Storia
dei nostri cognomi
(2a Parte dalla F alla M)
Ferrario,
Ferrari e Farè:
il cognome è senz’altro assimilabile al mestiere di fabbro ferraio,
esercitato da un’antenato, ed è presente in varie zone, dalla bergamansca al
milanese, per delimitare un’area di nostro maggiore interesse. Nell’elenco
dei “Mille Homines Pergami” del 1156 si trova Andreas ferarius de
Gandino, Lanfrancus Ferarius de Lemine, Johannes Ferarius, Prandulfus
ferarius e i filii Ottonis ferarii duo (trascritti come da originale).
Sono cittadini di Bergamo ma i primi due hanno avi di Gandino e d’Almenno.
Gli Annales Mediolanenses (1230-1402) indicano presenti in
Milano 80 ferrarii equorum, 30 fabri sonaclorum e 100 fabri
loricarum (cioè fabbricanti di ferri per cavalli, di sonagliere e di
corazze) Nel 1334 in Gandino appaiono, quali testi ben nove de Ferraris, di
cui due hanno il prefisso ser cioè signori. In Val Seriana i Ferrari
appaiono nel liber mirabilum di Castello Castelli che è poi la
cronaca delle lotte tra guelfi e ghibellini bergamanschi: nel 1404 Giovanni
Suardi non riuscì ad impossessarsi della torre di Ferrari ad Albino poiché
questi ultimi si difesero.Orbene, siccome i Suardi erano capi del partito
ghibellino se ne deduce che i Ferrari d’Albino dovevano essere guelfi. A
Monza e Milano sono presenti tra mercanti di lana sottile, medici, notai,
altr sono artisti come Marco dei Ferrari d’Agrate (de Ferrarys de Gradi)
che scolpì la famosa statua in marmo di san Bartolomeo scorticato del
Duomo di Milano nel 1562. La forma Farè, tipicamente dialettale, è rara.
Figini:
da Figino presso Settimo Milanese, Figino Serenza, Figino sotto San Fermo
della Battaglia e Figino nel Canton Ticino. Anche Figina, nome di luogo, è
da associare. Gli studi per i quali io propendo riconducono Figina e
similari alle Figline toscane, cioè dal latino officina = fabbrica di
prodotti d’argilla cotta. Figino può essere ricondotto a fundus figlinus
cioè ad appezzamento di terreno per la produzione di vasi, tegole, lucerne
ecc. In effetti in una carta del 1017 si parla di un campo in loco et
fundo Feglini qui dicitur Teculario. Ad onor di cronaca il Salvioni nel
1899 lo riconduceva al latino ficulinus da fico e nel 1900 lo faceva
derivare da fageus faggio. L’Olivieri propende per la prima ipotesi.
Ma le terre che ho citato più sopra sono state ad immemorabili luoghi
di produzionedi manufatti d’ argilla. Nel medioevo i Figini erano una
famiglia capitaneale, registrata nelle Matricola Nobilium Familiarum del
1377 i cui membri avevano diritto all’elezione passiva come canonici
ordinari del Duomo. A Milano era famoso il Coperto dei Figini, casa
porticata medievale andata purtroppo distrutta. Rammento il pittore Ambrogio
Figini (1548-1600) allievo del Lomazzo, ottimo ritrattista.
Formenti:
in un documento del 1183, contenuto negli atti del Comune di Milano fino al
1216, si trovano due agricoltori di Arosio denominati Frumentus e
Cicer. Ancora, negli stessi atti, in un documento del 1210 si cita una
famiglia di Palazzolo che porta il cognome Frumentus. L’ipotesi più
plausibile riconduce ad un nome di battesimo divenuto poi cognome.
Fossati:
i de Fossato esistono anche, ad esempio, nel torinese. Quindi
presumibilmente si possono trovare laddove famiglie presero possesso di
terreni con un fossato. Il primo Fossati è un lissonese che appare tra i
cavalieri lombardi che tra il 1229 ed il 1230 militarono sotto il Comune di
Alba in Piemonte: Scottus de Fossato de burgo Lixono. Sono presenti
nel 1237 a Lissone, Cologno Monzese, Missagliola, Cremella, Vedano e Monza.
Fugazza:
presumibilmente da uno dei due microtoponimi locali: cascina Fugazza di
Romanò d’Inverigo e Cascina Fugazza di Cornate d’Adda. Questi ultimi
compaiono nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani: in fugatia.
Ancora, per cercare di capire l’origine del cognome,: nel liber
consignationis prebendarum della biblioteca capitolare di Monza (1237)
si trovano microtoponimi analoghi: le Fugatie de campo cremellasco e
le fugatie de centemaro. Inoltre presso Berceto (PR) esiste un posto
chiamato Fugazzolo e tra i monti Lessini (Rovereto) si trova un Pian della
Fugazza. Occorre dunque pensare che sia il termine sia un traslato e
riconduca in realtà ad una particolare morfologia del terreno.
Fumagalli:
parecchi sono stati i tentativi d’attribuzione per questo cognome, di cui,
tuttora è oscura l’origine. La provenienza è da ricondurre a cascina
Fumagallo, situata sotto il san Genesio, vicino a Nava. E’ un’antica
località, ricordata nel liber sanctorum mediolani del Trecento con la
forma Famagolo. Nel 1456 appare con le forme Fomagalo, Fumagallo. Nel
monzese il cognome appare nel 1537.
Galbani:
dal nome di battesimo Galvanus, in voga nel Medioevo. La lettera b al posto
della v è riconducibile al dialetto che vede, ad esempio, dire malba per
malva. Il cognome pare essere riconducibile alla zona bergamasca. Nel 1404
si trova un Galbanus de Galbaneis nel Liber Mirabilium del Castelli. Nel
1579 appare a Baiedo un Dominicus Galbanius.
Galbiati: da Galbiate,
sul lago d’Oggiono. E’ un toponimo prediale che contiene il nome romano
Galbius. Nel monzese appaiono dal 1537 con da Galbià.
Galimberti: dal nome
germanico Warinbert con il significato di “difensore illustre”. Appare nel
936 come Garibertus; nel 955 come Garivertus; nel 992 Warinbertus; 1128
Wuarimbertus; 1170 Guarimbertus. In un documento del 1525 è citato
Battistino de Garimberti de Longono (quindi, Longone al Segrino). Nel 1589
in un archivio capitolare del Duomo di Monza appare un Dominicho Garimberto.
La forma esatta dovrebbe essere Garimberti: Galimberti è dovuto alla
trasformazione della l in r.
Galli: incerta
l’origine, che potrebbe vedere sia la provenienza da un nome di battesimo
Gallus sia da un soprannome, come ho già avuto modo di dire per i vari Cani,
Scoiattoli ecc. Compare nel 1156 nell’elenco dei Mille Homines Pergami con
Petrus Gallus. Negli atti del Comune di Milano fino all’anno 1216 è inserito
Anselmus Gallus, abitante a Meda nel 1179. I Galli brianzoli dovrebbe
comunque avere un’ascendenza bergamasca. Dal Dizionario Feudale del
Casanova, abbondantemente citato nelle puntate precedenti, si ricava che nel
1763 il giureconsulto Carlo Galli venne investito del feudo di Reghinera,
nel lodigiano.
Giussani: da Giussano.
