aveva possedimenti e villa
in Copreno, parecchi terreni nei territori di Lentate e Birago. All’edificio
originario vennero annessi poi cascine e filande e, in questi luoghi si
riuniva l’aristocrazia proveniente dalla ville circonvicine. La possessione
spettò poi al più giovane dei fratelli Verri, Giovanni. In particolare
sappiamo, grazie agli approfondimenti di Matteo Turconi Sormani, delle
frequentazioni al Mirabello dei marchesi Beccaria Bonesana durante i loro
soggiorni a Villa Clerici di Copreno. Giulia Beccaria, figlia di Cesare,
ardente giovanetta, venne costretta a sposare, solo ventenne, nel 1782 il
quarantaseienne conte Pietro Manzoni, figlio di Maria Porro (della stessa
schiatta lentatese), ormai un po’ vecchio e malato, vedovo e senza figli..
La nostra giovane donna non rinunziò di certo ai piaceri della vita mondana
cui era stata abituata e il Verri di sicurò la colpì: frequentava la
famiglia nei salotti milanesi ma anche durante i soggiorni coprenesi (Villa
Clerici e Villa Mirabello distano forse un paio di chilometri). E, molto
presumibilmente, durante uno di questi incontri, nel giugno del 1784,
avviene l’evento che nove mesi dopo porterà alla nascita di Alessandro
Manzoni. A tal proposito è stata rinvenuta una camicia di una lettera del
1808 in cui il Gorani dà notizia al cavalier Giovanni Verri che Donna Giulia
Manzoni “colloca il di lei figlio e vostro” e gli dà in moglie una figlia
del Blondel. Per le biografie di Pietro ed Alessandro Verri, figli di
Gabriele, rimando alle abbondanti pubblicazioni in merito, ricordando solo
il loro impegno in prima persona sulla scena politica del milanese di quegli
anni. Il cognome oggi è assai raro e lo si ritrova in Vallassina.
Vaghi,
accogliendo così una richiesta pervenutaci via mail. Vago/Vaghi/Vaghetti:
è un cognome tipico del nord milanese e del comasco. Secondo l’Olivieri, che
indica almeno quattro termini che derivano dal dilaetto lombardo “vagh”, il
significato è “luogo posto a tramontana” e, più raramente, può assumere il
significato di luogo incolto. Riprendiamo ora le fila del percorso dalla
puntata precedente.
Vertemati: da Vertemate in provincia di Como e luogo d’antichissima
memoria. E’ un toponimo prediale che contiene il nome gallico Vertamos: il
suffisso –ate è caratteristico di Lombardia, parti del Piemonte e del
Canton Ticino ed indica generalmente una derivazione da nome personale o
gentilizio (si pensi anche a Bernate od Agliate) oppure indica una tipica
connotazione geologica del territorio (vedi Rancate, Vignate).
Viganò:
dalla località di Viganò, presso Barzanò in Brianza. Il toponimo, anche qui,
è assai antico: si tratta infatti, in origine, di un genitivo plurale
latino: vicanorum (cioè dei vicani, gli abitanti del vicus), in sintesi la
comunità rurale mediaevale già presente in epoca romana e preromana. Dunque
una terra vicanorum cioè una terra posseduta da tutti gli abitanti del
vicus. Nel tempo il toponimo assume la forma (che si ritrova nelle antiche
pergamene) di Vicanore, Viganore e, infine, Viganò. Assimilabile a Viganò
sono altri due toponimi che si trovano in Renate e nella pieve d’Agliate e
che, nel tempo con la tendenza spianatrice del dialetto, si sono riditti a
Vianò. Il cognome si trova negli Atti del Comune di Milano nel 1266 con de
Viganore. Sono assenti nelle carte monzesi sino al Cinquecento, il chè
significa che sono colà approdati successivamente.
Villa:
è anche questo un toponimo antichissimo ed è inteso col significato di
villaggio. E’ un cognome assai diffuso è ciò è dovuto all’esistenza di
parecchi toponimi identici giunti sino a noi: basti pensare a Villa Raverio,
Villa Romanò e Villa Dergano. A ciò si aggiunga che questo toponimo è
rintracciabile in tutt’Italia e che, con il fenomeno dell’immigrazione,
possiamo avere il cognome Villa che arriva, ad esempio, dal napoletano.
