indice | chi siamo | scriveteci | sondaggi | immagini | storie |associazioni | links | rassegna stampa |cronaca| politica
interventi
poesia 


 

GerenzanoForum
Via Fagnani 38
21040

Gerenzano (VA)


E-mail:
postmaster @gerenzanoforum.it

 


Storia dei nostri cognomi
 
(2a Parte dalla F alla M)

Ferrario, Ferrari e Farè: il cognome è senz’altro assimilabile al mestiere di fabbro ferraio, esercitato da un’antenato, ed è presente in varie zone, dalla bergamansca al milanese, per delimitare un’area di nostro maggiore interesse. Nell’elenco dei “Mille Homines Pergami” del 1156 si trova Andreas ferarius de Gandino, Lanfrancus Ferarius de Lemine, Johannes Ferarius, Prandulfus ferarius e i filii Ottonis ferarii duo (trascritti come da originale). Sono cittadini di Bergamo ma i primi due hanno avi di Gandino e d’Almenno. Gli Annales Mediolanenses (1230-1402) indicano presenti in Milano 80 ferrarii equorum, 30 fabri sonaclorum e 100 fabri loricarum (cioè fabbricanti di ferri per cavalli, di sonagliere e di corazze)  Nel 1334 in Gandino appaiono, quali testi ben nove de Ferraris, di cui due hanno il prefisso ser cioè signori. In Val Seriana i Ferrari appaiono nel liber mirabilum di Castello Castelli che è poi la cronaca delle lotte tra guelfi e ghibellini bergamanschi: nel 1404 Giovanni Suardi non riuscì ad impossessarsi della torre di Ferrari ad Albino poiché questi ultimi si difesero.Orbene, siccome i Suardi erano capi del partito ghibellino se ne deduce che i Ferrari d’Albino dovevano essere guelfi. A Monza e Milano sono presenti tra mercanti di lana sottile, medici, notai, altr sono artisti come Marco dei Ferrari d’Agrate (de Ferrarys de Gradi) che scolpì la famosa statua in marmo di san Bartolomeo scorticato del Duomo di Milano nel 1562. La forma Farè, tipicamente dialettale, è rara.

Figini: da Figino presso Settimo Milanese, Figino Serenza, Figino sotto San Fermo della Battaglia e Figino nel Canton Ticino. Anche Figina, nome di luogo, è da associare. Gli studi per i quali io propendo riconducono Figina e similari alle Figline toscane, cioè dal latino officina = fabbrica di prodotti d’argilla cotta. Figino può essere ricondotto a fundus figlinus cioè ad appezzamento di terreno per la produzione di vasi, tegole, lucerne ecc. In effetti in una carta del 1017 si parla di un campo in loco et fundo Feglini qui dicitur Teculario.  Ad onor di cronaca il Salvioni nel 1899 lo riconduceva al latino ficulinus  da fico e nel 1900 lo faceva derivare da fageus faggio. L’Olivieri propende per la prima ipotesi. Ma le terre che ho citato più sopra sono state ad immemorabili luoghi di produzionedi manufatti d’ argilla. Nel medioevo i Figini erano una famiglia capitaneale, registrata nelle Matricola Nobilium Familiarum del 1377 i cui membri avevano diritto all’elezione passiva come canonici ordinari del Duomo. A Milano era famoso il Coperto dei Figini, casa porticata medievale andata purtroppo distrutta. Rammento il pittore Ambrogio Figini (1548-1600) allievo del Lomazzo, ottimo ritrattista.

Formenti: in un documento del 1183, contenuto negli atti del Comune di Milano fino al 1216, si trovano due agricoltori di Arosio denominati Frumentus e Cicer. Ancora, negli stessi atti, in un documento del 1210 si cita una famiglia di Palazzolo che porta il cognome Frumentus. L’ipotesi più plausibile riconduce ad un nome di battesimo divenuto poi cognome.

Fossati: i de Fossato esistono anche, ad esempio, nel torinese. Quindi presumibilmente si possono trovare laddove famiglie presero possesso di terreni con un fossato. Il primo Fossati è un lissonese che appare tra i cavalieri lombardi che tra il 1229 ed il 1230 militarono sotto il Comune di Alba in Piemonte: Scottus de Fossato de burgo Lixono. Sono presenti nel 1237 a Lissone, Cologno Monzese, Missagliola, Cremella, Vedano e Monza.

Fugazza: presumibilmente da uno dei due microtoponimi locali: cascina Fugazza di Romanò d’Inverigo e Cascina Fugazza di Cornate d’Adda. Questi ultimi compaiono nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani: in fugatia. Ancora, per cercare di capire l’origine del cognome,: nel liber consignationis prebendarum della biblioteca capitolare di Monza (1237) si trovano microtoponimi analoghi: le Fugatie de campo cremellasco e le fugatie de centemaro. Inoltre presso Berceto (PR) esiste un posto chiamato Fugazzolo e tra i monti Lessini (Rovereto) si trova un Pian della Fugazza. Occorre dunque pensare che sia il termine sia un traslato e riconduca in realtà ad una particolare morfologia del terreno.

Fumagalli:  parecchi sono stati i tentativi d’attribuzione per questo cognome, di cui, tuttora è oscura l’origine. La provenienza è da ricondurre a cascina Fumagallo, situata sotto il san Genesio, vicino a Nava. E’ un’antica località, ricordata nel liber sanctorum mediolani del Trecento con la forma Famagolo. Nel 1456 appare con le forme Fomagalo, Fumagallo. Nel monzese il cognome appare nel 1537.

Galbani: dal nome di battesimo Galvanus, in voga nel Medioevo. La lettera b al posto della v è riconducibile al dialetto che vede, ad esempio, dire malba per malva. Il cognome pare essere riconducibile alla zona bergamasca. Nel 1404 si trova un Galbanus de Galbaneis nel Liber Mirabilium del Castelli. Nel 1579 appare a Baiedo un Dominicus Galbanius.

 

Galbiati: da Galbiate, sul lago d’Oggiono. E’ un toponimo prediale che contiene il nome romano Galbius. Nel monzese appaiono dal 1537 con da Galbià.

 

Galimberti: dal nome germanico Warinbert con il significato di “difensore illustre”. Appare nel 936 come Garibertus; nel 955 come Garivertus; nel 992 Warinbertus; 1128 Wuarimbertus; 1170 Guarimbertus.  In un documento del 1525 è citato Battistino de Garimberti de Longono (quindi, Longone al Segrino). Nel 1589 in un archivio capitolare del Duomo di Monza appare un Dominicho Garimberto. La  forma esatta dovrebbe essere Garimberti: Galimberti è dovuto alla trasformazione della l in r.

 

Galli:  incerta l’origine, che potrebbe vedere sia la provenienza da un nome di battesimo Gallus sia da un soprannome, come ho già avuto modo di dire per i vari Cani, Scoiattoli ecc. Compare nel 1156 nell’elenco dei Mille Homines Pergami  con Petrus Gallus. Negli atti del Comune di Milano fino all’anno 1216 è inserito Anselmus Gallus, abitante a Meda nel 1179.  I Galli brianzoli dovrebbe comunque avere un’ascendenza bergamasca. Dal Dizionario Feudale del Casanova, abbondantemente citato nelle puntate precedenti, si ricava che nel 1763 il giureconsulto Carlo Galli venne investito del feudo di Reghinera, nel lodigiano.

 