Presumibilmente un toponimo prediale romano da un nome di persona: Cluttius,
Clustius oppure Justus. I de Gluxiano, negli ultimi anni del XII secolo
erano ai vertici della società milanese ed avevano possedimenti anche a
Gattedo (località scomparsa tra Mariano Comense e Carugo). La prima
citazione della famiglia pare risalire all’876, epoca dell’arcivescovo
Ansperto da Biassono, in cui i de Gluxiano risultano tra i nobili, con i de
Caxate, che lo accolsero alla Porta Comacina e lo accompagnarono sino alla
basilica ambrosiana. Pare plausibile collocare i da Giussano tra i
valvassori, cioè tra l’aristocrazia milanese minore che derivava il proprio
status giuridico da un rapporto di dipendenza vassallatica. Un individuo de
Gluxiano, appare in pergamene del 1130 in relazione a terre che ha in
concessione dal Monastero di san Maurizio (o Monastero Maggiore). Per
quanto concerne Albertus de Gluxiano, salito agli onori delle cronache quale
eroe della battaglia di Legnano, battaglia che vide i comuni lombardi
vittoriosi contro le truppe di Federico Barbarossa (29 maggio1176), debbo
dire che gli orientamenti moderni ritengono che questo personaggio non sia
mai esistito, almeno non così come tramandatoci dalla tradizione. Infatti,
stando a cronache meramente storiche, non pare che intorno al 1176 sia
esistita la Compagnia della Morte, di cui Alberto doveva essere il Capitano
ma, bensì, compaiono le prime milizie comunali, basate sulla struttura
dell’antica cavalleria feudale. Gli storici dell’epoca, in effetti, dicono
sì che vi fu la battaglia di Legnano ma non citano altro. Nel 1177 uno dei
rettori della Lega Lombarda, in qualità di rappresentante di Milano, era un
Alberto però proveniva da Carate. Solo un secolo e mezzo dopo tali
avvenimenti il frate milanese Galvaneo Fiamma, nel suo Chronicon Maius,
riprende le vicende relative del 1176 e narra della Compagnia della Morte e
le gesta di Alberto da Giussano, sostenendo di riferirsi ad una “Chronica
Leonis”. Storici contemporanei a tali accadimenti non ne parlano. E’ anche
vero che. in un documento del 1196, relativo ad un contenzioso tra
l’ospedale sito in Porta Comacina ed i monaci del monastero di san
Simpliciano, appaiono, con altri residenti nella citata Porta, un Ugo ed un
Alberto de Gluxiano; il Fiamma cita Alberto, nella sua Chronica, del 1176,
quale custode del vessillo della comunità, portato da due suoi fratelli
(“duo fratres gygantes fortissimi))” Otto e Raynerius indicati,
quest’ultimi, in documenti del XII secolo relativi al Monastero Maggiore di
Milano. Il Corio, nel 1503, riprende le vicende della Compagnia della Morte
aggiungendo particolari, ad esempio, sull’abbigliamento e sulla statura
imponente di Alberto, statura che verrà sottolineata dal Carducci nel 1879,
con la “Canzone di Legnano”. Per tornare ad altri membri della schiatta, in
un atto dell’ultimo quarto del XII secolo “Illi de Gluxiano”, cioè i
signori, possiedono i luoghi di Ghiano e Romanò mentre, sul finire dello
stesso secolo compaiono quali residenti a Giussano Ottone e Bernardo. Nel
1183 “illi de Gloxiano”, possiedono terre in Arosio e Bigoncio ed appare
citato un “Girardus de Gloxiano”. Nel 1186 compare un Rolandus de Gluxiano
in un documento redatto in Milano. Sempre nel 1186 compare il dominus Leone
da Giussano tra i canonici della potente chiesa di san Giovanni Battista in
Monza. Leone divenne anche preposito, prima del 12 marzo del 1203, della
pieve di Mariano Comense. Ancora, nel febbraio 1190, appare “Otto qui
dicitur del Gluxiano” quale proprietario di fondi ed affittuario del
Monastero Maggiore in Arosio e Bigoncio. Nel 1199 Petracius de Gluxano
(figlio di Ottone di cui sopra) è console di giustizia per le fagge di Porta
Comacina e Romana.; nel 1215 compare Henricus de Gluxano nel Consiglio di
Milano; nel 1216 abbiamo Ambrosius de Gluxiano, console del Comune. Nel
1246, tra i membri del consiglio comunale di Milano, troviamo Guiscardo e
Uberto de Gluxiano che compaiono anche tra “i consiglieri della società dei
capitanei e dei valvassori” dello stesso anno. Giovanni da Giussano divenne
beneficale della chiesa di san Giorgio di Colliate (nei pressi di Biassono):
questo Giovanni risulta defunto nel 1231. In questo stesso periodo un Enrico
da Giussano diviene priore claustrale del monastero benedettino di san
Giacomo di Pontida. Quanto al castello di Gattedo, lo stesso è passato alla
storia perché, quale dimora anche di Robertum dictum Pacta de Gluxiano, nel
1258 venne distrutto per motivi eretici: membri de Gluxiano, Manfredo e
Facio, risultavano tra i mandanti dell’uccisione del frate domenicano
Pietro da Verona, poi san Pietro Martire, Inquisitore per la Lombardia ed
ucciso nei boschi di Farga il 6 aprile del 1252. Eppure, nel 1258, il 4
aprile, alla presenza dei podestà di Milano Filippo Visdomino e Riccardo de
Fontana, i da Giussano appaiono ancora, tra i capitani che concordano i
capitoli della pace fra le fazioni milanesi - detta “pace di sant’Ambrogio”
- con Rubeus, cioè Rosso de Glusiano. I da Giussano risultano iscritti nella
Matricola Nobilium Familiarum con diritto all’elezione passiva come canonici
ordinari del Duomo di Milano. Il Casanova, nel suo Dizionario, riporta:
1538, investitura a Giovanni Giussani del feudo di Mariano, eccetto il borgo
col suo territorio. 1648: a Claudio Giussani è concesso il feudo di
Mondonico con Colzano, Bruscò, Brugora, Riva, Naresso, Porchera, Olchielera
e Vallicelli. 1655: Diploma di re Filippo IV, interinato l’8 dicembre
successivo, per il titolo di conte di Mondonico allo stesso Claudio Giussani.
1656: al conte Claudio Giussani è concesso il feudo di Lurago, con Lambrugo,
Alserio, Anzano, Pugnaga, Nobile, Camisasca, Brenno e Centemero. 1655: 10
luglio, a Federico Giussani viene concesso il feudo di Cremella con Viganò,
Casirago, Cologna e Brianzola. 1655: Diploma di re Filippo IV, interinato il
3 aprile 1656, per il titolo di marchese di Casirago a Federico Giussani.
Per concludere questo lungo pezzo dedicato alla famiglia debbo aggiungere
che nel territorio di Mariano Comense vi è l’antichissima cappella di san
Martino che appartiene alla giurisdizione ecclesiastica di Carugo: è al
castrum di Gattedo, che più sopra ho citato, che apparteneva la cappella,
così come indicato nel Liber Notitiae Mediolani del Bussero: “ In Marliano
loco Gatheo (Gattedo) ecclesia sancti Martini”. L’antichissima chiesetta,
integrata in un nucleo a corte, presenta pregevolissimi affreschi risalenti
alla tecnica pittorica altomedievale, recentemente restaurati: non esiste
un documento specifico del XI o XII secolo che attesti il legame di
committenza con i de Gluxiano ma studi ed approfondite ricerche permettono
di affermare con relativa certezza che alla base del ciclio pittorico ci
siano stati uno o più membri di tale famiglia. Infine, i de Gluxano, non
appaiono, in in base alle risultanze delle ricerche sinora effettuate,
possedere beni in Giussano: tale assenza documentaria potrebbe forse
collegarsi al fatto che in questa cittadina non avevano possedimenti gli
enti ecclesiastici e monastici le cui preziose carte sono giunte sino a noi
e, per ora, non è apparso un archivio di famiglia che possa fornire dati e
notizie.”
Grassi, Grasso, Grassini, Grassani, Grassetti, Grasselli, De Grasso:
il cognome deriva da un’aggettivo che indica una data complessione fisica.
Il cognome è diffuso sin dall’epoca medievale. Li troviamo citati negli Atti
del Comune di Milano fino al 1216 con Arialdus Graso (1130, capitano),
Landolfo Grasso (1160, console), Niger Grassus (1167/68, console di
consolato non determinato), Guifredus de Grasso (1178, console) Anricus
Grassus (console, 1178), Guifredottus Grassel (console, 1195), ancora
Anricus Grassus (console non determinato, 1195), Usicionis Grassellus
(console, 1195), Guilelmus Grassus (console, 1200), Guido Grassus (console,
1208) ed infine Guillielmus Grassus (1208, judex Porta Nuova e Porta
Orientale). Per la Brianza del Trecento v’è da indicare la signoria della
famiglia Grassi nel borgo di Canturio (Cantù): Gasparo e Giovannolo nel
1324 proclamarono l’indipendenza di Canturio da Milano e fecero costruire
possenti mura attorno al borgo. Anche nei secoli seguenti la famiglia
mantenne una posizione di prestigio. Ancora, debbo citare sia pure in
estrema sintesi, Giovannino de’ Grassi (attivo già nel 1389) grande
miniatore dell’epoca che lavorò parecchi anni per la Veneranda Fabbrica del
Duomo: le sue doti di miniaturista sono particolarmente evidenti nel
Taccuino di Bergamo, prezioso volumetto in cui sono tracciati a penna con
qualche ritocco di colore emblemi, figure araldiche, damigelle e musicanti e
soprattutto animali d’ogni sorta, quegli animali che i Visconti amavano
allevare nei loro parchi. Le opere miniate di questo artista vanno inserite
nel quadro più ampio della sua attività di pittore, disegnatore e perito
della Fabbrica del Duomo, nei cui annali già dalla sua prima apparizione
viene definito “summus in arte pittorica e designamenti”. A Monza i Grassi
sono presenti nel Millecento tra i Consoli: Jacobus Grassus nel 1196 e,
curiosità, compare nel 1198 un Ariprandus Pinguis dove pinguis è un’evidente
latinizzazione di grassus. Ancora, compaiono negli elenchi degli Statuti
Mercatorum Communis Modoetiae in undici dal 1326 al 1350. Il Morigia li pone
tra le famiglia di parte guelfa. I Grassi si trovano anche a Schilpario ed
il loro stemma mostra due torri merlate alla ghibellina ed un orso
controrampante ad un albero: è lecito presumere che i Grassi di Monza, Cantù
e Schilpario appartengano a tre distinti ceppi, non imparentati tra loro.
Anche a Milano, nell’atrio della basilica di sant’Ambrogio, è visibile lo
stemma della nobile famiglia Grassi. Dal Dizionario Feudale del Casanova si
ricava: 1538, il feudo di Zibido al Lambro è concesso al senatore Francesco
Grassi; 1538, il feudo di Pogliano (MI) col titolo di marchese è concesso
allo stesso Grassi; 1538, vendita a questo Grassi del feudo di Cavagnera;
1695, il feudo di Bienate è concesso a Gaspare Maria Grassi al quale, nel
1710, re Carlo III conferisce il titolo di conte. Infine, non è possibile
scordare quel Bartolomeo Grassi (dei Grassi di Cantù) che, nel XVIII secolo,
teologo degli Oblati, passò alla storia per la prodigiosa memoria: sapeva
recitare infatti decine di migliaia di versi latini ed italiani.
Grilli: per questo cognome si deve fare riferimento, innanzi tutto al
Liber Consignationis Prebendarum, del 1237, della biblioteca capitolare del
Duomo di Monza., dove si trovano Beniamins, Pinamonte et Bregondus qui
dicitur Grilli. Dunque a Monza appare già come cognome e nello stesso
periodo appaiono a Vedano e Lissone, mentre come nome di battesimo Grillus
appare registrato nel giuramento di obbedienza dei Milanesi alla Santa Sede,
del 1266. Questo cognome, tipicamente brianzolo, non appare negli Atti del
Comune di Milano fino al 1216 ne negli elenchi del Consiglio dei Novecento
dell’Aurea Repubblica Ambrosiana. A Monza sono iscritti negli elenchi dei
mercanti nel 1326, 1350 e 1476. La Santoro, nella pubblicazione Uffici del
dominio sforzesco, scrive che il connestabile di porta Nuova a Monza (cioè
l’ufficiale del Comune addetto alla guardia della porta) era Jacobus de
Grilli nel 1464. Ancora, nella rubrica censuaria di Monza del 1573 compaiono
due nobili: domino Ambrosio Grill e domino Francesco Gril. In ogni caso, il
Merati sostiene che il conogne è di presumibile ascendenza ligure.