Troviamo a Monza, già nel Duecento, un podestà Taddeo de Villa ed anche un
suo milite Rodolfo de Villa, indicati nella rubrica censuaria che riguarda
la confezione del pane. Nel liber consignationis prebendarum del 1237 i
Villa appaiono stanziati a Sesto, Missaglia, Maggiolino, Masnaga, Bulciago e
Brongio. Compaiono anche negli Statuti dei Mercanti dal 1326 al 1350 con
otto rappresentanti. Il Casanova ci dice che nel 1751 il feudo di Grezzago
veniva concesso a Giovanni Villa.
Vimercati: per la storia delle gesta di questa famiglia non basterebbe
un intiero volume. Il cognome deriva dal toponimo di Vimercate che appare
già in un documento longobardo del 745 con la forma “Vicomercado” : un luogo
in cui si teneva, da tempi antichissimi, un mercato. Il sottosuolo
dell’attuale Vimercate in tal senso ha reso abbondanti reperti attestanti
l’antichità del sito, già forte presenza in epoca romana. La forma corretta
del nome sarebbe Vicomercato, divenuta poi Vimercate. A questa località è
riconducibile la nobile schiatta dei Capitanei de Vimercato, attestata a
Milano in epoca comunale con funzioni di rilievo. Segnaliamo, tra gli altri,
Pinamons de Vicomercato, console negli anni 1171,1183,1185: il suo nome è
inciso nella lapide che ricorda la ricostruzione delle mura di Milano dopo
la distruzione ad opera delle milizie del Barbarossa. Una leggenda vuole che
questo Pinamonte avrebbe promosso il convegno di Pontida del 1167, dove i
delegati delle città lombarde avrebbero giurato di lottare contro
l’imperatore invasore. In età comunale rammentiamo anche Alberto, console di
giustizia nel 1183 e 1185 nonché consigliere del comune nel 1195; Guido
console di giustizia nel 1184 e console del Comune nel 1185 e 1195.
Nell’elenco del 1277 delle famiglie nobili di Milano i cui membri avevano
diritto all’elezione passiva come canonici del Duomo, compaiono due distinte
famiglie: i de Vicomercato scilicet Capitaneis de Merosio domus Domini
Joannis e i de Vicomercato domus Guidolis per privilegium. Troviamo anche un
Gaspare dei Capitanei de Vimercate che militò sotto lo Sforza, eletto tra i
24 capitani e difensori della Repubblica Ambrosiana, e ne favorì la presa di
potere: lo Sforza lo ripagò creandolo conte. Questo Gaspare donò nel 1460 il
terreno su cui oggi sorge la chiesa di santa Maria delle Grazie, luogo in
cui è sepolto. Un altro Vimercate, Luigi, nel 1485 ordì un complotto contro
il Moro: scoperto, venne decapitato.Nel 1451 il duca Francesco Sforza
esigeva tasse, per luoghi siti in Brianza, da: eredi del domino Tadiolo de
Vicomercato ed eredi del domino Bassiano de Vicomercato per loro beni nel
territorio di Roncello; Giovanni de Vicomercato per beni in Vimercate;
Stefano da Vicomercato per beni in Agrate. Il Casanova, nel suo Dizionario
Feudale, ci informa che: nel secoli XV e XVI il feudo di Lecco, con il
castello, fu – ad intervalli – dei Vimercati, dei Moroni e dei Medici; 1681,
refuta del feudo di Cornate fatta dal conte Gerolamo Moroni Stampa alla
Regia Camera, perché ne fosse investito Pietro Vimercati Sozzi; 1681,
diploma di re Carlo II per il titolo di conte allo stesso. Abbiamo anche un
Ottaviano Vimercati (1815-1879) che partecipò alla battaglia di Novara ed
alla spedizione in Crimea con il generale Lamarmora e, successivamente, il
Cavour gli affidò incarichi d’alta diplomazia.
Viscardi:
da un nome personale germanico latinizzato successivamente nelle forme di
Guiscardus e Viscardus, col significato di “capitano ardito”. I Viscardi
nostrani paiono provenire da Calusco, nella bergamasca: nella metà del
Quattrocento un Joannes de Viscardis aveva beni nella vicinia di santo
Stefano a Bergamo.