Giussani: da Giussano. Presumibilmente un toponimo prediale romano da un nome di persona: Cluttius, Clustius oppure Justus. I de Gluxiano, negli ultimi anni del XII secolo erano ai vertici della società milanese ed avevano possedimenti anche a Gattedo (località scomparsa tra Mariano Comense e Carugo).  La prima citazione della famiglia pare risalire all’876, epoca dell’arcivescovo  Ansperto da Biassono, in cui i de Gluxiano risultano tra i nobili, con i de Caxate, che lo accolsero alla Porta Comacina e lo accompagnarono sino alla basilica ambrosiana. Pare plausibile collocare i da Giussano tra i valvassori, cioè tra l’aristocrazia milanese minore che derivava il proprio status giuridico da un rapporto di dipendenza vassallatica. Un individuo de Gluxiano, appare in pergamene del 1130 in relazione a terre che ha in concessione dal Monastero di san Maurizio (o Monastero Maggiore).  Per quanto concerne Albertus de Gluxiano, salito agli onori delle cronache quale eroe della battaglia di Legnano, battaglia che vide i comuni lombardi vittoriosi contro le truppe di Federico Barbarossa (29 maggio1176), debbo dire che gli orientamenti moderni ritengono che questo personaggio non sia mai esistito, almeno non  così come tramandatoci dalla tradizione. Infatti, stando a cronache meramente storiche, non pare che intorno al 1176 sia esistita la Compagnia della Morte, di cui Alberto doveva essere il Capitano ma, bensì, compaiono le prime milizie comunali, basate sulla struttura dell’antica cavalleria feudale. Gli storici dell’epoca, in effetti, dicono sì che vi fu la battaglia di Legnano ma non citano altro. Nel 1177 uno dei rettori della Lega Lombarda, in qualità di rappresentante di Milano, era un Alberto però proveniva da Carate. Solo un secolo e mezzo dopo tali avvenimenti  il frate milanese Galvaneo Fiamma, nel suo Chronicon Maius, riprende le vicende relative del 1176 e narra  della Compagnia della Morte e le gesta di Alberto da Giussano, sostenendo di riferirsi ad una “Chronica Leonis”. Storici contemporanei a tali accadimenti non ne parlano. E’ anche vero che. in un documento  del 1196, relativo ad un contenzioso tra l’ospedale sito in Porta Comacina ed i monaci del monastero di san Simpliciano, appaiono, con altri residenti nella citata Porta, un Ugo ed un Alberto de Gluxiano; il Fiamma cita Alberto, nella sua Chronica, del 1176, quale custode del vessillo della comunità, portato da due suoi fratelli (“duo fratres gygantes  fortissimi))” Otto e Raynerius indicati, quest’ultimi, in documenti del XII secolo relativi al Monastero Maggiore di Milano. Il Corio, nel 1503, riprende le vicende della Compagnia della Morte aggiungendo particolari, ad esempio, sull’abbigliamento e sulla statura  imponente di Alberto, statura che verrà sottolineata dal Carducci nel 1879, con la “Canzone di Legnano”.  Per tornare ad altri membri della schiatta, in un atto dell’ultimo quarto del XII secolo “Illi de Gluxiano”, cioè i signori, possiedono i luoghi di Ghiano e Romanò mentre, sul finire dello stesso secolo compaiono quali residenti a Giussano Ottone e Bernardo. Nel 1183 “illi de Gloxiano”,  possiedono terre in Arosio e Bigoncio ed appare citato un “Girardus de Gloxiano”. Nel 1186 compare un Rolandus de Gluxiano in un documento redatto in Milano. Sempre nel 1186 compare il dominus Leone da Giussano tra i canonici della potente chiesa di san Giovanni Battista in Monza. Leone divenne anche preposito, prima del 12 marzo del 1203, della pieve di Mariano Comense.  Ancora, nel febbraio 1190, appare “Otto qui dicitur del Gluxiano” quale proprietario di fondi ed affittuario del Monastero Maggiore in Arosio e Bigoncio. Nel 1199 Petracius de Gluxano (figlio di Ottone di cui sopra) è console di giustizia per le fagge di Porta Comacina e Romana.; nel 1215 compare Henricus de Gluxano nel Consiglio di Milano; nel 1216 abbiamo Ambrosius de Gluxiano, console del Comune. Nel 1246, tra i membri del consiglio comunale di Milano, troviamo Guiscardo e Uberto de Gluxiano che compaiono anche tra “i consiglieri della società dei capitanei e dei valvassori” dello stesso anno. Giovanni da Giussano divenne beneficale della chiesa di san Giorgio di Colliate (nei pressi di Biassono): questo Giovanni risulta defunto nel 1231. In questo stesso periodo un Enrico da Giussano diviene priore claustrale del monastero benedettino di san Giacomo di Pontida. Quanto al castello di Gattedo, lo stesso è passato alla storia perché, quale dimora anche di Robertum dictum Pacta de Gluxiano, nel 1258 venne distrutto per motivi eretici:  membri de Gluxiano, Manfredo e Facio,  risultavano tra i mandanti dell’uccisione del frate domenicano Pietro da Verona, poi san Pietro Martire, Inquisitore per la Lombardia ed ucciso nei boschi di Farga il 6 aprile del 1252. Eppure, nel 1258, il 4 aprile, alla presenza dei podestà di Milano Filippo Visdomino e Riccardo de Fontana, i da Giussano appaiono ancora, tra i capitani che concordano i capitoli della pace fra le fazioni milanesi - detta “pace di sant’Ambrogio” - con Rubeus, cioè Rosso de Glusiano. I da Giussano risultano iscritti nella Matricola Nobilium Familiarum con diritto all’elezione passiva come canonici ordinari del Duomo di Milano. Il Casanova, nel suo Dizionario, riporta: 1538, investitura a Giovanni Giussani del feudo di Mariano, eccetto il borgo col suo territorio. 1648: a Claudio Giussani è concesso il feudo di Mondonico con Colzano, Bruscò, Brugora, Riva, Naresso, Porchera, Olchielera e Vallicelli. 1655: Diploma di re Filippo IV, interinato l’8 dicembre successivo, per il titolo di conte di Mondonico allo stesso Claudio Giussani. 1656: al conte Claudio Giussani è concesso il feudo di Lurago, con Lambrugo, Alserio, Anzano, Pugnaga, Nobile, Camisasca, Brenno e Centemero. 1655: 10 luglio, a Federico Giussani viene concesso il feudo di Cremella con Viganò, Casirago, Cologna e Brianzola. 1655: Diploma di re Filippo IV, interinato il 3 aprile 1656, per il titolo di marchese di Casirago a Federico Giussani. Per concludere questo lungo pezzo dedicato alla famiglia debbo aggiungere che nel territorio di Mariano Comense vi è l’antichissima cappella di san Martino che appartiene alla giurisdizione ecclesiastica di Carugo: è al castrum di Gattedo, che più sopra ho citato, che apparteneva la cappella, così come indicato nel Liber Notitiae Mediolani del Bussero: “ In Marliano loco Gatheo (Gattedo) ecclesia sancti Martini”. L’antichissima chiesetta, integrata in un nucleo a corte, presenta pregevolissimi affreschi risalenti alla tecnica pittorica altomedievale, recentemente restaurati:  non esiste un documento specifico del XI o XII secolo che attesti il legame di committenza con i de Gluxiano ma studi ed approfondite ricerche permettono di affermare con relativa certezza che alla base del ciclio pittorico ci siano stati uno o più membri di tale famiglia. Infine, i de Gluxano, non appaiono, in in base alle risultanze delle ricerche sinora effettuate, possedere beni in Giussano: tale assenza documentaria potrebbe forse collegarsi al fatto che in questa cittadina non avevano possedimenti gli enti ecclesiastici e monastici le cui preziose carte sono giunte sino a noi e, per ora, non è apparso un archivio di famiglia che possa fornire dati e notizie.”

 

Grassi, Grasso, Grassini, Grassani, Grassetti, Grasselli, De Grasso: il cognome deriva da un’aggettivo che indica una data complessione fisica. Il cognome è diffuso sin dall’epoca medievale. Li troviamo citati negli Atti del Comune di Milano fino al 1216 con Arialdus Graso (1130, capitano), Landolfo Grasso (1160, console), Niger Grassus (1167/68, console di consolato non determinato), Guifredus de Grasso (1178, console) Anricus Grassus (console, 1178), Guifredottus Grassel (console, 1195), ancora Anricus Grassus (console non determinato, 1195), Usicionis Grassellus (console, 1195), Guilelmus Grassus (console, 1200), Guido Grassus (console, 1208) ed infine Guillielmus Grassus (1208, judex Porta Nuova e Porta Orientale). Per la Brianza del Trecento v’è da indicare la signoria della famiglia Grassi nel borgo di Canturio (Cantù):  Gasparo e Giovannolo nel 1324 proclamarono l’indipendenza di Canturio da Milano e fecero costruire possenti mura attorno al borgo. Anche nei secoli seguenti la famiglia mantenne una posizione di prestigio. Ancora, debbo citare sia pure in estrema sintesi, Giovannino de’ Grassi (attivo già nel 1389) grande miniatore dell’epoca che lavorò parecchi anni per la Veneranda Fabbrica del Duomo: le sue doti di miniaturista sono particolarmente evidenti nel Taccuino di Bergamo, prezioso volumetto in cui sono tracciati a penna con qualche ritocco di colore emblemi, figure araldiche, damigelle e musicanti e soprattutto animali d’ogni sorta, quegli animali che i Visconti amavano allevare nei loro parchi. Le opere miniate di questo artista vanno inserite nel quadro più ampio della sua attività di pittore, disegnatore e perito della Fabbrica del Duomo, nei cui annali già dalla sua prima apparizione viene definito “summus in arte pittorica e designamenti”. A Monza i Grassi sono presenti nel Millecento tra i Consoli: Jacobus Grassus nel 1196 e, curiosità, compare nel 1198 un Ariprandus Pinguis dove pinguis è un’evidente latinizzazione di grassus. Ancora, compaiono negli elenchi degli Statuti Mercatorum Communis Modoetiae in undici dal 1326 al 1350. Il Morigia li pone tra le famiglia di parte guelfa. I Grassi si trovano anche a Schilpario ed il loro stemma mostra due torri merlate alla ghibellina ed un orso controrampante ad un albero: è lecito presumere che i Grassi di Monza, Cantù e Schilpario appartengano a tre distinti ceppi, non imparentati tra loro. Anche a Milano, nell’atrio della basilica di sant’Ambrogio, è visibile lo stemma della nobile famiglia Grassi. Dal Dizionario Feudale del Casanova si ricava: 1538, il feudo di Zibido al Lambro è concesso al senatore Francesco Grassi; 1538, il feudo di Pogliano (MI) col titolo di marchese è concesso allo stesso Grassi; 1538, vendita a questo Grassi del feudo di Cavagnera; 1695, il feudo di Bienate è concesso a Gaspare Maria Grassi al quale, nel 1710, re Carlo III conferisce il titolo di conte. Infine, non è possibile scordare quel Bartolomeo Grassi (dei Grassi di Cantù) che, nel XVIII secolo, teologo degli Oblati, passò alla storia per la prodigiosa memoria: sapeva recitare infatti decine di migliaia di versi latini ed italiani.