Grumello: con gromo, e con il diminutivo grumello, si indicano rialti di
terra o monticelli: Da qui il nome di località nate presso o sopra queste
piccole alture. Il cognome è da noi poco diffuso, mentre lo si trova nella
Valtellina, nellla Bergamasca, nel Bresciano e nel Cremonese. Lo ricordo
perché il termine deriva direttamente dal latino grumus ed appartiene alla
categoria degli oronimi, cioè - per la linguistica e la geografia – ogni
nome di montagna, l’onomastica delle montagne. Appartengono alla categoria
degli oronimi nomi di località, e cognomi, a noi noti, quali Meda, Motta,
Briga (quest’ultino direttamente riferibile a Brianza). A Canzo un dosso è
chiamato Grumello. In un codicetto bergamasco appare uno stemma della
famiglia Grumelli che raffigura una sorta di leone rampante.
Invernizzi: il cognome si potrebbe far risalire all’aggettivo
“invernicio/invernizio/invernengo” cioè ad un qualcosa che appare d’inverno.
Forse il capostipite era un bimbo nato nella stagione invernale. E’ diffuso
nel Lecchese e nella Valsassina, dove sono già presenti nel Cinque/Seicento
ad Acquate, Ballabio, Laorca, Morterone, Cremeno, Maggio, Mezzaca e Colmine.
Inzaghi: da Inzago, ovviamente,. La località nel Medioevo era chiamata
Anticiàcum, toponimo gallico che contiene il nome romano Anticius. L’ipotesi
vede la presenza di un rus anticiacùm, cioè una proprietà rurale di un
Anticius. Successivamente, perso il rus e con lo “sveltimento” dialettale è
divenuto Inzago. Da notare che anche in Francia ci sono due toponimi
paralleli: Anzat-le-Luguet e Anzy-le-Duc.”
Lampugnani:
dalla località di Lampugnano, ora in Milano. E’ un toponimo
prediale romano che contiene il nome Lamponius. Quindi, inzialmente un rus
lamponianun divenuto col tempo solo Lampugnano. La schiatta dei Lampugnano,
nobile famiglia milanese, era iscritta nella Matricola Nobilium Familiarum
del 1377, i cui membri avevano diritto all’elezione passiva come canonici
ordinari del Duomo di Milano. Rammento che fra i tre giovani che pugnalarono
a morte il duca Galeazzo Maria Sforza, nel 1476, vi era Andrea Lampugnani.
Dal Dizionario Feudale del Casanova (1796), si ricava: 1450, il duca
Francesco I Sforza concede ai fratelli Francesco e Giangiorgio Lampugnani il
feudo di Casalpusterlengo con castello e relativi tributi; 1637, diploma di
re Filippo IV per il titolo di marchese a Gian Giorgio Lampugnani seniore.
Traccia della loro presenza in Brianza è il castello di Sulbiate, fatto
edificare a metà del XV secolo da Paolo Lampugnani, ricco mercante d’oro e
d’argento. Nel cortile interno è visibile lo stemma della famiglia. Il
castello passò successivamente agli Arcimboldi.
Landriani: da Landriano,
nel pavese. Il toponimo parrebbe attribuibile al nome di un luogo prediale,
come sopra, anche se ad oggi non si è trovata una chiara identificazione. I
Landrani furono una nobile famiglia milanese: compaiono negli atti del
Comune di Milano fino al 1216 come consoli del Comune e consoli di giustizia
già dal 1115. Tra i vari personaggi v’è da segnalare Guido che fu in prima
linea nella pace siglata nel 1183 – nella chiesa di sant’Antonio a Piacenza
– tra l’imperatore Federico Barbarossa e i rappresentanti della Lega di
Lombardia, Marca e Romagna. Dal Casanova si desume: 1329, Diploma
dell’imperatore Lodovico il Bavaro per la concessione del feudo, del
castello e del luogo di Vidigulfo (Pavia) a Giacomino Landriani, milanese.
Nel 1611 il feudo era diviso in dodicesimi e ognuno dei dodici Landriani
possessori governava sei mesi ogni sei anni. 1408: il duca Gian Maria
Visconti da in pagamento ad Antonio Landriani, per un suo credito di 3500
fiorini, il feudo di Landriano, con i dazi dell’imbottato, pane, vino, carni
e alcuni diritti d’acqua. 1442: investitura data Filippo Maria Visconti del
Feudo di Spino con Nosadello ai fratelli Antonio, Andrea, Giogio Landriani.
1631: condanna in contumacia del conte Francesco Landriani nella vita,
confisca dei beni e perdita del feudo per ricettazione di bandito nella sua
casa di Spino. 1470: investitura del feudo di Mandrino con Birolo e parte di
Vigonzone a Francesco Landriano, con il titolo di conte. Il feudo di
Pandrino, dopo l’estinzione della linea maschile del conte Ugo Sanseverino,
fu concesso dal duca Ludovico Maria Sforza, a titolo oneroso, a Galasso
Landriani. 1689: investitura del feudo di Rovagnasco a Francesco Matroniano
Landriani.
Lazzaroni: la base di
partenza è il nome di battesimo El-eazar, ebraico, che contiene due diverse
radici: El che è uno dei nomi di Dio e Azar che significa aiutare. Dunque,
“Dio ha aiutato, aiutato da Dio”. L’aggettivo italiano con cui si indica uno
scansafatiche non ha nulla a che vedere con il nome: in spagnolo lazaro
significa povero e come tale lo si trova nel napoletano al tempo di
Masaniello (1623-1647). Successivamente si diffuse l’accrescitivo lazzarone
con il senso di straccione. E via di questo passo. Il cognome si diffuse nel
Medioevo ma nel senso originario, cioè “colui che Dio ha aiutato”. Sono
presenti nel monzese prima del Duecento e riappaiono negli elenchi degli
statuti dei mercanti, nell’anno 1520, con dominus Johannes Antonius de
Lazaronibus pergomensis. Quindi questo ceppo dovrebbe essere di origine
bergamasca. Sono presenti nel saronnese ma rari in altre nostre
località.
Legnani: si tratta di
un toponimo prediale romano che contiene un nome latino o celtico, come ad
esempio per Verano che deriva da un rus veranianum. Gli studiosi non
concordano sul nome personale romano, mentre il Merati ipotizza un Lanius o
Linius da cui rus lanius. Un accostamento può essere fatto a Legnago e
Lignano. Il Casanova, nel suo Dizionario Feudale, a cui attingiamo sempre a
piene mani, indica: 1645, vendita a Giacomo Legnani del feudo di Cairate
(Varese) con il titolo di conte; 1661, Diploma di re Filippo IV per
l’approvazione dell’investitura e per l’erezione del feudo in contado a
favore sempre del Giacomo Legnani.Rammento il pittore milanese Stefano Maria
Legnani (1660-1715) che lavorò a Milano nella chiesa del Carmine e in
quella di Sant’Angelo, oltre che nel Duomo di Monza, nella volta della
navata centrale.
Lissoni: da Lixono
d’antichissima memoria. Il Serra suppone che il nome abbia la stessa base
onomastica di altri nomi locali quali Lissago (Varese), Lissaga (Cantù),
Lissolo (Como), quindi dal nome latino Licius. L’Olivieri, per contro, lo fa
derivare dalla base “ilicea”, latino ilex, cioè elce. Francamente propendo
per il Serra. In ogni caso Lissone fu antico luogo di insediamenti umani
come dimostrato i ritrovamenti della zona centrale di’epoca romana
imperiale. Nel monzese il cognome appare dal XII secolo e paiono non
appartenere, nel XIV secolo ad alcuna parte in lotta: ne gulefi ne
ghibellini. Compaiono negli Statui dei Mercanti dal 1326 con Stephanus de
lissono, Johannolo de lissono e Petrus de lissono; nel 1342 con Bressanus de
lissono, nel 1350 con frater Ambrosius de lissono e Andrietus de lissono;
nel 1476 con frater Stephanus de lissono.
Locatelli: non è un
diminutivo di Locati, come alcuni potrebbero pensare, ma sono due nomi ben
distinti. Locati risale ai vari Locate in circolazione: Locate Varesino,
Locate Trulzi e Locate Bergamasco. Locatelli deriva da Locatello, in val
Imagna, frazione di Ponte San Pietro. In comune hanno la radice che dovrebbe
essere il nome celtico leukos, cioè bosco, oppure il nome personale Leucus
che troviamo nella Gallia Transalpina secondo le affermazioni del Serra e
del Rohlfs. Sono toponimi prediali (sia Locate che Locatello) in –ate
che troviamo da noi, come Alzate, Cesate, Lonate, Merate e via di questo
passo. Nel Liber Mirabilium di Castello Castelli (cronaca delle lotte
intestine nella bergamasca tra il Tre ed il Quattrocento) i Locatelli
vengono indicati come seguaci dei Suardi, cioè Ghibellini. Nella Rubrica
Censuraria di Monza appaiono solo nel 1537 in qualità di agugiari, cioè
fabbricanti d’aghi. Risultano stanziati nel Lecchese ed in Valsassina nella
seconda metà del Cinquecento, a Taceno, Cremeno, Moggio, Avolasio e Bizetto.
Nei primi decenni del Seicento sono ad Acquate, Ballabio e Morterone. A
Bergamo è il cognome più diffuso. Si rammentano: Pietro Antonio Locatelli
(1639-1764), di Bergamo, allievo del Corelli, concertista e compositore.
Ancora, Antonio Locatelli (1895-1936), di Bergamo, che si distinse
particolarmente nella guerra del 1915-1918 e partecipò, con Gabriele
D’Annunzio al volo su Vienna. Ebbe medaglia d’oro al valor militare e tre
medaglie d’argento.