Visconti:
il significato di questo cognome trae origine da “colui che sta nel
luogo del conte”: secondo i documenti d’esenzione emanati da Ottone I
dovevano rappresentare l’autorità imperiale a fianco dei vescovi. Anche per
questa schiatta, moltiplicatasi e diffusa in tutta la Lombardia a dismisura,
non basterebbe un volume. Sintetizzando velocemente, i Visconti sono
presenti nella vita politica milanese in età comunale con Ugo Visconti,
console nel 1151 e, con un altro Ugo, console nel 1212. La famiglia domina
Milano dal 1311 al 1447 con dodici signori che si susseguono al potere,
caratterizzati normalmente da ferocia e dissolutezza. Di Bernabò (1319-1385)
si dice che abbia avuto 32 figli, di cui ben 15 legittimi. Per vicende a noi
assai vicine possiamo ricordare che viene a lui attribuita la costruzione
dell’oggi scomparsa Roggia di Desio, che terminava il suo corso nei prati di
Villa Tittoni-Traversi di questa cittadina: Bernabò si portava
frequentemente nel castello di Desio per incontrare la sua favorita,
Donnetta della schiatta dei Porro, da cui ebbe almeno quattro figli. Lo
scavo della Roggia pare aver favorito enormentente i Porro che utilizzavano
l’acqua per irrigare i loro prati, come ben attestato dai documenti
dell’epoca. Lo stemma dei Visconti è il famoso biscione: l’origine era
attribuita ad una leggenda secondo la quale ottone Visconti, alla prima
crociata, aveva ucciso un gigante nemico e gli aveva tolto il cimiero che
raffigurava un fanciullo in bocca ad un drago. In realtà il biscione è un
adattamento della balena di biblica memoria che vomita Giona. Per concludere
questo veloce appunto sui Visconti debbo aggiungere che, però, gli attuali
Visconti non discendono solo da quelli di milanese memoria. Infatti nel
Medioevo il cognome ha anche altre origini: nel liber consignationis del
Duomo di Monza, 1237, compare un contadino di Paderno Dugnano col nome di
Castellus filius quoondam Vesconti Panizati e un altro di Sesto San Giovanni
detto Jacobus Vescontus. E’ quindi attribuibile anche a persone che abbiamo
prestato servizio presso dei Visconti o simili.
Vismara:
è da ricondurre alle fome medievali Vincimala, Vincimale, Vinzemara
(colui che vince i mali). Compaiono negli elenchi del 1237 del Duomo di
Monza diffusi a Cologno Monzese, Brugherio, Concorrezzo, Contra. A Milano,
secondo il Fiamma, compaiono già nel 1100: il cronista scrive che, in quel
periodo e contrariamente a disposizioni che vietavano l’accensione di fuochi
(le case erano di legno), una famiglia Vismara ne accese uno durante un
matrimonio dandò così origine ad un grande incendio: la famiglia venne
esiliata. I Vismara appaiono tra i milanesi che nel 1266 giurarono fedeltà
alla santa Sede e compaiono nell’elenco del 1277 delle famiglie nobili di
Milano i cui membri avevano diritto all’elezione passiva quali canonici del
Duomo. Nel decreto di bando emanato da Filippo Maria Visconti dopo
l’uccisione del fratello Giovan Maria, abbiamo due Vismara: Fallabrinus et
Georgius, fratres de Vincemalis.
Vitali:
deriva dal nome latino Vitalis, attestato come cognomen fin dall’epoca
imperiale. Il senso da attribuire a Vitalis è “colui che dà vita”.
Successivamente il nome venne molto utilizzato dai primi Cristiani che lo
identificavano con il significato di “colui che dona vita eterna”. Con
questo senso il cognome si può essere, nel tempo, diffuso un po’ ovunque.
Per i Vitali brianzoli è possibile far riferimento ad un ceppo bergamasco
che viene citato nel Liber Mirabilium di Castello Castelli all’anno 1403: si
trova infatti un Pezolius de Vitalibus. Nella seconda metà del Cinquecento i
Vitali appaiono attestati in Valassina, a Primaluna, Taceno e Bonacina. Oggi
è ancor ben presente a Bergamo. In un codice bergamasco appare uno stemma
dei Vitali che mostra una pianta di vite con rigogliosi grappoli d’uva:
scrive l’arguto Merati, a questo proposito, che se l’intenzione
dell’araldista era quella di creare uno stemma parlante, lo stesso ha
commesso un grosso errore perché il senso del nome era da riferirsi a “colui
che da la vita, mentre la vite al massimo dà il vino!”.