Grilli: per questo cognome si deve fare riferimento, innanzi tutto al Liber Consignationis Prebendarum, del 1237, della biblioteca capitolare del Duomo di Monza., dove si trovano Beniamins, Pinamonte et Bregondus qui dicitur Grilli. Dunque a Monza appare già come cognome e nello stesso periodo appaiono a Vedano e Lissone, mentre come nome di battesimo Grillus appare registrato nel giuramento di obbedienza dei Milanesi alla Santa Sede, del 1266. Questo cognome, tipicamente brianzolo, non appare negli Atti del Comune di Milano fino al 1216 ne negli elenchi del Consiglio dei Novecento dell’Aurea Repubblica Ambrosiana. A Monza sono iscritti negli elenchi dei mercanti nel 1326, 1350 e 1476. La Santoro, nella pubblicazione Uffici del dominio sforzesco, scrive che il connestabile di porta Nuova a Monza (cioè l’ufficiale del Comune addetto alla guardia della porta) era Jacobus de Grilli nel 1464. Ancora, nella rubrica censuaria di Monza del 1573 compaiono due nobili: domino Ambrosio Grill e domino Francesco Gril. In ogni caso, il Merati sostiene che il conogne è di presumibile ascendenza ligure.

Grumello: con gromo, e con il diminutivo grumello, si indicano rialti di terra o monticelli: Da qui il nome di località nate presso o sopra queste piccole alture. Il cognome è da noi poco diffuso, mentre lo si trova nella Valtellina, nellla Bergamasca, nel  Bresciano e nel Cremonese. Lo ricordo perché il termine deriva direttamente dal latino grumus ed appartiene alla categoria degli oronimi, cioè  - per la linguistica e la geografia – ogni nome di montagna, l’onomastica delle montagne. Appartengono alla categoria degli oronimi nomi di località, e cognomi, a noi noti, quali Meda, Motta, Briga (quest’ultino direttamente riferibile a Brianza). A Canzo un dosso è chiamato Grumello. In un codicetto bergamasco appare uno stemma della famiglia Grumelli che raffigura una sorta di leone rampante.

Invernizzi: il cognome si potrebbe far risalire all’aggettivo “invernicio/invernizio/invernengo” cioè ad un qualcosa che appare d’inverno. Forse il capostipite era un bimbo nato nella stagione invernale. E’ diffuso nel Lecchese e nella Valsassina, dove sono già presenti nel Cinque/Seicento ad Acquate, Ballabio, Laorca, Morterone, Cremeno, Maggio, Mezzaca e Colmine.

Inzaghi: da Inzago, ovviamente,. La località nel Medioevo era chiamata Anticiàcum, toponimo gallico che contiene il nome romano Anticius. L’ipotesi vede la presenza di un rus anticiacùm, cioè una proprietà rurale di un Anticius. Successivamente, perso il rus e con lo “sveltimento” dialettale è divenuto Inzago. Da notare che anche in Francia ci sono due toponimi paralleli: Anzat-le-Luguet e Anzy-le-Duc.”

Lampugnani: dalla località di Lampugnano, ora in Milano. E’ un toponimo prediale romano che contiene il nome Lamponius. Quindi, inzialmente un rus lamponianun divenuto col tempo solo Lampugnano. La schiatta dei Lampugnano, nobile famiglia milanese, era iscritta nella Matricola Nobilium Familiarum del 1377, i cui membri avevano diritto all’elezione passiva come canonici ordinari del Duomo di Milano. Rammento che fra i tre giovani che pugnalarono a morte il duca Galeazzo Maria Sforza, nel 1476, vi era Andrea Lampugnani. Dal Dizionario Feudale del Casanova (1796), si ricava: 1450, il duca Francesco I Sforza concede ai fratelli Francesco e Giangiorgio Lampugnani il feudo di Casalpusterlengo con castello e relativi tributi; 1637, diploma di re Filippo IV per il titolo di marchese a Gian Giorgio Lampugnani seniore. Traccia della loro presenza in Brianza è il castello di Sulbiate, fatto edificare a metà del XV secolo da Paolo Lampugnani, ricco mercante  d’oro e d’argento. Nel cortile interno è visibile lo stemma della famiglia. Il castello passò successivamente agli Arcimboldi.

Landriani: da Landriano, nel pavese. Il toponimo parrebbe attribuibile al nome di un luogo prediale, come sopra, anche se ad oggi non si è trovata una chiara identificazione. I Landrani furono una nobile famiglia milanese: compaiono negli atti del Comune di Milano fino al 1216 come consoli del Comune e consoli di giustizia già dal 1115. Tra i vari personaggi v’è da segnalare Guido che fu in prima linea nella pace siglata nel 1183 – nella chiesa di sant’Antonio a Piacenza – tra l’imperatore Federico Barbarossa e i rappresentanti della Lega di Lombardia, Marca e Romagna. Dal Casanova si desume: 1329, Diploma dell’imperatore Lodovico il Bavaro per la concessione del feudo, del castello e del luogo di Vidigulfo (Pavia) a Giacomino Landriani, milanese. Nel 1611 il feudo era diviso in dodicesimi e ognuno dei dodici Landriani possessori governava sei mesi ogni sei anni. 1408: il duca Gian Maria Visconti da in pagamento ad Antonio Landriani, per un suo credito di 3500 fiorini, il feudo di Landriano, con i dazi dell’imbottato, pane, vino, carni e alcuni diritti d’acqua. 1442: investitura data Filippo Maria Visconti del Feudo di Spino con Nosadello ai fratelli Antonio, Andrea, Giogio Landriani. 1631: condanna in contumacia del conte Francesco Landriani nella vita, confisca dei beni e perdita del feudo per ricettazione di bandito nella sua casa di Spino. 1470: investitura del feudo di Mandrino con Birolo e parte di Vigonzone a Francesco Landriano, con il titolo di conte. Il feudo di Pandrino, dopo l’estinzione della linea maschile del conte Ugo Sanseverino, fu concesso dal duca Ludovico Maria Sforza, a titolo oneroso, a Galasso Landriani. 1689: investitura del feudo di Rovagnasco a Francesco Matroniano Landriani.

Lazzaroni:  la base  di partenza è il nome di battesimo El-eazar, ebraico, che contiene due diverse radici: El che è uno dei nomi di Dio e Azar che significa aiutare. Dunque, “Dio ha aiutato, aiutato da Dio”. L’aggettivo italiano con cui si indica uno scansafatiche non ha nulla a che vedere con il nome: in spagnolo lazaro significa povero e come tale lo si trova nel napoletano al tempo di Masaniello (1623-1647). Successivamente si diffuse l’accrescitivo lazzarone con il senso di straccione. E via di questo passo. Il cognome si diffuse nel Medioevo ma nel senso originario, cioè “colui che Dio ha aiutato”. Sono presenti nel monzese prima del Duecento e riappaiono negli elenchi degli statuti dei mercanti, nell’anno 1520, con dominus  Johannes Antonius de Lazaronibus pergomensis. Quindi questo ceppo dovrebbe essere di origine bergamasca. Sono presenti nel saronnese ma rari in altre nostre località.