Longhi e Longoni:
ovviamente da longus, soprannone dato ad una persona di statura sopra la
media. Statura riferita a quella comune in epoca medievale. In età comunale
questo cognome viene spesso utilizzato. Si registra a Bergamo nell’elenco
dei Mille Homini Pergami del 1156 con Alexander de Longuis, lo si trova nel
milanese e nel mendrisiotto. Rammento il cardinale Guglielmo Longhi di
Bergamo (1320 c.a) il cui monumento funebre è ricordato in santa Maria
Maggiore, ove è visibile anche lo stemma dello stesso raffigurante un leone
rampante con una sbarra trasversale all’altezza della zampa sinistra
anteriore. Il Dizionario del Casanova cita: 1754, investitura al conte
Antonio Longhi del feudo di Segnanino, presso Greco. I fuochi erano 50 senza
redditi ed il titolo di conte restò appoggiato a questa investitura. Ancora,
degno di menzione è Giuseppe Longhi, pittore e miniatore monzese
(1766-1831), la cui opera più nota è un’acquaforte che riproduce lo
Sposalizio della Vergine di Raffaello.
Maggi: in epoca
medievale era anched’uso utilizzare il nome del mese in cui il neonato era
venuto al mondo quale nome di battesimo. A ciò sono riconducibili i cognomi
veneti come Gennari, Zennari e Zanier; quelli meridionali come Aprile, Majo
e de Majo e i cognomi francesi Janvier, Febrier, Avril e via di questo
passo. Nello stesso periodo nel milanese si trovano nomi di battesimo quali
Januarius, Aprilis, Madius che, per esempio, prosegue il latino Maius. Come
cognome appare nel 1214, con Guido de Madiis,”miles officialis constitutus
ad mesorandum terras per Comitatus Mediolan”: insomma un’attuale geometra
incaricato di misurare la terra per conto del Comune di Milano. I Maggi sono
anche presenti a Brescia, nei primi anni del Trecento come nobile famiglia
ghibellina. Compaiono nell’elenco delle nobili famiglie milanesi con diritto
all’elezione passiva come canonici ordinari del Duomo di Milano (1377), col
cognome de Mariis. Dal Dizionario del Casanova si ricava: prima metà del
Cinquecento, il feudo di Cassano d’Adda fu concesso a Lodovico Maggi; 1538,
il feudo di Dairago e sua pieve, nonché quello di Pogliano, furono concessi
a Castellano Maggi; 1538 il feudo di Vailate al cavalier Onofrio Maggi;
1599, Diploma di re Filippo III per la concessione del feudo di Mandrino e
Vigonzone (MI) al senatore Lodovico Maggi; 1644, Diploma di re Filippo IV
per il titolo di conte ad Alessandro Maggi, discendente del Lodovico di cui
sopra;1692, il feudo di Gradella (Lodi) al conte Girolamo Maggi ed il titolo
di conte restò poggiato su questo feudo; 1719 ordinazione del Magistrato
Straordinario per l’iscrizione del conte Girolamo Maggi nel catalogo dei
titolati. Ancora, non posso trascurare il primo grande poeta dialettale
milanese: Carlo Maria Maggi, nato a Milano nel 1630, laureato in
Giurisprudenza a Bologna a 19 anni, dedito allo studio delle lettere e
della poesia e che scrisse versi quali madrigali, ottave, idilli, tragedie,
canzoni e sonetti. Nel 1661 “per benevolenza di Casa Borromeo e protezione
del conte Arese” ottenne la nomina di Segretario del Senato, che mantenne
per tutta la vita. Fu professore di eloquenza latina e lingua greca nell
Scuole Palatine e nel 1677 venne eletto dal Senato e dal Governo per
“assistere alla tassa de’ medicianli: Si deve a Maggi l’invenzione della
maschera di Meneghino, personaggio che incarna il tipo milanese schietto,
onesto e “cont el coeur in man”. A Milano divenne riferimento e modello per
onestà e rettitudine, moralità e sentimento religioso. Morì nella sua amata
città il 22 aprile 1699 e fu seppellito nella basilica di san Nazzaro.
Riporto i primi due brani del famosissimo “Trattenimento dell’Autore in
Villa”, tratto dalle “Rime Milanesi” con il dialetto in voga al tempo: “Sont
a Lesma sol solett/Par fa i cunt cont i massé:/Bella vista e loeugh quìett/Da
descorr con i pensé./La mattina sto giò tard/Fin ch’el so el me ven adoss,//Fin
ch’el coeugh moeuv i leccard,/E son stracch de stà in reposs/ …”Infine, non
và scordata la presenza della famiglia Maggi, con Carlo Ambrogio, a Misinto
dal 1810: in quella data venne acquistaa dalla famiglia Vimercati, presenti
da prima del Cinquecento in questo paese, tutta la proprietà, con terreni e
caseggiati. Palazzo Maggi, ora sede comunale, ospitò verso la fine
dell’Ottocento il principe di Napoli,divenuto poi Vittorio Emanuele III.
Sempre per i Maggi, il commendator Ambrogio Maggi era presidente dell’Opera
Pia Vittorio Emanuele II per l’elezione degli Asili rurali: troviamo la sua
presenza – nello scorcio di fine Ottocento – in carteggi attinenti gli Asili
dei nostri territori.
Maino e Maini: dal nome
personale germanico Magìno da cui si attinge la radice magin= forza. Il
cognome non appare in nessun documento milanese sino al 1412, laddove
Filippo Maria Visconti emette un bando per l’uccisione del fratello Giovan
Maria, da cui risultano banditi: Antonio dictus Farina de Majno, Prepositus
de Majno, Franciscus de Majno dictus Agagius, Luchinus de Majno, Tadeus
dictus Squileta de Majno. Pare, dunque, una famiglia nemica del Visconti:
eppure le cronache d’epoca (o meglio i gossip per dirla con un termine di
oggi) ci dicono che lo stesso Filippo Maria, messa in disparte la legittima
consorte principessa Bianca Maria di Savoia, ebbe una relazione con Agnese
del Majno da cui ebbe la figlia Bianca Maria che sarà l’ultima dei Visconti
e diverrà sposa di Francesco Sforza. Tra i Majno troviamo in particolare
Giason del Maino, insigne giurista dell’età sforzesca e professore a Pavia.
Il duca Ludovico Sforza (il Moro) gli affidò missioni diplomatiche, lo
consultò per problemi del ducato e, soprattutto, gli chiese pareri in merito
ad un codicillo testamentario, trovato a Pavia, che destinava il ducato di
Milano agli Orléans: ciò a causa del matrimonio di Valentina Visconti –
figlia di Giangaleazzo –la quale, nel 1389, aveva sposato Luigi d’Orléans,
fratello di Carlo VI di Francia. Il codicillo prevedeva che il ducato
passasse ai francesi nell’ipotesi in cui l’ultimo duca visconteo fosse morto
senza eredi maschi. Dal Dizionario del Casanova, si ricava: 1473, i del
Majno erano confeudatari di Motta Visconti per un terzo; 1525, il duca
Francesco Sforza II concede il feudo di Bordolano con Azzanello, Barzaniga,
Campognola ed altri, nel cremonese, a Tommaso del Majno, col titolo di
marchese nonché i dazi dell’imbottato, pane, vino, carni e del traghetto sul
fiume Oglio;1652, investitura ad Ersilio del Majno del feudo di Crespiatica
(Lodi); 1658: Diploma di Re Filippo IV per l’approvazione dell’investitura
del conte Ersilio del Majno.
Mambretti: parrebbe
risalire ad una località medievale, ora scomparsa, e precisamente un
cascinale chiamato Montebreto ad Anzano del Parco. Questa località è
ricordata anche negli Atti delle Visite Pastorali di san Carlo e la si trova
in una mappa del bresciano Aragonio (l’autore presunto della mappa della
Pieve di Seveso del 1610/1615 circa). I Mambretti compaiono nel monzese già
dal 1180;il Morigia, nel suo Chronicun modoetiense li inserisce nelle
famiglie ghibelline.”
Mandelli:
direttamente da Mandello del Lario. Nobile famiglia milanese, ben presente
in epoca comunale con consoli e un podestà.. Vi sono dei Mandelli anche tra
i prigionieri fatti da Federico II nella battaglia di Cortenova (1237) e
mandati nel regno di Napoli. I Mandelli sono inseriti nella Matricola
Nobilium Familiarum di Milano del 1377, i cui membri avevano diritto
all’elezione passiva quali canonici del Duomo. Nel 1536 il conte Giacomo
Mandelli otteneva da Carlo V l’investitura della contea di Maccagno
Inferiore, territorio che, del resto, la sua famiglia possedeva già da oltre
400 anni. Il possesso passò poi ai Borromeo nel 1718.
Mantegazza:
è uno dei pochi cognomi superstiti del Medioevo. Deriva dal latino mantica,nome
con cui si designava la bisaccia dei viandanti che veniva appesa alle
spalle, con una parte che cadava davanti e l’altra dietro. È un cognome
squisitamente milanese e Mantegazza è il peggiorativo di mantica, in
dialetto. Si può supporre che all’origine vi fosse un soprannome, divenuto
con i secoli cognome vero e proprio. I Mantegazza sono presenti a Milano già
nel 1177 con un console: Johannes Mantegacius. Si trovano anche tra i
prigionieri del Barbarossa nella sopraccitata battaglia di Cortenova, dove
figurano nell’elenco degli uomini catturati ed inviati a Napoli, con Obizus
e Thomasius Mantecazus. La schiatta è registrata nell’elenco delle nobili
famiglie del 1377 e, ancora, appaiono tra gli uomini banditi da Filippo
Maria Visconti, dopo l’assassinio del fratello nel 1412. Risultano tra i
Novecento dell’Aurea Repubblica Ambrosiana del 1477 dove compaiono in
quattro. Negli elenchi dei mercanti di Monza sono registrati nel 1432 con
Antonius et Fatiinius de Mantegatiis, nel 1470-76 con Andreas Mantegatius.