Volonterio/Volonteri/Volontieri/Volontè: l’origine del nome è
assolutamente latina, riconducibile al termine voluntas-atis da cui è
disceso voluntarius che, ad esempio, nell’esercito romano indicava anche il
soldato che, dopo il periodo obbligatorio di ferma, restava in servizio di
sua volontà per l’appunto (voluntarium militiam sequi). Le forme corrette
sono le prime due mentre la terza è dovuta all’azione raddrizzatrice degli
ufficiali d’anagrafe nel corso dei secoli e la quarta alla contrazione
dovuta sia alla forma dialettale che alle registrazioni parrocchiali a
partire dalla metà del Cinquecento e come tale giunta sino a noi. Il cognome
è diffuso nel saronnese e nella parte comasca confinante.
Zambelli/Zamboni/Zanaboni: il cognome può essere d’origine sia veneta
che lombarda. E’ infatti riconducibile a cognomi caratterizzati dalla
terminazione tronca come, ad esempio, Parolin, Vazzoler, Marangon, Zorzin;
Gregianin, Cuttin. Zambelli, e la sua variante Giambelli, è dovuto
alla parlata dialettale e va letto dividendolo: Zan, cioè Giovanni, + bello.
Questo cognome è riconducibile al nome medievale, assai diffuso, di
Johannesbellus, comune nell’onomastica lombarda. Ricordiamo, in questo
senso, vari cognomi diffusi anche da noi ma provenienti da altre regioni:
Zambòn (Giovanni +buono) che può essere anche friulano; Zandonà
(Giovanni+Donato) tipico del veronese; Zamuner (Giovanni+mugnaio)
trevigiano/vicentino; Zampieri (Giovanni+Piero) tipico di Guarda Veneta in
provincia di Rovigo; potremmo proseguire con Zammarchi, Zangirolami,
Zambianchi, ecc.: tutti ora facilmente identificabili. Abbiamo un
Iohannesbellus de Arexano (Giovannibello da Canzano) che compare in una
pergamena del 12 dicembre 1252 del monastero benedettino di san Vittore a
Meda, tra i nominativi dei 77 vicini, che promettono a Maria de Besuzio,
badessa del monastero medesimo, che le corrisponderanno lire terzole 1000
quale prezzo della rinuncia fatta dal monastero all’honor, districtus e
jurisdictio sul borgo. Anche le carte milanesi contengono parecchi
riferimenti a questo nome.
Zana/Zanotta/Zanotti/Zanatta/Zanetti/Zanoni/Zanoncini: sicuramente da
Johannes che nel medioevo nostrano era pronunciato Zane. Ad esempio, nella
antiche carte, il toponimo relativo a Sesto San Giovanni era normalmente
scritto: Sextozane. Zanotta è un accrescitivo di Zane. Il fatto che termini
con la a non necessariamente è attribuibile ad un nome femminile: in
dialetto abbiamo molti esempi di nomi maschili che con l’influenza
dialettale escono con tale lettera: Bertola, Martinolla, Ghinella; Tonella
(Antonello), Biscella (per indicare un tipo riccioluto), Pinella e Pidrola
che derivano entrambi da Petrus e, nel corso dei secoli, hanno assunto il
significato di “stupido, ingenuo”. Il cognome originario è il primo e gli
altri sono varianti dello stesso.
Zappa:
è un cognome tipicamente brianzolo anche se pare troppo semplice
ricondurlo ad un avo che utilizzava tale attrezzo. Secondo le notizie del
liber consignationis del Duomo di Monza del 1237, a Barzago in tale anno
sono presenti ben dieci contadini con tale cognome.
Zoia e
Gioia: attribuibile ad un soprannome medievale dato evidentemente come
buon auspicio. La forma corretta, quella dell’antico dialetto, è Zoia,
l’altra, come già visto in precedenza, è da ricondurre ai tentativi di notai
ed ufficiali di stato civile di “italianizzare” il cognome. Tra le persone
messe al bando da Filippo Maria Visconti nel 1412, a seguito dell’assassinio
del fratello Giovan Maria, appare un Antoninus dictus Zoya de Bugatis.