Legnani: si tratta di un toponimo prediale romano che contiene un nome latino o celtico, come ad esempio per Verano che deriva da un  rus veranianum. Gli studiosi non concordano sul nome personale romano, mentre il Merati ipotizza un Lanius o Linius da cui rus lanius. Un accostamento può essere fatto a Legnago e Lignano. Il Casanova, nel suo Dizionario Feudale, a cui attingiamo sempre a piene mani, indica: 1645, vendita a Giacomo Legnani del feudo di Cairate (Varese) con il titolo di conte; 1661, Diploma di re Filippo IV per l’approvazione dell’investitura e per l’erezione del feudo in contado a favore sempre del Giacomo Legnani.Rammento il pittore milanese Stefano Maria Legnani (1660-1715) che lavorò a Milano nella chiesa del Carmine  e in quella di Sant’Angelo, oltre  che nel Duomo di Monza, nella volta della navata centrale.

Lissoni:  da Lixono d’antichissima memoria. Il Serra suppone che il nome abbia la stessa base onomastica di altri nomi locali quali Lissago (Varese), Lissaga (Cantù), Lissolo (Como), quindi dal nome latino Licius. L’Olivieri, per contro, lo fa derivare dalla base “ilicea”, latino ilex, cioè elce. Francamente propendo per il Serra. In ogni caso Lissone fu antico luogo di insediamenti umani come dimostrato i ritrovamenti  della zona centrale di’epoca romana imperiale. Nel monzese il cognome appare dal XII secolo e paiono non appartenere, nel XIV secolo ad alcuna parte in lotta: ne gulefi ne ghibellini.  Compaiono negli Statui dei Mercanti dal 1326 con Stephanus de lissono, Johannolo de lissono e Petrus de lissono; nel 1342 con Bressanus de lissono, nel 1350 con frater Ambrosius de lissono e Andrietus de lissono; nel 1476 con frater Stephanus de lissono.

Locatelli: non è un diminutivo di Locati, come alcuni potrebbero pensare, ma sono due nomi ben distinti. Locati risale ai vari Locate in circolazione: Locate Varesino, Locate Trulzi e Locate Bergamasco. Locatelli deriva da Locatello, in val Imagna, frazione di Ponte San Pietro. In comune hanno la radice che dovrebbe essere il nome celtico leukos, cioè bosco, oppure il nome personale Leucus che troviamo nella Gallia Transalpina secondo le affermazioni del Serra  e del Rohlfs. Sono toponimi prediali (sia Locate che Locatello) in –ate che troviamo da noi, come Alzate, Cesate, Lonate, Merate e via di questo passo. Nel Liber Mirabilium di Castello Castelli  (cronaca delle lotte intestine nella bergamasca tra il Tre ed il Quattrocento) i Locatelli vengono indicati come seguaci dei Suardi, cioè Ghibellini. Nella Rubrica Censuraria di Monza appaiono solo nel 1537 in qualità di agugiari, cioè fabbricanti d’aghi. Risultano stanziati nel Lecchese ed in Valsassina nella seconda metà del Cinquecento, a Taceno, Cremeno, Moggio, Avolasio e Bizetto. Nei primi decenni del Seicento sono ad Acquate, Ballabio e Morterone. A Bergamo è il cognome più diffuso. Si rammentano: Pietro Antonio Locatelli (1639-1764), di Bergamo, allievo del Corelli, concertista e compositore. Ancora, Antonio Locatelli (1895-1936), di Bergamo, che si distinse particolarmente nella guerra del 1915-1918 e partecipò, con Gabriele D’Annunzio al volo su Vienna. Ebbe medaglia d’oro al valor militare e tre medaglie d’argento.

Longhi e Longoni: ovviamente da longus, soprannone dato ad una persona di statura sopra la media. Statura riferita a quella comune in epoca medievale. In età comunale questo cognome viene spesso utilizzato. Si registra a Bergamo nell’elenco dei Mille Homini Pergami del 1156 con Alexander de Longuis, lo si trova nel milanese e nel mendrisiotto. Rammento il cardinale Guglielmo Longhi di Bergamo (1320 c.a) il cui monumento funebre è ricordato in santa Maria Maggiore, ove è visibile anche lo stemma dello stesso raffigurante un leone rampante con una sbarra trasversale all’altezza della zampa sinistra anteriore. Il Dizionario del Casanova cita: 1754, investitura al conte Antonio Longhi del feudo di Segnanino, presso Greco. I fuochi erano 50 senza redditi ed il titolo di conte restò appoggiato a questa investitura. Ancora, degno di menzione è Giuseppe Longhi, pittore e miniatore monzese (1766-1831), la cui opera più nota è un’acquaforte che riproduce lo Sposalizio della Vergine di Raffaello.

Maggi: in epoca medievale era anched’uso utilizzare il nome del mese in cui il neonato era venuto al mondo quale nome di battesimo. A ciò sono riconducibili i cognomi  veneti come Gennari, Zennari e Zanier; quelli meridionali come Aprile, Majo e de Majo e i cognomi francesi Janvier, Febrier, Avril e via di questo passo. Nello stesso periodo nel milanese si trovano nomi di battesimo quali Januarius, Aprilis, Madius che, per esempio, prosegue il latino Maius. Come cognome appare nel 1214, con Guido de Madiis,”miles officialis constitutus ad mesorandum terras per Comitatus Mediolan”: insomma un’attuale geometra incaricato di misurare la terra per conto del Comune di Milano. I Maggi sono anche presenti a Brescia, nei primi anni del Trecento come nobile famiglia ghibellina. Compaiono nell’elenco delle nobili famiglie milanesi con diritto all’elezione passiva come canonici ordinari del Duomo di Milano (1377), col cognome de Mariis. Dal Dizionario del Casanova si ricava: prima metà del Cinquecento, il feudo di Cassano d’Adda fu concesso a Lodovico Maggi; 1538, il feudo di Dairago e sua pieve, nonché quello di Pogliano, furono concessi a Castellano Maggi; 1538 il feudo di Vailate al cavalier Onofrio Maggi; 1599, Diploma di re Filippo III per la concessione del feudo di Mandrino e Vigonzone (MI) al senatore Lodovico Maggi; 1644, Diploma di re Filippo IV per il titolo di conte ad Alessandro Maggi, discendente del Lodovico di cui sopra;1692, il feudo di Gradella (Lodi) al conte Girolamo Maggi ed il titolo di conte restò poggiato su questo feudo; 1719 ordinazione del Magistrato Straordinario per l’iscrizione del conte Girolamo Maggi nel catalogo dei titolati. Ancora, non posso trascurare il primo grande poeta dialettale milanese: Carlo Maria Maggi, nato a Milano nel 1630, laureato in Giurisprudenza a Bologna a 19 anni,  dedito allo studio delle lettere e della poesia e che scrisse versi quali madrigali, ottave, idilli, tragedie, canzoni e sonetti. Nel 1661 “per benevolenza di Casa Borromeo e protezione del conte Arese” ottenne la nomina di Segretario del Senato, che mantenne per tutta la vita. Fu professore di eloquenza latina e lingua greca nell Scuole Palatine e nel 1677 venne eletto dal Senato e dal Governo per “assistere alla tassa de’ medicianli: Si deve a Maggi l’invenzione della maschera di Meneghino, personaggio che incarna il tipo milanese schietto, onesto e “cont el coeur in man”. A Milano divenne riferimento e modello per onestà  e rettitudine, moralità e sentimento religioso. Morì nella sua amata città il 22 aprile 1699 e fu seppellito nella basilica di san Nazzaro. Riporto i primi due brani del famosissimo “Trattenimento dell’Autore in Villa”, tratto dalle “Rime Milanesi” con il dialetto in voga al tempo: “Sont a Lesma sol solett/Par fa i cunt cont i massé:/Bella vista e loeugh quìett/Da descorr con i pensé./La mattina sto giò tard/Fin ch’el so el me ven adoss,//Fin ch’el coeugh moeuv i leccard,/E son stracch de stà in reposs/ …”Infine, non và scordata la presenza della famiglia Maggi, con Carlo Ambrogio, a Misinto dal 1810: in quella data  venne acquistaa dalla famiglia Vimercati, presenti da prima del Cinquecento in questo paese, tutta la proprietà, con terreni e caseggiati. Palazzo Maggi, ora sede comunale, ospitò verso la fine dell’Ottocento il principe di Napoli,divenuto poi Vittorio Emanuele III. Sempre per i Maggi, il commendator Ambrogio Maggi era presidente dell’Opera Pia Vittorio Emanuele II per l’elezione degli Asili rurali: troviamo la sua presenza – nello scorcio di fine Ottocento – in carteggi attinenti gli Asili dei nostri territori.