Ricordo la costruzione, nel 1468, dell’Oratorio dei Mantegazza alle Cascine
Olona vicino a Milano. Parecchi membri di questa famiglia sono registrati
tra i mercanti di lana sottile, operanti sempre in Milano. Sono da
rammentare anche i fratelli Cristoforo e Antonio Mantegazza, scultori della
seconda metà del Quattrocento milanese le cui opere si trovano nel Duomo di
Milano, nella Certosa di Pavia ed al Museo di Louvre di Parigi. Il Casanova
ci dice che nel 1692 Carlo II investiva il questore Angelo Maria Mantegazza
del feudo di Liscate con il titolo di marchese. Infine, è da ricordare il
medico Paolo Mantegazza (1831/1901), monzese, antropologo, igienista e
letterato nonché uomo politico.
Manzi,
Manzini, Manzoni, Manzolini: dal nome personale germanico Manzus o da un
accrescitivo di Amanzio. L’origine della schiatta dovrebbe essere nella
Valsassina. Nella seconda metà del Cinquecento i Manzoni risultano diffusi a
Cremeno, Colmine, Cassina, Maggio, Barzio, Moggio; i Manzolini si trovano,
nella stessa epoca a Casargo e Somadino. Nei primi anni del Seicento i
Manzoni si trovano nei dintorni di Lecco, a Ballabio, san Giovanni alla
Castagna, Olate, Germanedo, Maggianico, Brumano e Morterone. Dal Casanova
sappiamo che il feudo di Viganò con Cologna è concesso, nel 1732, al barone
Bartolomeo Manzoni. Non reputo d’addentrarmi nelle vicende di Alessandro
Manzoni perché le stesse assai note a tutti.
Mapelli:
dalla località bergamasca di Mapello. L’Olivieri presuppone che il nome
abbia una discendenza dalla voce milanese mappa che indicava il cavolfiore e
che trovava analogia nel cantonticinese mapp cioè pannocchia di granoturco,
assimilabili alla posizione geografica del luogo. La schiatta è
rappresentata nell’elenco dei Mille Homines Pergami del 1156. Segnalo un
Guillelmus de Mapello, rettore di Lombardia nel 1178. Compaiono nel monzese
nel 1350 negli statuti dei mercanti con Petrus de Mapello. In epoche più
recenti, l’avvocato Achille Mapelli (1841-1894) fu uno dei Mille di
Garibaldi e deputato al Parlamento.
Marchesi:
da un soprannome, come avvenuto per altri titoli nobiliari. Nel 1266 lo si
trova, a Milano, usato come nome di battesimo. Nel liber consignationis
prebendarum del 1237 della biblioteca capitolare del Duomo di Monza appaiono
parecchie famiglie con questo cognome, diffuse a Bulciago, Monza, e Muggiò.
Compaiono inoltre nel territorio bergamasco. Nel liber mirabilium di
Castello Castelli è ricordato il guelfo Bonus de Marchesiis de Gavarno.
Inoltre, negli statuta della Magnifica Comunità di Bergamo risulta un
dominus Vailerus de Marchesiis con casa e brolo in sant’Alessandro della
Croce. In Brianza il cognome appare diffuso ma con una maggior
concentrazione a Vimercate. Inoltre, nella frazione di Oreno esiste un
cortile, in cui insiste una casa a doppio loggiato cinquecentesco, detto
“curt dal marcasun” (corte del marchesone). Bisogna anche ricordare lo
scultore Pompeo Marchesi (1789-1858), milanese allievo del Canova, del quale
si trovano opere in Duomo e nella chiesa di san Carlo. Di lui sono noti i
famosi telamoni (omenoni) della Rotonda del Cagnola ad Inverigo.
Mariani:
non mi basterebbe un intiero volume per parlare di questa schiatta. Il
cognome deriva da un toponimo prediale antichissimo, d’età romana: dunque un
fundus marillianus o rus marillianum. Col tempo il fundus o rus scompare e
rimane marillianus come nome di luogo (Mariano Comense). Troviamo, nelle
forme antiche, la seguente sequenza relativa al nome: 1033: Mareliano; 1086:
Marelliano; 1203: Marliano; 1326: Marliano; 1447:Marliano; 1564 Marliano;
1744 Mariano. La forma Marliano continua sino al pieno Cinquecento come
consuetudine notarile mentre la pronuncia popolare già doveva essere Marian.
Studi del Merati ci informano della presenza massiccia dei Mariani lungo la
direttrice Seregno, Desio, Lissone, cioè lungo una vecchia strada di
traffico verso Monza e Milano. Osserva, sempre il Merati, che l’esplosione
demografica su questa direttrice deve avere una spiegazione perché non vi
sono altre località dello stesso nome che si possano mettere alla base dei
molteplici ceppi famigliari, come è avvenuto per Sala, Motta e Colombo.
Esiste, è vero, un altro Mariano al Brembo che però ha dato origine al
cognome Marieni nella bergamasca. I primi Marliano appaiono a Milano nel
1177 con Pietro console dei mercanti e suo figlio Lanfranco, console di
giustizia nel 1237. Nel XIV secolo i Marliani possedevano già diritti nel
borgo di Mariano Nel 1414 il duca Filippo Maria Visconti assegna a Vincenzo
Marliani, castellano di Porta Giovia di Milano, la terra ed il castello di
Rosate con Pozzolo. Nel 1475 il duca Galeazzo Maria Sforza investe Lucia
Marliani, detta Baietta (per via del colore rosso di capelli) del feudo di
Melzo e Gorgonzola, con il titolo di contessa. Nel 1476 le assegna anche il
borgo e pieve di Mariano idem per Desio: quest’ultima assegnazione libera
da ogni dipendenza dal Ducato. Ancora, il Duca, nel 1481, concede che la
titolarità dei feudi di Marliano e Desio possano passare ai figli nati dalla
loro relazione, Galeazzo e Ottaviano, quest’ultimo futuro vescovo di Lodi.
Lucia Marliani che risulta discendente dagli antichi domini loci del borgo
ed aveva sposato un certo Ambrogio Riverti deve la sua notorietà alla
relazione con il Duca. Dal Casanova: nel 1573 Paolo Camillo Marliani diviene
feudatario di Busto Arsizio con il titolo di conte. Nel 1583 Giovanni
Marliani ottenne dal re di Spagna i feudi della Valle d’Intelvi e delle
Quattro Valli (Valle Veddasca, Squadra del Consiglio Maggiore) Valle
Marchirolo e Squadra di Mezzo) con titolo di conte. Nel 1599 il conte
Ercole Marliani si vede riconosciuto il feudo di Mariano, dopo una
controversia con i feudatari Taverna.. Nel 1600 al conte Ruggero Marliani
viene assegnato il feudo di Luino. Nel 1603 viene riconfermato al conte
Ruggero Marliani il feudo delle Quattro Valli e ad Ercole Marliani viene
concessa la Valle d’Intelvi ed il Vicariato di Mariano. Lo stemma di
famiglia rappresenta un barbuto leone rampante.
Martini,
Martinetti e Martinelli: da san Martino da Tours, cavaliere pietoso che
donò metà del suo mantello ad un povero. Questo santo ebbe larghissima
venerazione nel Medioevo: di ciò sono rimasti cinque toponimi, il nome di
una valle del bergamasco e i cognomi di cui sopra. Data la diffusione della
devozione, il cognome lo si riscontra un po’ dappertutto.
Mattavelli:
anche qui, dalla devozione per l’evangelista Matteo che, nel Medioevo, ha
originato il diminutivo Matteello da cui il cognome Mattavelli, che si
ritrova nella Brianza orientale, a Bernareggio, Cornate, Colnago, Trezzo,
Gorgonzola, Vimercate, Agrate, Busnago e Bussero.”
Mascheroni.
Alla base dovrebbe esserci il nome personale germanico Mascarius che, già in
età comunale, si presenta come nome di battesimo: Mascarus. Sottolineo,
però, che Giandomenico Serra, nei suoi autorevolissimi studi, induce il
dubbio che questo nome possa essere la continuazione del nomen latino
Maskarus o del cognomen Masculus. Troviamo il cognome presente a Meda nel
1178: Bernus Mascaronis e Meddascus Mascaroni; compaiono a Monza nel 1237
con Jacobus Mascaronus. Ancora a Meda nel 1252, in pergamene ”storiche” che
segnano l’affrancazione del comune stesso dalle monache del monastero
benedettino di san Vittore, con Iacobo Mascarono in qualità di procuratore
del comune e Ambrosio Mascarono, Georgio e Mascharus Poscha, uno dei 77
“vicini” che promettono alla madre badessa Maria de Besuzio di corrispondere
quattrini (anzi, lire terzole) in cambio, per l’appunto della rinunzia ad
ogni diritto sul borgo. Nella stessa pergamena compare anche un Maschuli
Posche che potebbe essere anche un Mascharus. Negli elenchi di Giuramento di
obbedienza dei Milanesi alla santa Sede (1266) il cognome Mascaronus appare
cinque volte. Per Bergamo, in un atto del 1239, si cita Pellegrinus filius
quondam domini Girardi Mascaroni civitatis Pergami. Un’ipotesi affacciata
dal compianto Merati, vuole che i Mascheroni milanesi si siano estinti in
quanto non se ne trovano tracce nei documenti del Trecento e del
Quattrocento. Per contro, i Mascheroni odierni potrebbero discendere dai
Mascheroni venuti dalla bergamasca attorno al 1400: in effetti, in un atto
dell’archivio di Stato di Milano del 1460, si trova: “ fitto di lire una e
soldi quindici che Andreolo Regalia dove annualmente a Pietro de
Mascheronibus de Brambilla su un sedime di Monza: (Rammento che nella
puntata iniziale di questo percorso ho parlato dei Brembilla/Brambilla
bergamaschi). Attualmente i Mascheroni sono stanziati a Monza, Seregno,
Desio, Vimercate, Saronno e paesi limitrofi. E’ da ricordare l’illustre
matematico Lorenzo Mascheroni (1750-1800) che insegnò all’Università di
Pavia: in occasione della sua morte Vincenzo Monti scrisse la cantica
intitolata “Mascheroniana”.