Ancora, uno dei “regazi” della corte del duca Galeazzo Maria Sforza, nel
1475, si chiamava “el Zoya”. Il Merati, riferendosi a questo cognome,
suggerisce alcune considerazioni che ci pare interessante riportare: “In
genere il soprannome è una creazione esclusivamente popolare. In questo caso
desterà sorpresa – ma a torto – l’uso di un termine astratto come “gioia”.
Dico a torto perché, se è vero che il popolo ama le cose concrete e di
regola sceglie le sue immagini tra gli aspetti fisici della persona, non
trascura nemmeno quelli morali. Così chiama baslettòn una persona con il
mento molto pronunciato, e ad una donna poco amabile riserva l’epiteto di
zerba (acerba) perché un frutto acerbo fa allegare i denti, e via di questo
passo.”
Zucca/Zucchi/Zucchelli/Zucchetti: l’origine del cognome non è poi così
chiara perché, ad esempio, in epoca medievale compaiono quali nomi di
battesimo sia Zucha che Zucho. L’area di irradiazione di questo cognome
parrebbe essere la bergamasca: il Castello Castelli, nel suo liber
mirabilium, registra, negli episodi di guerricciole tra guelfi e ghibellini,
tra questi ultimi degli Zucchi che si trovano a Tresolzio, Zogno, Ubiale e
Grignano. Nella pergamena del 12 dicembre 1252 del monastero benedettino di
Meda cognome appare uno Zucha Soncia tra i nominativi di coerenze terriere
relative all’atto di cessione. Rammentiamo che esiste un Monte Redondo che
nel dialetto bergamasco viene detto “mont suchèl”. Nel monzese il cognome
appare già nel Quattrocento, tra gli iscritti alla Società dei Mercanti: nel
1432 si trova Bartholameus de Zuchis de Brembilla. A Milano il cognome
compare nel 1447, ma è presente come nome di battesimo già nei secoli
precedenti. Lo stemma degli Zucchi bergamasco indica tre zucche bianche su
fondo blu. Sempre in riferimento al monzese, nella rubirca censuaria di
questa cittadina redatta nel 1537 sono registrate ben nove famiglie con
questo cognome: sei capifamiglia sono addetti alla lavorazione della lana,
due nel settore delle calzature e l’ultimo viene indicato come “strazarol”.
Quest’ultimo non è da confondere con il cenciaiolo, che in dialetto diciamo
strascèe, ma è un operaio addetto alla lavorazione degli stracci che in
dialetto viene detto strasciroeu. A Monza è degno di menzione il letterato
Bartolomeo Zucchi (1570-1630), sacerdote, studioso di filosofia e diritto
nonché poeta in lingua latina. A lui si deve l’erezione della primitiva
chiesa di santa Maria degli Angeli (1608) e l’istituzione di scuole
pubbliche che precedettero l’attuale Liceo Classico a lui titolato.Gli
ultimi due cognomi sono varianti dei primi.
Zecca/Zecchi: sono variazioni del nome originario: derivano infatti
dall’aferesi (cioè la soppressione di una vocale o sillaba iniziale) del
nome proprio Francesco (Cesco, Cecco, Zecco).
Zerbi/Zerbini/Zerbotti: sono cognomi che vanno ricondotti al vocabolo
zerb (o gerb) che in dialetto significa acerbo. Zerbini è il diminutivo e
Zerbotti l’accrescitivo dell’originale. Diffuso nel saronnese, dove il
cognome appare già attestato con famiglie in posizione di rilievo dal
Quattrocento.
Cristina
Volontè
per Arkaikòs
Onlus
(torna alla 1a Parte dalla A alla F)
(torna alla 2a Parte dalla F alla
M)
(torna alla 3a Parte dalla N alla
P)
(torna alla 4a Parte dalla R alla
Spa)
(torna alla 5a Parte dalla Spr alla
T)
(torna alla 6a Parte dalla U alla
Z)
Torna a Storie
I COGNOMI DI GERENZANO
I Gerenzanesi autoctoni
|