Maino e Maini: dal nome personale germanico Magìno da cui si attinge la radice magin= forza. Il cognome non appare in nessun documento milanese sino al 1412, laddove Filippo Maria Visconti emette un bando per l’uccisione del fratello Giovan Maria, da cui risultano banditi: Antonio dictus Farina de Majno, Prepositus de Majno, Franciscus de Majno dictus Agagius, Luchinus de Majno, Tadeus dictus Squileta de Majno. Pare, dunque, una famiglia nemica del Visconti: eppure le cronache d’epoca (o meglio i gossip per dirla con un termine di oggi) ci dicono che lo stesso Filippo Maria, messa in disparte la legittima consorte principessa Bianca Maria di Savoia, ebbe una relazione con Agnese del Majno da cui ebbe la figlia Bianca Maria che sarà l’ultima dei Visconti e diverrà sposa di Francesco Sforza. Tra i Majno troviamo in particolare Giason del Maino, insigne giurista dell’età sforzesca e professore a Pavia. Il duca Ludovico Sforza (il Moro) gli affidò missioni diplomatiche, lo consultò per problemi del ducato e, soprattutto, gli chiese pareri in merito ad un codicillo testamentario, trovato a Pavia, che destinava il ducato di Milano agli Orléans: ciò a causa del matrimonio di Valentina Visconti – figlia di Giangaleazzo –la quale, nel 1389, aveva sposato Luigi d’Orléans, fratello di Carlo VI di Francia. Il codicillo prevedeva che il ducato passasse ai francesi nell’ipotesi in cui l’ultimo duca visconteo fosse morto senza eredi maschi. Dal Dizionario del Casanova, si ricava: 1473, i del Majno erano confeudatari di Motta Visconti per un terzo; 1525, il duca Francesco Sforza II concede il feudo di Bordolano con Azzanello, Barzaniga, Campognola ed altri, nel cremonese, a Tommaso del Majno, col titolo di marchese nonché i dazi dell’imbottato, pane, vino, carni e del traghetto sul fiume Oglio;1652, investitura ad Ersilio del Majno del feudo di Crespiatica (Lodi); 1658: Diploma di Re Filippo IV per l’approvazione dell’investitura del conte Ersilio del Majno.

Mambretti: parrebbe risalire ad una località medievale, ora scomparsa, e precisamente un cascinale chiamato Montebreto ad Anzano del Parco. Questa località è ricordata anche negli Atti delle Visite Pastorali di san Carlo e la si trova in una mappa del bresciano Aragonio (l’autore presunto della mappa della Pieve di Seveso del 1610/1615 circa). I Mambretti compaiono nel monzese già dal 1180;il Morigia, nel suo Chronicun modoetiense li inserisce nelle famiglie ghibelline.”

Mandelli: direttamente da Mandello del Lario. Nobile famiglia milanese, ben presente in epoca comunale con consoli e un podestà.. Vi sono dei Mandelli anche tra i prigionieri fatti da Federico II nella battaglia di Cortenova (1237) e mandati nel regno di Napoli. I Mandelli sono inseriti nella Matricola Nobilium Familiarum di Milano del 1377, i cui membri avevano diritto all’elezione passiva quali canonici del Duomo. Nel 1536 il conte Giacomo Mandelli otteneva da Carlo V l’investitura della contea di Maccagno Inferiore, territorio che, del resto, la sua famiglia possedeva già da oltre 400 anni. Il possesso passò poi ai Borromeo nel 1718.

Mantegazza: è uno dei pochi cognomi superstiti del Medioevo. Deriva dal latino mantica,nome con cui si designava la bisaccia dei viandanti che veniva appesa alle spalle, con una parte che cadava davanti e l’altra dietro. È un cognome squisitamente milanese e Mantegazza è il peggiorativo di mantica, in dialetto. Si può supporre che all’origine vi fosse un soprannome, divenuto con i secoli cognome vero e proprio. I Mantegazza sono presenti a Milano già nel 1177 con un console: Johannes Mantegacius. Si trovano anche tra i prigionieri del Barbarossa nella sopraccitata battaglia di Cortenova, dove figurano nell’elenco degli uomini catturati ed inviati a Napoli, con Obizus e Thomasius Mantecazus. La schiatta è registrata nell’elenco delle nobili famiglie del 1377 e, ancora, appaiono tra gli uomini banditi da Filippo Maria Visconti, dopo l’assassinio del fratello nel 1412. Risultano tra i Novecento dell’Aurea Repubblica Ambrosiana del 1477 dove compaiono in quattro. Negli elenchi dei mercanti di Monza sono registrati nel 1432 con Antonius et Fatiinius de Mantegatiis, nel 1470-76 con Andreas Mantegatius. Ricordo la costruzione, nel 1468, dell’Oratorio dei Mantegazza alle Cascine Olona vicino a Milano. Parecchi membri di questa famiglia sono registrati tra i mercanti di lana sottile, operanti sempre in Milano. Sono da rammentare anche i fratelli Cristoforo e Antonio Mantegazza, scultori della seconda metà del Quattrocento milanese le cui opere si trovano nel Duomo di Milano, nella Certosa di Pavia ed al Museo di Louvre di Parigi. Il Casanova ci dice che nel 1692 Carlo II investiva il questore Angelo Maria Mantegazza del feudo di Liscate con il titolo di marchese. Infine, è da ricordare il medico Paolo Mantegazza (1831/1901), monzese, antropologo, igienista e letterato nonché uomo politico.

Manzi, Manzini, Manzoni, Manzolini: dal nome personale germanico Manzus o da un accrescitivo di Amanzio. L’origine della schiatta dovrebbe essere nella Valsassina. Nella seconda metà del Cinquecento i Manzoni risultano diffusi a Cremeno, Colmine, Cassina, Maggio, Barzio, Moggio; i Manzolini si trovano, nella stessa epoca a Casargo e Somadino. Nei primi anni del Seicento i Manzoni si trovano nei dintorni di Lecco, a Ballabio, san Giovanni alla Castagna, Olate, Germanedo, Maggianico, Brumano e Morterone. Dal Casanova sappiamo che il feudo di Viganò con Cologna è concesso, nel 1732, al barone Bartolomeo Manzoni. Non reputo d’addentrarmi nelle vicende di Alessandro Manzoni perché le stesse assai note a tutti.

Mapelli: dalla località bergamasca di Mapello. L’Olivieri presuppone che il nome abbia una discendenza dalla voce milanese mappa che indicava il cavolfiore e che trovava analogia nel cantonticinese mapp cioè pannocchia di granoturco, assimilabili alla posizione geografica del luogo. La schiatta è rappresentata nell’elenco dei Mille Homines Pergami del 1156. Segnalo un Guillelmus de Mapello, rettore di Lombardia nel 1178. Compaiono nel monzese nel 1350 negli statuti dei mercanti con Petrus de Mapello. In epoche più recenti, l’avvocato Achille Mapelli (1841-1894) fu uno dei Mille di Garibaldi e deputato al Parlamento.

Marchesi: da un soprannome, come avvenuto per altri titoli nobiliari. Nel 1266 lo si trova, a Milano, usato come nome di battesimo. Nel liber consignationis prebendarum del 1237 della biblioteca capitolare del Duomo di Monza appaiono parecchie famiglie con questo cognome, diffuse a Bulciago, Monza, e Muggiò. Compaiono inoltre nel territorio bergamasco. Nel liber mirabilium di Castello Castelli è ricordato il guelfo Bonus de Marchesiis de Gavarno. Inoltre, negli statuta della Magnifica Comunità di Bergamo risulta un dominus Vailerus de Marchesiis con casa e brolo in sant’Alessandro della Croce. In Brianza il cognome appare diffuso ma con una maggior concentrazione a Vimercate. Inoltre, nella frazione di Oreno esiste un cortile, in cui insiste una casa a doppio loggiato cinquecentesco, detto “curt dal marcasun” (corte del marchesone). Bisogna anche ricordare lo scultore Pompeo Marchesi (1789-1858), milanese allievo del Canova, del quale si trovano opere in Duomo e nella chiesa di san Carlo. Di lui sono noti i famosi telamoni (omenoni) della Rotonda del Cagnola ad Inverigo.