Maspero, Masperi, Nespoli,
Nespola e lo svizzero Maspoli: derivano tutti dal nome dell’albero
nespolo che in latino è mespilus. E’ un cognome con poche tracce: compare
nel liber consignationis prebendarum della Biblioteca Capitolare di Monza
con un Petrus Masperonus abitante a Missagliola (1237); quattro famiglie de
Nesporo invece coltivano terra a Concorrezzo e, forse, da queste potrebbero
discenderi gli attuali Nespoli del territorio. Le forme Maspero, Masperi e
Masper sono dovute al rotacismo, cioè alla tendenza del nostro dialetto a
mutare la consonante l in r.
Mattei, Maffei, e Maffeis:
alla base c’è il nome dell’Evangelista Matteo; la forma Matteis,
latineggiante, è d’origine bergamasca. Tra la fine del Trecento e gli inzi
del Quattrocento i de Maffeis erano stanziati nella bergamasca, come
attestato da Castello Castelli.
Mauri: il cognome va
ricondotto al nome di battesimo Maurus, molto diffuso nell’alto Medioevo e
attribuibile alla venerazione per san Mauro, compagno di san Benedetto. In
latino Maurus era un cognomen d’origine etnica e indicava “marocchino”. E’
uno dei cognomi più diffusi nelle nostre terre, anche con la variante
Maveri. I Mauri erano una potente famiglia dell’Alta Brianza, ben
rappresentati agli inzi del Quattrocento nei paesi del lago di Pusiano: v’è
da aggiungere che una delle pievi del circondario del Monte di Brianza era
chiamata appunto Squadra dei Mauri, laddove per Squadra si intendeva una
circoscrizione territoriale d’antichissima memoria. In effetti il Serra
riconduce la voce ad una suddivisione parcellare del territorio comune già
ben individuabile in epoca romana. Nel 1539 risulta, tra gli elenchi dei
mercanti monzesi, Ambrosius de Maveris e, sempre a Monza, qualche secolo
dopo, abbiamo per un Mauri il simpatico soprannome Avocatt di poveritt!
Mazzoleni, Mazzini,
Mazzola: antico cognome tipicamente bergamasco come Gavazzeni, Moscheni,
ecc. In italiano dovrebbe risultare Mazzolani. Alla base il nome personale
germanico Mazo, latinizzato in Mazzus e presente in nostri documenti già
dall’VIII secolo, divenuto successivamente Mazzolus da cui Mazzoleni. Le
famiglie sono ben attestate a Bergamo, a Milano e Monza, nonché in Svizzera.
Però la val Imagna è sicuramente la loro culla: a Costa Imagna esistono
praticamente due soli cognomi, Mazzoleni e Macconi. Infatti, nel liber
mirabilium di Castello Castelli è indicato un Carbonarius de mazolenis de
Valdimania.
Mazzucchelli: mazzucco
in dialetto veneziano e mazucch in dialetto milanese indicano la testa: il
cognome deriva quindi da un soprannome. Per inciso è anche questo un nome
tra i più antichi sinora segnalati: la prima registrazione sinora nota
risale all’anno 882, negli Historiae Patriae Monumenta, con Ursulo qui
Mazuco vocatur, cioè Orsolo chiamato Mazzucca. Compare anche nell’elenco dei
Mille Hominis Pergami del 1156 con Malcoatus filius Mazuchelli, Segnalo il
milanese Gerolamo Mazzucchelli che, verso il fine del XVIII secolo si occupò
d’idraulica pubblicando opere notevoli in merito.
Meda: da Meda,
sicuramente. Il toponimo deriva dal latino meta col significato di catasta,
mucchio. Livio, ad esempio, descrivendo un’altura, scriveva: “in modum metae”.
Quindi gli abitanti dei nostri territori così chiamarono l’antico villaggio
situato su un’altura. Questo termine è rimasto nel dialetto: infatti per
indicare una catasta di legna si dice una “meda de legn”. Per inciso il
toponimo è rintracciabile sia in altre località lombarde (ben due Mede nel
pavese) che nel locarnese. Per le segnalazioni delle persone de Medda o de
Meda non basterebbe un’intera puntata, ciò anche in relazione alla presenza
dell’antichissima chiesa, con annesso monastero, titolata a san Vittore, le
cui origini si intrecciano con le vicende dei santi Aimo e Vermondo cui
viene attribuita l’origine stessa della chiesa e del successivo monastero
(il Morigia indica l’anno 780 ed il Bugatto l’anno 774). Infatti, ad
esempio, un documento dell’856, ci dice che Pietro, abate del Monastero di
sant’Ambrogio, scambia con Tagiperga, badessa del monastero di Meda, alcuni
fondi posti nel vico di Gudo. Mi limiterò, pertanto ad alcuni nominativi: i
coniugi Pietro, detto anche Amizo, e Raiverga del fu Vuarnerio, nel 1018
vendettero un campo a Giselberto, prete della pieve di Seveso. Testimoni
furono Garibaldo e Arioldo, Aigelberto e Liutulfo, tutti de Medda. Nel 1036
compare Anzeverto, del fu Giusto de Medda; 1073, Domenica vedova di Giovanni
ed i figli Omodeo e Rustico de Medda; 1252, Stepahnus de Medda. Nel monzese
appaiono nel Trecento e negli statuti dei Mercanti di questo Comune, 1326,
si trova Saliolus de Medda. Il Casanova, nel dizionario feudale, scrive:
1774, investitura del feudo di Serraglio con Sasso e Monastirolo con il
titolo di conte, a Gianbattista Meda, con diritto di proclamare. E’ degno di
menzione l’architetto Giuseppe Meda, autore, tra l’altro, del cortile del
Seminario Arcivescovile di Milano (1570).
Merati,
antica famiglia che troviamo sia a Milano che in Brianza. Il cognome deriva
da Merate, l’antica Melatum col significato di luogo di coltivazione delle
mele, diffusa in tempi remoti nella zona. E’ ben rappresentato negli atti
del Comune di Milano dove troviamo, ad esempio un Guiotus de Merate tra gli
ambasciatori della città; un Meratis de Merate tra i burges di Porta Nova;
Beltramus, Jacobus e Lanfrancus tra gli abitanti della città; Algixius,
Benenatus e Bonaurus de Merate tra i consiglieri della crendenza; un
Guilielmus de Merate tra i consiglieri della societatis capitaneorum et
vavasorum; un Jacobus de Merate tra i consoli. Figurano nell’elenco dei
cittadini che nel 1266 giurarono fedeltà alla Santa Sede. Nel 1311 Marco
Visconti prese d’assedio la casa dell’arciovescono Cassono della Torre, a
Porta Orientale: era con lui un Mazzola di Merate, rettore di Milano. Nel
1360, nella chiesa del Santo Sepolcro di Milano venne edificata una cappella
col juspatronato “illorum de Merate et de Somaruga”. Nel 1385 Giangaleazzo
Visconti, con un editto, perdona le famiglie guelfe della Brianza che
avevano appoggiato i Savoia contro di lui. Tra queste risultano anche i
Merati “brianzoli”. Ancora, sono da ricordare gli armaioli Merati di Milano,
ben presenti nel Quattrocento. Lo stemma della famiglia guelfa dei Merati
(quelli di Brianza per intenderci) è stato assunto dal Comune di Merate:
ricordo, per questo comune, la presenza di Palazzo Prinetti nel luogo over
sorgeva una antica fortificazione ed anche la presenza di Alessandro Manzoni
tra il 1791 ed il 1796, ospite nella Casa d’Educazione dei Padri Somaschi.
Oggi a Merate vi sono pure un Museo Civico di Storia Naturale ed un
Osservatorio astronomico. Il cognome è assai diffuso nella bergamasca, nel
comasco e nel lecchese ed appare anche nel Varesotto.
Meregalli:
tipicamente brianzolo ed usato inizialmente come nome di battesimo. Lo
troviamo nel 1155 con Maragallia de Alliate e, successivamente,
nell’epigrafe del 1171 che ricorda la ricostruzione delle mura milanesi dopo
la distruzione ordinata da Barbarossa nel 1167: tra i consoli appare
Malagallia de Alliate. Come cognome lo si trova nel 1201 con Ambrosius
Maragallia d’Arosio.A Milano diviene anche Meregallia. Per quanto possa
apparire scontato, il cognome è riconducibile, come per altri già visti ed
altri che vederemo, a colui che mangia i galli.
Melzi: da
Melzo. Alcuni studiosi ravvisano in Melzo l’etrusca Melpum che secondo
Conrnelio Nepote fu distrutta da Insubri, Boi e Senoni. Il significato del
nome è a tutt’oggi sconosciuto. Per raccontare della famiglia, e sue
ramificazioni, con questo cognome, non basterebbe un volume. Sintetizzando:
Antoniolo Melzi, patrizio milanese, consigliere del Duca di Milano (attorno
alla fine del Trecento/inizio Quattrocento – i suoi discendenti, dopo la
morte di Fabrizio durante la peste del 1630, assumeranno il cognome Melzi
Carpano); Bartolomeo (della schiatta di cui sopra) conte palatino e paggio
dell’imperatore Federico III; Cristoforo Melzi, ricco mercante, deputato
della Veneranda Fabbrica del Duomo e componente dei XII di Provvisione (è
incerta la parentela con i Melzi da Lodi; la sua discendenza diverrà Melzi
di Trebbiano ora Melzi di Cusano); ancora, Daniele (linea Melzi di Trebbiano
ora Cusano), patrizio milanese che nel 1548 possedeva il tenimento di
Bollate.
Vi è poi la linea dei Melzi di
Rimini che parte con Pietro – che per l’appunto viveva a Rimini – che vede,
tra gli altri, uno Stefano priore del Santo Monte di Pietà nel 1497 e
Lodovico, decurione di Milano e priore dell’Ospedale Maggiore Tra i Vicari
di Provvisione e Podestà milanesi appaiono: 1586 Luigi Melzi, 1628 Lodovico
Melzi, 1701 conte Lodovico Melzi; 1708 conte Lodovico Melzi; 1730 conte
Francesco Saverio Melzi. Dal Casanova, nel Dizionario feudale, si ricava:
1619, diploma di re Filippo III per la concessione al giureconsulto
collegiato Luigi Melzi del feudo di Magenta; 1650, investitura del feudo di
Trenno con Cassina del Pero, Torrazza, ecc. a Camillo Melzi; 1660, Diploma
di re Filippo IV per il titolo di conte a Camillo Melzi; Francesco Maria
Melzi, feudatario di Trebbiano, dal 14 maggio 1675 1° conte di Trebbiano
(linea Melzi di Trebbiano); 1693, Diploma di re Carlo per il titolo di conte
a Francesco Maria e poi al nipote Alessandro; 1678, investitura del feudo di
Civesio – frazione di Torrevecchia Pia (PV) - al tenente colonnello marchese
Egidio Melzi; 1727, il conte Gianbattista Modignani nomina per testamento a
succedergli nel feudo di Cusano il conte Orazione Melzi. Il titolo di conte
ottenuto nel 1715 da Orazio doveva essere appoggiato sul feudo di Trebbiano,
invece fu appoggiato su Cusano, avendo Orazio perso il titolo di Trebbiano a
seguito di una lite con la nipote Donna Barbara, monaca del monastero delle
Angeliche di san Paolo a Milano; 1752 Ordinazione Magistrale per la
descrizione del conte Francesco Maria Melzi, del citato Orazio, nel catalogo
dei titolati per il titolo di conte appoggiato sul feudo di Cusano. Abbiamo
ancora il conte Francesco Melzi (1753-1816) ciambellano di Maria Teresa, poi
vicepresidente della Repubblica Italiana (Cisalpina). Napoleone gli conferì
il titolo di duca di Lodi. Caduto Napoleone, il Melzi sostenne in Senato
l’elezione a re di Eugenio di Beauharnais, ma inutilmente. Tornati gli
Austriaci si rititò a vita privata.
Merzagora, Merzario e Masciadri:
costituiscono le varie trasformazioni operate su una sola parola: mercator
(mercante) che è rimasta, con altri pochissimi, anche in italiano. Dunque,
da latino mercator abbiamo un mersator nel XVI secolo che successivamente,
con i dialetti locali, si trasforma in marzàgor-marsciàgol e merzadro. Dai
primi due (marzàgor-marsciàgol) abbiamo Merzàgora mentre da merzadro
discendono da una parte merciaro-marzaro che divengono Merzario e,
dall’altra, mazadro-masciàder che assumono la forma finale di Masciadri.
Merzagora dunque appare il più vicino alla forma cinquecentesca di mersator
(merciaio) ed alla forma dialettale marsciàgol (merciaiolo), registrata
nell’Ottocento da Cherubini nel suo vocabolario milanese. A Milano appare
nel 1398 con un Gabriel de Mersaghoris, canonico della basilica di
sant’Ambrogio. Nel 1574 don Martino del Leyva nominava Desiderio Merzagori
capitano del borgo di Monza, per il biennio 1574-1576. Merzario è affine
alle forme cinquecentesche di marzaro e merciaro che abbiamo visto sopra. E’
diffuso nel triangolo lariano. Masciadri deriva dalla variante
cinquecentesca masciader che in dialetto indica, in Brianza, un rivenditore
porta a porta di vettovaglie.
Migliavacca
che risale al nome e poi cognome medievale Maliavaca, composto da due
parole. Secondo il tipo di cognome che gli studiosi chiamano imperativale o
verbale. La prima parola significa mangia e la seconda è vacca. Quindi colui
che mangia carne di vacca: in realtà, la prima parola ha alla base il
termine tardo latino magulum, cioè bocca, muso che nell’antico italiano ha
generato il verbo maliare e nei dialetti lombardi majà (mangiare). Il
termine magulum ha inoltre prodotto la parola dialettale magùn, che è poi
quel tipico atteggiamento del volto di chi si appresta a piangere.
Quest’ultimo termine, magùn, rende così ben l’idea che sovente lo troviamo
italinizzato: avere un magone. Per il percorso della parola malia divenuto
poi miglia è necessario risalire alle forme più antiche per arrivare a
quelle odierne: si noterà il trapasso della prima sillaba a ad e e infine ad
i, come accaduto per Massaroni divenuto Masseroni e infine
Massironi. Dunque abbiamo: 1237 Ugetus Maliavaca che compare nel liber
consignationis prebendarum dell’archivio capitolare del Duomo di Monza; 1250
Maliavacha de Cagna citato dal Frisi; 1286 Guidone Maliavacha che troviamo
in ASMi, fondo pergamene; 1350 Cerudus Maliavacha negli statuti dei mercanti
di Monza; 1423 Gerardo Maliavacca ASL, fondo pergamene; 1512 Io. Carolus de
Melyavachis nelle matricole dei mercanti di lana sottile di Milano; 1516 Io.
Petrus de Melivachis, sempre nelle stesste matricole dei mercanti di lana
sottile di Milano; 1630 Carlo Meiavacha in Storia di Milano, Fond. Treccani
X, 1630 Gio Antonio Migliavacca, analoga Storia della Treccani, forma poi
la forma in uso. Migliavacca è dunque affine a Meregalli (che,
abbiamo visto in una puntata precedente, nella forma antica era Malagallia)
e comparabile a Mangiacavalli, non dimenticando mai l’origine
del primo termine, cioè magulum inteso come bocca o muso. Troviamo i
Maliavaca anche a Padova nel 1274 con il giudice Wido Malivacha e, nel
Chronicon parmense appare un Maiavacha de Maiavacis come ci rammenta
l’Olivieri. A Firenze compare Antonio Magliabechi (1673/1714) al quale il
granduca Cosimo III affidò la custodia di quella biblioteca conosciuta ancor
oggi come Magliabechiana: in questo caso il bechi è riferito a carne di
capro.
Missaglia: da Missaglia,
in provincia di Como, ovviamente. Anticamente era conosciuto come Massalia,
quale derivazione dal latino massa cioè insieme di fondi rustici, termine
che appare nel V secolo. Massalia proviene da massa attraverso massale, come
Casaglia deriva da casale, generato dalla base casa e boscaglia da buscus,
ortaglia da hortus e via di questo passo. Sono tutte neoformazioni medievali
in origine plurali neutri collettivi nati ad imitazione dei termini latini
come animalia, funeralia, vectigalia, ecc. La trasformazione della prima a
divenuta poi e ed infine i, come abbiamo già visto per altri casi (vedi
Migliavacca), è un fatto ripetitivo nel Medievo. Le forme storiche che
attestano questo trapasso si trovano: anno 835 Massalia; 1162 Massalia; 1266
Massalia; 1488 Messalia; 1498 Misaglia; 1507 Messaglia; 1988 Missaglia. Il
cognome è presente nel lodigiano già a partire dal 1151, a Milano nel 1266,
a Monza i Missaglia compaiono dal 1326 negli statuti dei mercanti con
Beltraminus de massalia; 1326 Petrinus de massalia; 1326 Guidolus de
massalia; 1350 Johannolus de massalia. Erano detti Missaglia i Negroni di
Ello che, nel Quattrocento, furono celebri armatori a Milano. Troviamo
infine Sebastiano Negroboni detto il Missaglia nel 1426 nei nostri
territori: infatti, in quell’anno Ludovico Maria Sforza gli concede i
diritti feudali anche della Pieve di Seveso, con i relativi dazi su pane,
vino e carne. Val la pena rammentare che la Pieve di Seveso già dal 1260,
secondo quanto scritto da Gottifredo da Bussero, parroco di Rovello, nel suo
Liber Notitiae Sanctorum Mediolani (un’elenco dei santi venerati nella
diocesi di Milano e, conseguentemente, degli altari loro dedicati), era
composta da 34 chiese con 36 altari, senza contare le cappelle private e
qualche errore in cui il Bussero è incorso. I paesi che facevano riferimento
a Seveso capopieve erano: Barlassina, Birago, Camnago, Lentate, Copreno,
Lazzate, Misinto, Cogliate, Ceriano (Laghetto) Solaro, Cesano, Binzago,
Meda. A cui vanno aggiunte località oggi ridotte quanto a dimensioni tipo
Farga (all’epoca con ben 4 chiese), Monte presumbilmente non Mocchirolo ma
localizzabile poco prima di Ceriano nella mappa dell’Aragonio del 1610 circa
e, infine, Limbiate che scordata dal Bussero pur faceva parte della Pieve
stessa.
Molinari:
deriva dal mestiere di molinarius (addetto al molino) che compare presto nel
medioevo milanese. Lo si trova nel 1150 a Linate, a Galgagnano e
successivamente a Milano, Cesano Maderno, Baggio. Questo cognome ha sovente
assunto la forma tipica della regione in cui è nato: nelle Venezie diviene
Munari, Munèr, Muneratti; in Toscana: Mugnani, Mugnaini; in Lombardia la
forma dialettale “murnée” non si è invece affermata, mentre è possibile
trovare il cognome riportato dall’antica designazione latina: Molinari.
Troviamo un Guarini Mullinarii, indicato quale proprietario nelle coerenze
di terreni nella famosa pergamena del 1252 di Meda, con la quale il
monastero di san Vittore rinuncia all’honor, al districtus e alla
iurisdictio in favore del Comune stesso. Nella stessa pergamena compaiono,
sempre come nominativi di proprietari tra le coerenze dei terreni, un
Loterii Mulinarii e un Mulinarii Pulicis. L’indicativo molinarius lo
ritroviamo successivamente in tutti i documenti che hanno a che fare con
persone che si occupano di mulini nei nostri territori. Non compare, per
contro, in carte medievali monzesi. Dal Dizionario del Casanova (1796) si
ricava: 1725, Diploma dell’imperatore Carlo VI per il titolo di marchese a
Bartolomeo Molinari sul feudo che avrebbe comprato; 1726, investitura al
marchese Bartolomeo Molinari del feudo di Mettone, Bubbiano, Casarile,
Casirate, Zanavasco, Cassina Scaccabarozzi, Merlata, Torretta con dazi su
pane, vino e carni di Casirate e con diritto di pesca nella roggia Carona.