Mariani: non mi basterebbe un intiero volume per parlare di questa schiatta. Il cognome deriva da un toponimo prediale antichissimo, d’età romana: dunque un fundus marillianus o rus marillianum. Col tempo il fundus o rus scompare e rimane marillianus come nome di luogo (Mariano Comense). Troviamo, nelle forme antiche, la seguente sequenza relativa al nome: 1033: Mareliano; 1086: Marelliano; 1203: Marliano; 1326: Marliano; 1447:Marliano; 1564 Marliano; 1744 Mariano. La forma Marliano continua sino al pieno Cinquecento come consuetudine notarile mentre la pronuncia popolare già doveva essere Marian. Studi del Merati ci informano della presenza massiccia dei Mariani lungo la direttrice Seregno, Desio, Lissone, cioè lungo una vecchia strada di traffico verso Monza e Milano.  Osserva, sempre il Merati, che l’esplosione demografica su questa direttrice deve avere una spiegazione perché non vi sono altre località dello stesso nome che si possano mettere alla base dei molteplici ceppi famigliari, come è avvenuto per Sala, Motta e Colombo. Esiste, è vero, un altro Mariano al Brembo che però ha dato origine al cognome Marieni nella bergamasca. I primi Marliano appaiono a Milano nel 1177 con Pietro console dei mercanti e suo figlio Lanfranco, console di giustizia nel 1237. Nel XIV secolo i Marliani possedevano già diritti nel borgo di Mariano Nel 1414 il duca Filippo Maria Visconti assegna a Vincenzo Marliani, castellano di Porta Giovia di Milano, la terra ed il castello di Rosate con Pozzolo. Nel 1475 il duca Galeazzo Maria Sforza investe Lucia Marliani, detta Baietta  (per via del colore rosso di capelli) del feudo di Melzo e Gorgonzola, con il titolo di contessa. Nel 1476 le assegna anche il borgo e pieve di Mariano idem per  Desio: quest’ultima assegnazione  libera da ogni dipendenza dal Ducato. Ancora, il Duca, nel 1481, concede che la titolarità dei feudi di Marliano e Desio possano passare ai figli nati dalla loro relazione, Galeazzo e Ottaviano, quest’ultimo futuro vescovo di Lodi. Lucia Marliani che risulta discendente dagli antichi domini loci del borgo ed aveva sposato un certo Ambrogio Riverti deve la sua notorietà alla relazione con il Duca. Dal Casanova: nel 1573 Paolo Camillo Marliani diviene feudatario di Busto Arsizio con il titolo di conte. Nel 1583 Giovanni Marliani ottenne dal re di Spagna i feudi della Valle d’Intelvi e delle Quattro Valli (Valle Veddasca, Squadra del Consiglio Maggiore) Valle Marchirolo e Squadra di Mezzo) con titolo di conte.  Nel 1599 il conte Ercole Marliani si vede riconosciuto il feudo di Mariano, dopo una controversia con i feudatari Taverna.. Nel 1600 al conte Ruggero Marliani viene assegnato il feudo di Luino. Nel 1603 viene riconfermato al conte Ruggero Marliani il feudo delle Quattro Valli e ad Ercole Marliani viene concessa la Valle d’Intelvi ed il Vicariato di Mariano. Lo stemma di famiglia rappresenta un barbuto leone rampante.

Martini, Martinetti e Martinelli: da san Martino da Tours, cavaliere pietoso che donò metà del suo mantello ad un povero. Questo santo ebbe larghissima venerazione nel Medioevo: di ciò sono rimasti cinque toponimi, il nome di una valle del bergamasco e i cognomi di cui sopra. Data la diffusione della devozione, il cognome lo si riscontra un po’ dappertutto.

Mattavelli: anche qui, dalla devozione per l’evangelista Matteo che, nel Medioevo, ha originato il diminutivo Matteello da cui il cognome Mattavelli, che si ritrova nella Brianza orientale, a Bernareggio, Cornate, Colnago, Trezzo, Gorgonzola, Vimercate, Agrate, Busnago e Bussero.”

Mascheroni. Alla base dovrebbe esserci il nome personale germanico Mascarius che, già in età comunale, si presenta come nome di battesimo: Mascarus. Sottolineo, però, che Giandomenico Serra, nei suoi autorevolissimi studi, induce il dubbio che questo nome possa essere la continuazione del nomen latino Maskarus o del cognomen Masculus. Troviamo il cognome presente a Meda nel 1178: Bernus Mascaronis e Meddascus Mascaroni; compaiono a Monza nel 1237 con Jacobus Mascaronus. Ancora a Meda nel 1252, in pergamene ”storiche”  che segnano l’affrancazione del comune stesso dalle monache del monastero benedettino di san Vittore, con Iacobo Mascarono in qualità di procuratore del comune e Ambrosio Mascarono, Georgio e Mascharus Poscha, uno dei 77 “vicini” che promettono alla madre badessa Maria de Besuzio di corrispondere quattrini (anzi, lire terzole) in cambio, per l’appunto della rinunzia ad ogni diritto sul borgo. Nella stessa pergamena compare anche un Maschuli Posche che potebbe essere anche un Mascharus. Negli elenchi di Giuramento di obbedienza dei Milanesi alla santa Sede (1266) il cognome Mascaronus appare cinque volte. Per Bergamo, in un atto del 1239, si cita Pellegrinus filius quondam domini Girardi Mascaroni civitatis Pergami. Un’ipotesi affacciata dal compianto Merati, vuole che i Mascheroni milanesi si siano estinti in quanto non se ne trovano tracce nei documenti del Trecento e del Quattrocento. Per contro, i Mascheroni odierni potrebbero discendere dai Mascheroni venuti dalla bergamasca attorno al 1400: in effetti, in un atto dell’archivio di Stato di Milano del 1460, si trova: “ fitto di lire una e soldi quindici che Andreolo Regalia dove annualmente a Pietro de Mascheronibus de Brambilla su un sedime di Monza: (Rammento che nella puntata iniziale di questo percorso ho parlato dei Brembilla/Brambilla bergamaschi). Attualmente i Mascheroni sono stanziati a Monza, Seregno, Desio, Vimercate, Saronno e paesi limitrofi. E’ da ricordare l’illustre matematico Lorenzo Mascheroni (1750-1800) che insegnò all’Università di Pavia: in occasione della sua morte Vincenzo Monti scrisse la cantica intitolata “Mascheroniana”.

Maspero, Masperi, Nespoli, Nespola e lo svizzero Maspoli: derivano tutti dal nome dell’albero nespolo che in latino è mespilus. E’ un cognome con poche tracce: compare nel liber consignationis prebendarum della Biblioteca Capitolare di Monza con un Petrus Masperonus abitante a Missagliola (1237); quattro famiglie de Nesporo invece coltivano terra a Concorrezzo e, forse, da queste potrebbero discenderi gli attuali Nespoli del territorio. Le forme Maspero, Masperi e Masper sono dovute al rotacismo, cioè alla tendenza del nostro dialetto a mutare la consonante l in r.

Mattei, Maffei, e Maffeis: alla base c’è il nome dell’Evangelista Matteo; la forma Matteis, latineggiante, è d’origine bergamasca. Tra la fine del Trecento e gli inzi del Quattrocento i de Maffeis erano stanziati nella bergamasca, come attestato da Castello Castelli.

Mauri: il cognome va ricondotto al nome di battesimo Maurus, molto diffuso nell’alto Medioevo e attribuibile alla venerazione per san Mauro, compagno di san Benedetto. In latino Maurus era un cognomen d’origine etnica e indicava “marocchino”. E’ uno dei cognomi più diffusi nelle nostre terre, anche con la variante Maveri.  I Mauri erano una potente famiglia dell’Alta Brianza, ben rappresentati agli inzi del Quattrocento nei paesi del lago di Pusiano: v’è da aggiungere che una delle pievi del circondario del Monte di Brianza era chiamata appunto Squadra dei Mauri, laddove per Squadra si intendeva una circoscrizione territoriale d’antichissima memoria. In effetti il Serra riconduce la voce ad una suddivisione parcellare del territorio comune già ben individuabile in epoca romana. Nel 1539 risulta, tra gli elenchi dei mercanti monzesi, Ambrosius de Maveris e, sempre a Monza, qualche secolo dopo, abbiamo per un Mauri il simpatico soprannome Avocatt di poveritt!

Mazzoleni, Mazzini, Mazzola: antico cognome tipicamente bergamasco come Gavazzeni, Moscheni, ecc. In italiano dovrebbe risultare Mazzolani. Alla base il nome personale germanico Mazo, latinizzato in Mazzus e presente in nostri documenti già dall’VIII secolo, divenuto successivamente Mazzolus da cui Mazzoleni. Le famiglie sono ben attestate a Bergamo, a Milano e Monza, nonché in Svizzera. Però la val Imagna è sicuramente la loro culla: a Costa Imagna esistono praticamente due soli cognomi, Mazzoleni e Macconi. Infatti, nel liber mirabilium di Castello Castelli è indicato un Carbonarius de mazolenis de Valdimania.

Mazzucchelli: mazzucco in dialetto veneziano e mazucch in  dialetto milanese indicano la testa: il cognome deriva quindi da un soprannome. Per inciso è anche questo un nome tra i più antichi sinora segnalati: la prima registrazione sinora nota risale all’anno 882, negli Historiae Patriae Monumenta, con Ursulo qui Mazuco vocatur, cioè Orsolo chiamato Mazzucca. Compare anche nell’elenco dei Mille Hominis Pergami del 1156 con Malcoatus filius Mazuchelli, Segnalo il milanese Gerolamo Mazzucchelli che, verso il fine del XVIII secolo si occupò d’idraulica pubblicando opere notevoli in merito.

Meda: da Meda, sicuramente. Il toponimo deriva dal latino meta col significato di catasta, mucchio. Livio, ad esempio, descrivendo un’altura, scriveva: “in modum metae”. Quindi gli abitanti dei nostri territori così chiamarono l’antico villaggio situato su un’altura. Questo termine è rimasto nel dialetto: infatti per indicare una catasta di legna si dice una “meda de legn”. Per inciso il toponimo è rintracciabile sia in altre località lombarde (ben due Mede nel pavese) che nel locarnese. Per le segnalazioni delle persone de Medda o de Meda non basterebbe un’intera puntata, ciò anche in relazione alla presenza dell’antichissima chiesa, con annesso monastero, titolata a san Vittore, le cui origini si intrecciano con le vicende dei santi Aimo e Vermondo cui viene attribuita l’origine stessa della chiesa e del successivo monastero (il Morigia indica l’anno 780 ed il Bugatto l’anno 774). Infatti, ad esempio, un documento dell’856, ci dice che Pietro, abate del Monastero di sant’Ambrogio, scambia con Tagiperga, badessa del monastero di Meda, alcuni fondi posti nel vico di Gudo. Mi limiterò, pertanto ad alcuni nominativi: i coniugi Pietro, detto anche Amizo, e Raiverga del fu Vuarnerio, nel 1018 vendettero un campo a Giselberto, prete della pieve di Seveso. Testimoni furono Garibaldo e Arioldo, Aigelberto e Liutulfo, tutti de Medda. Nel 1036 compare Anzeverto, del fu Giusto de Medda; 1073, Domenica vedova di Giovanni ed i figli Omodeo e Rustico de Medda; 1252,  Stepahnus de Medda. Nel monzese appaiono nel Trecento e negli statuti dei Mercanti di questo Comune, 1326, si trova Saliolus de Medda. Il Casanova, nel dizionario feudale, scrive: 1774, investitura del feudo di Serraglio con Sasso e Monastirolo con il titolo di conte, a Gianbattista Meda, con diritto di proclamare. E’ degno di menzione l’architetto Giuseppe Meda, autore, tra l’altro, del cortile del Seminario Arcivescovile di Milano (1570).

Merati, antica famiglia che troviamo sia a Milano che in Brianza. Il cognome deriva da Merate, l’antica Melatum col significato di luogo di coltivazione delle mele, diffusa in tempi remoti nella zona. E’ ben rappresentato negli atti del Comune di Milano dove troviamo, ad esempio un Guiotus de Merate tra gli ambasciatori della città; un Meratis de Merate tra i burges di Porta Nova; Beltramus, Jacobus e Lanfrancus tra gli abitanti della città; Algixius, Benenatus e Bonaurus de Merate tra i consiglieri della crendenza; un Guilielmus de Merate tra i consiglieri della societatis capitaneorum et vavasorum; un Jacobus de Merate tra i consoli. Figurano nell’elenco dei cittadini che nel 1266 giurarono fedeltà alla Santa Sede. Nel 1311 Marco Visconti prese d’assedio la casa dell’arciovescono Cassono della Torre, a Porta Orientale: era con lui un Mazzola di Merate, rettore di Milano. Nel 1360, nella chiesa del Santo Sepolcro di Milano venne edificata una cappella col juspatronato “illorum de Merate et de Somaruga”. Nel 1385 Giangaleazzo Visconti, con un editto, perdona le famiglie guelfe della Brianza che avevano appoggiato i Savoia contro di lui. Tra queste risultano anche i Merati “brianzoli”. Ancora, sono da ricordare gli armaioli Merati di Milano, ben presenti nel Quattrocento. Lo stemma della famiglia guelfa dei Merati (quelli di Brianza per intenderci) è stato assunto dal Comune di Merate: ricordo, per questo comune, la presenza di Palazzo Prinetti nel luogo over sorgeva una antica fortificazione ed anche la presenza di Alessandro Manzoni tra il 1791 ed il 1796, ospite nella Casa d’Educazione dei Padri Somaschi. Oggi a Merate vi sono pure un Museo Civico di Storia Naturale ed un Osservatorio astronomico. Il cognome è assai diffuso nella bergamasca, nel comasco e nel lecchese ed appare anche nel Varesotto.

 

Meregalli: tipicamente brianzolo ed usato inizialmente come nome di battesimo. Lo troviamo nel 1155 con Maragallia de Alliate e, successivamente,  nell’epigrafe del 1171 che ricorda la ricostruzione delle mura milanesi dopo la distruzione ordinata da Barbarossa nel 1167: tra i consoli appare Malagallia de Alliate. Come cognome lo si trova nel 1201 con Ambrosius Maragallia d’Arosio.A Milano diviene anche Meregallia. Per quanto possa apparire scontato, il cognome è riconducibile, come per altri già visti ed altri che vederemo, a colui che mangia i galli.

 

Melzi: da Melzo. Alcuni studiosi ravvisano in Melzo l’etrusca Melpum che secondo Conrnelio Nepote fu distrutta da Insubri, Boi e Senoni. Il significato del nome è a tutt’oggi sconosciuto. Per raccontare della famiglia, e sue ramificazioni, con questo cognome, non basterebbe un volume. Sintetizzando: Antoniolo Melzi, patrizio milanese, consigliere del Duca di Milano (attorno alla fine del Trecento/inizio Quattrocento – i suoi discendenti, dopo la morte di Fabrizio durante la peste del 1630, assumeranno il cognome Melzi Carpano); Bartolomeo (della schiatta di cui sopra) conte palatino e paggio dell’imperatore Federico III; Cristoforo Melzi, ricco mercante, deputato della Veneranda Fabbrica del Duomo e componente dei XII di Provvisione (è incerta la parentela con i Melzi da Lodi; la sua discendenza diverrà Melzi di Trebbiano ora Melzi di Cusano); ancora, Daniele (linea Melzi di Trebbiano ora Cusano), patrizio milanese che nel 1548 possedeva il tenimento di Bollate.

Vi è poi la linea dei Melzi di Rimini che parte con Pietro – che per l’appunto viveva a Rimini – che vede, tra gli altri, uno Stefano priore del Santo Monte di Pietà nel 1497 e Lodovico, decurione di Milano e priore dell’Ospedale Maggiore Tra i Vicari di Provvisione e Podestà milanesi appaiono: 1586 Luigi Melzi, 1628 Lodovico Melzi, 1701 conte Lodovico Melzi; 1708 conte Lodovico Melzi; 1730 conte Francesco Saverio Melzi. Dal Casanova, nel Dizionario feudale, si ricava: 1619, diploma di re Filippo III per la concessione al giureconsulto collegiato Luigi Melzi del feudo di Magenta; 1650, investitura del feudo di Trenno con Cassina del Pero, Torrazza, ecc. a Camillo Melzi; 1660, Diploma di re Filippo IV per il titolo di conte a Camillo Melzi;  Francesco Maria Melzi, feudatario di Trebbiano, dal 14 maggio 1675 1° conte di Trebbiano (linea Melzi di Trebbiano); 1693, Diploma di re Carlo per il titolo di conte a Francesco Maria e poi al nipote Alessandro; 1678, investitura del feudo di Civesio – frazione di Torrevecchia Pia (PV) - al tenente colonnello marchese Egidio Melzi; 1727, il conte Gianbattista Modignani nomina per testamento a succedergli nel feudo di Cusano il conte Orazione Melzi. Il titolo di conte ottenuto nel 1715 da Orazio doveva essere appoggiato sul feudo di Trebbiano, invece fu appoggiato su Cusano, avendo Orazio perso il titolo di Trebbiano a seguito di una lite con la nipote Donna Barbara, monaca del monastero delle Angeliche di san Paolo a Milano; 1752 Ordinazione Magistrale per la descrizione del conte Francesco Maria Melzi, del citato Orazio, nel catalogo dei titolati per il titolo di conte appoggiato sul feudo di Cusano. Abbiamo ancora il conte Francesco Melzi (1753-1816) ciambellano di Maria Teresa, poi vicepresidente della Repubblica Italiana (Cisalpina). Napoleone gli conferì il titolo di duca di Lodi. Caduto Napoleone, il Melzi sostenne in Senato l’elezione a re di Eugenio di Beauharnais, ma inutilmente. Tornati gli Austriaci si rititò a vita privata.