Siziano e le altre terre di questo feudo furono vendute al marchese Carlo
Francesco Molinari, fratello del predetto Bartolomeo; successivamente i
feudi pervennero a Carlo Francesco, nipote e figlio dei precedenti.
Montagna, Montagni, Montana, Montano, Montani, Montagnana, Montagnano,
Montagnani, Montagnini, Montanelli, Montagnaro, Montanaro, Montanari, Montarini:
E’ un cognome tipico di chi era originiario o risiedeva in zone di montagna.
Va
comunque inteso in senso generico perché il termine poteva essere riferito a
tutti i rilievi compresi tra una piccola collina e una vetta/cima.
Lo
stesso nome indica anche molte località italiane.
E’
assai diffuso nel centro nord.
Tra i
personaggi illustri si possono annoverare:
Bartolomeo Montagna (1450/1523) pittore;
Domenico Montagnana (1690/1740) liutaio;
Antonio Montanari ( 1811/1898) patriota ed uomo politico;
Carlo
Montanari (1814/1853) martire della libertà;
Carlo
Montanari (1863/1915) generale;
Geminiano Montanari (1633/1687) ingegnere ed astronomo;
Umberto Montanari (1867/1932) generale;
Giuseppe Montanelli (1813/1862) patriota ed uomo politico;
Indro
Montanelli (1909/2001) giornalista e scrittore;
Giuseppe Montani (1789/1833) prete letterato.
Monti, Dal Monte, Del Monte, Montelli, Montello, Montella, Monticelli,
Montini, Montin, Monticchi, Montési, Montignani, Montesano, Monteverdi: Questo
cognome, pur avendo una storia propria, ha un’origine assolutamente simile a
quella di Montagna. Si è affermato tra il XIII ed il XIV secolo, diffondendosi
in Puglia, Calabria, Campania, Toscana, Emilia Romagna e Liguria.
Monza:
dal toponimo di Monza, l’antica Modoetia. Il primo indicativo di questo nome
compare su un’ara votiva dedicata al dio Ercole dai giovani di Monza, nel II
secolo dopo Cristo, conservata dal Comune di Monza. Vi si legge “Modiciates
ioveni”. Un’altra attestazione diretta di Modoetia la si trova in uno
scritto di Ennodio Magno Felice (473-521) che si data tra il 493 ed il 511.
Il toponimo ricompare nell’Historia Langobardorum di Paolo Diacono, laddove
racconta della regina Teodolinda. Il significato, ad oggi, rimane oscuro e
forse di derivazione da una lingua prelatina. La forma bassomedievale di
Modoetia appare in età comunale con Amizo de Modoetia, console nel 1141;
Rogerius de Modoetia, console nel 1187, ed altri ancora. Negli atti del
Comune di Milano sino al 1260 compaiono Ambrosius, Anselmus, Apollonius,
Ardericus, Arnoldus, Azo, Castellanus, Duirans, Faravellus, Girardus,
Guilizonus, Henricus, Jacobus, Johannes, Lantelmus, Mainfredinus, Manchus,
Mudalbergus, Mussetus, Passaguadus, Petrus, Pilliciarius, Poma, Rumoldus,
Tederendi, Thomaxius e Ubertus tutti de Modoetia. Il cognome non compare
nelle Matricola Nobilium Familiarum del 1377 i cui membri avevano diritto
all’elezione passiva quali canonici ordinari del Duomo di Milano. Ancora,
importante fu il mercante di fustagni Beltramino da Monza che, nel 1424,
divise il suo intero patrimonio tra il Consorzio della Misericordia e
l’Ufficio della Pietà dei Poveri di Milano. La figlia di Beltramino,
Isabella Monza, persi il padre ed il marito (Giovanni Pietro Gallina, socio
del padre nonché consigliere ducale che lasciò tutto il suo notevole
patrimonio al Consorzio del Terz’Ordine) a causa della peste del 1424, fa
testamento lasciando erede per metà dei suoi beni il Consorzio della
Misericordia.
Moroni:
taluni fanno derivare il cognome dal latino morus, cioè gelso. Bonvesin de
la Ripa (1250-1313 circa) nel suo De Magnalibus Urbis Mediolani chiama
morona i gelsi: la parola è anche rimasta nel nostro dialetto. Altri, come
il Merati, fanno discendere il cognome dal nome etnico Maurus cioè
marocchino. Il cognome Moronus appare negli Atti del Comune di Milano già
nell’anno 1147. Nel liber consignationis prebendarum (1237) della biblioteca
capitolare del Duomo di Monza sono registrate dieci famiglie di agricoltori
con questo cognome a Sesto san Giovanni. Appare inoltre un microtoponimo
“isora de moronis” indicante forse un’isoletta in mezzo al Lambro. Il
cognome compare anche nel giuramento di obbedienza dei Milanesi alla Santa
Sede del 1266 e nell’elenco dei Novecento dell’Aurea Repubblica Ambrosiana.
Si ritrova in atti del 1252 tra il monastero benedettino di san Vittore a
Meda con Georgius et Philipi Moroni de burgo Seregnio. Abbiamo anche un fra
Santino de Moroni quale aiutante di Giovanni Antonio da Arezzo, eletto
priore del Monte di Pietà di Milano nel 1497; ancora un Morono Giovanni
elettore del Monte di Pietà di Milano dal 1497 al 1499 e un Morono
Signiorolo elettore per il Consorzio della Misericordia nel 1500. Tra i
personaggi di spicco con questo cognome appare Gerolamo Morone (1470-1529)
Gran Cancelliere del Ducato sotto Ludovico il Moro e poi sotto Massimiliano
Sforza, autore del consiglio di cedere ai Francesi il castello ed il ducato
di Milano dopo la battaglia di Melegnano. Pur in esilio il Morone non smise
di tramare contro i francesi che, poi, se ne andarono da Milano. Gli venne
conferito l’incarico di prendere possesso del ducato a nome dello Sforza:
però i padroni reali erano, in questo caso, gli Spagnoli. Il Morone tentò di
corrompere il Marchese di Pescara – che era alleato di quel Carlo V
possessore di Milano e del Ducato all’epoca – ma fu scoperto e condannato a
morte. Riuscì ad avere salva la pelle sborsando 20.000 ducati e Carlo V lo
rimise in libertà. A questo punto il Morone sposò le cause spagnole e morì
nell’assedio che questi tesero a Firenze. Dal Dizionario del Casanova si
ricava che il feudo di Cornate fu possesso dei d’Adda e poi dei Moroni. Nle
1681 il conte Gerolamo Moroni Stampa ritornava questo feudo alla Regia
Camera perché ne fosse investito Pietro Vimercati Sozzi. Il feudo di Colnago
fu anch’esso dei d’Adda e poi dei Moroni: il 25 settembre 1685 il conte
Gerolamo Moroni Stampa ritornava il feudo alla Regia Camera perché ne fosse
investito Vincenzo Ferrario. Nei secoli XV e XVI il vasto feudo di Lecco,
con l’importante fortificazione, fu ad intervalli diversi possesso dei
Vimercati, dei Moroni e dei Medici. Un altro ramo dei Moroni deve essere di
origine bergamasca ed il loro stemma, secondo un codicetto araldico di
Bergamo, raffigura un gelso in fioritura. In un registro del Duomo di Monza
appaiono anche un Mattè de Moroni da Lec nel 1559 e una Marta di Moroni da
Lecho nel 1577. Infine, va ricordato il pittore bergamasco Giovan Battista
Moroni (1520-1578) nato ad Albino in Val Seriana.
Motta:
in toponomastica francese, con il significato di altura e poi di poggio con
castello. Il termine appare solo nel basso latino ma sicuramente vanta
radici più antiche. Questi toponimi sono abbastanza diffusi e indicano per
l’appunto famiglie i cui antenati provenivano da alture.
Mottadelli:
semplicemente i Motta da Ello. In un registro battesimi di Sirtori appaiono:
1572, Elisabeth di Motti da Ello; 1572 Fernardo di Motti da Ello.
Unficandosi il cognome appare ai più incomprensibile, ma se scrive in tre
parole diventa perfettamente chiaro.
Mussi:
istintivamente si pensa alla località di Musso, sul lago di Como. Ma il
cognome può anche derivare dal nome medievale Muzius che riproduce il latino
Mucius di presumibile origine estrusca. Una terza ipotesi, forse quella più
accreditabile riporta la nome di battesimo Musso con la latinizzazione in
Mussus il quale è soggetto alla declinazione caratteristica dei nomi
germanici, come Obizo, Otho, Amizo, Guido, che ricordo: nominativo Musso,
genitivo Mussonis, dativo Mussoni, accusativo Mussonem, ablativo Mussone.
Come si vede, qualunque nome personale può così diventare cognome.
Nell’elenco dei Mille Homines Pergami del 1156 si trova Oprandus Mussus. Nel
liber consignationis prebendarum della biblioteca capitolare del Duomo di
Monza (1237) si trovano: Guidotus Mussus e Albertus Mussus. Negli Atti del
Comune di Milano compaiono: Abezono de Musso, Musso Callegarius, Musso
Uberti Ferrarii, Mussus de Iudicibus (usato così come nome personale), Musso
Malaspina, Mussetus frater Mainfredini quondam Lanterii de Modoetia (del fu
Lanterio di Monza) Mussus Nassus filius Johannesbellus; Mussus Porrata;
Musso Jordani de Ronco, Mussus Salarius canevarius, Musso qui dicitur de
Sommovico, Musso Trullia frater et conversus hospitalis pauperum de Brolio
(frate e converso dell’ospedale dei poveri del Brolio), Albertus, Anselmus,
Conradus, Jacobus, Petrus tutti de Mussus, Ruffinus Mussetus. Tra i
personaggi illustri di queste casate, ricordo: Pio Mussi (1574-1569) priore
del convento di san Simpliciano di Milano che illustrò Tacito e le storie
del Bentivoglio; Antonio Mussi (1751-1810) abate che nel 1799 venne eletto
rettore dell’Ambrosiana.
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