 

Merzagora, Merzario e Masciadri: costituiscono le varie trasformazioni operate su una sola parola: mercator (mercante) che è rimasta, con altri pochissimi, anche in italiano. Dunque, da latino mercator abbiamo un mersator nel XVI secolo che successivamente, con i dialetti locali, si trasforma in marzàgor-marsciàgol e merzadro. Dai primi due (marzàgor-marsciàgol) abbiamo Merzàgora mentre da merzadro discendono da una parte  merciaro-marzaro che divengono Merzario e, dall’altra, mazadro-masciàder che assumono la forma finale di Masciadri. Merzagora dunque appare il più vicino alla forma cinquecentesca di mersator (merciaio) ed alla forma dialettale marsciàgol (merciaiolo), registrata nell’Ottocento da Cherubini nel suo vocabolario milanese.  A Milano appare nel 1398 con un Gabriel de Mersaghoris, canonico della basilica di sant’Ambrogio. Nel 1574 don Martino del Leyva nominava Desiderio Merzagori capitano del borgo di Monza, per il biennio 1574-1576. Merzario è affine alle forme cinquecentesche di marzaro e merciaro che abbiamo visto sopra. E’ diffuso nel triangolo lariano.  Masciadri deriva dalla variante cinquecentesca masciader che in dialetto indica, in Brianza, un rivenditore porta a porta di vettovaglie.

 

Migliavacca che risale al nome e poi cognome medievale Maliavaca, composto da due parole. Secondo il tipo di cognome che gli studiosi chiamano imperativale o verbale. La prima parola significa mangia e la seconda è vacca. Quindi colui che mangia carne di vacca: in realtà, la prima parola ha alla base il termine tardo latino magulum, cioè bocca, muso che nell’antico italiano ha generato il verbo maliare e nei dialetti lombardi majà (mangiare). Il termine magulum ha inoltre prodotto la parola dialettale magùn, che è poi quel tipico atteggiamento del volto di chi si appresta a piangere. Quest’ultimo termine, magùn, rende così ben l’idea che sovente lo troviamo italinizzato: avere un magone.  Per il percorso della parola malia divenuto poi miglia è necessario risalire alle forme più antiche per arrivare a quelle odierne: si noterà il trapasso della prima sillaba a ad e e infine ad i, come accaduto per Massaroni divenuto Masseroni e infine Massironi. Dunque abbiamo: 1237 Ugetus Maliavaca che compare nel liber consignationis prebendarum dell’archivio capitolare del Duomo di Monza; 1250 Maliavacha de Cagna citato dal Frisi; 1286 Guidone Maliavacha che troviamo in ASMi, fondo pergamene; 1350 Cerudus Maliavacha negli statuti dei mercanti di Monza; 1423 Gerardo Maliavacca ASL, fondo pergamene; 1512 Io. Carolus de Melyavachis nelle matricole dei mercanti di lana sottile di Milano; 1516 Io. Petrus de Melivachis, sempre nelle stesste matricole dei mercanti di lana sottile di Milano; 1630 Carlo Meiavacha in Storia di Milano, Fond. Treccani X, 1630 Gio Antonio Migliavacca, analoga Storia della Treccani,  forma poi la forma in uso. Migliavacca è dunque affine a Meregalli (che, abbiamo visto in una puntata precedente, nella forma antica era Malagallia) e comparabile a Mangiacavalli, non dimenticando mai l’origine del primo termine, cioè magulum inteso come bocca o muso. Troviamo i Maliavaca anche a Padova nel 1274 con il giudice Wido Malivacha e, nel Chronicon parmense appare un Maiavacha de Maiavacis come ci rammenta l’Olivieri. A Firenze compare Antonio Magliabechi (1673/1714) al quale il granduca Cosimo III affidò la custodia di quella biblioteca conosciuta ancor oggi come Magliabechiana: in questo caso il bechi è riferito a carne di capro.

 

Missaglia: da Missaglia, in provincia di Como, ovviamente. Anticamente era conosciuto come Massalia, quale derivazione dal latino massa cioè insieme di fondi rustici, termine che appare nel V secolo. Massalia proviene da massa attraverso massale, come Casaglia deriva da casale, generato dalla base casa e boscaglia da buscus, ortaglia da hortus e via di questo passo. Sono tutte neoformazioni medievali in origine plurali neutri collettivi nati ad imitazione dei termini latini come animalia, funeralia, vectigalia, ecc. La trasformazione della prima a divenuta poi e ed infine i, come abbiamo già visto per altri casi (vedi Migliavacca), è un fatto ripetitivo nel Medievo. Le forme storiche che attestano questo trapasso si trovano: anno 835 Massalia; 1162 Massalia; 1266 Massalia; 1488 Messalia; 1498 Misaglia; 1507 Messaglia; 1988 Missaglia. Il cognome è presente nel lodigiano già a partire dal 1151, a Milano nel 1266, a Monza i Missaglia compaiono dal 1326 negli statuti dei mercanti con Beltraminus de massalia; 1326 Petrinus de massalia; 1326 Guidolus de massalia; 1350 Johannolus de massalia. Erano detti Missaglia i Negroni di Ello che, nel Quattrocento, furono celebri armatori a Milano. Troviamo infine Sebastiano Negroboni detto il Missaglia nel 1426 nei nostri territori: infatti, in quell’anno Ludovico Maria Sforza gli concede i diritti feudali anche della Pieve di Seveso, con i relativi dazi su pane, vino e carne. Val la pena rammentare che la Pieve di Seveso già dal 1260, secondo quanto scritto da Gottifredo da Bussero, parroco di Rovello, nel suo Liber Notitiae Sanctorum Mediolani (un’elenco dei santi venerati nella diocesi di Milano e, conseguentemente, degli altari loro dedicati), era composta da 34 chiese con 36 altari, senza contare le cappelle private e qualche errore in cui il Bussero è incorso. I paesi che facevano riferimento a Seveso capopieve erano: Barlassina, Birago, Camnago, Lentate, Copreno, Lazzate, Misinto, Cogliate, Ceriano (Laghetto) Solaro, Cesano, Binzago, Meda. A cui vanno aggiunte località oggi ridotte quanto a dimensioni tipo Farga (all’epoca con ben 4 chiese), Monte presumbilmente non Mocchirolo ma localizzabile poco prima di Ceriano nella mappa dell’Aragonio del 1610 circa e, infine, Limbiate che scordata dal Bussero pur faceva parte della Pieve stessa.

Molinari: deriva dal mestiere di molinarius (addetto al molino) che compare presto nel medioevo milanese. Lo si trova nel 1150 a Linate, a Galgagnano e successivamente a Milano, Cesano Maderno, Baggio. Questo cognome ha sovente assunto la forma tipica della regione in cui è nato: nelle Venezie diviene Munari, Munèr, Muneratti; in Toscana: Mugnani, Mugnaini; in Lombardia la forma dialettale “murnée” non si è invece affermata, mentre è possibile trovare il cognome riportato dall’antica designazione latina: Molinari. Troviamo un Guarini Mullinarii, indicato quale proprietario nelle coerenze di terreni nella famosa pergamena del 1252 di Meda, con la quale il monastero di san Vittore rinuncia all’honor, al districtus e alla iurisdictio in favore del Comune stesso. Nella stessa pergamena compaiono, sempre come nominativi di proprietari tra le coerenze dei terreni,  un Loterii Mulinarii e un Mulinarii Pulicis. L’indicativo molinarius lo ritroviamo successivamente in tutti i documenti che hanno a che fare con persone che si occupano di mulini nei nostri territori. Non compare, per contro, in carte medievali monzesi. Dal Dizionario del Casanova (1796) si ricava: 1725, Diploma dell’imperatore Carlo VI per il titolo di marchese a Bartolomeo Molinari sul feudo che avrebbe comprato; 1726, investitura al marchese Bartolomeo Molinari del feudo di Mettone, Bubbiano, Casarile, Casirate, Zanavasco, Cassina Scaccabarozzi, Merlata, Torretta con dazi su pane, vino e carni di Casirate e con diritto di pesca nella roggia Carona. Siziano e le altre terre di questo feudo furono vendute al marchese Carlo Francesco Molinari, fratello del predetto Bartolomeo; successivamente i feudi pervennero a Carlo Francesco, nipote e figlio dei precedenti.

 

Montagna, Montagni, Montana, Montano, Montani, Montagnana, Montagnano, Montagnani, Montagnini, Montanelli, Montagnaro, Montanaro, Montanari, Montarini: E’ un cognome tipico di chi era originiario o risiedeva in zone di montagna.

Va comunque inteso in senso generico perché il termine poteva essere riferito a tutti i rilievi compresi tra una piccola collina e una vetta/cima.

Lo stesso nome indica anche molte località italiane.

E’ assai diffuso nel centro nord.

 

Tra i personaggi illustri si possono annoverare:

 

Bartolomeo Montagna (1450/1523) pittore;

Domenico Montagnana (1690/1740) liutaio;

Antonio Montanari ( 1811/1898) patriota ed uomo politico;

Carlo Montanari (1814/1853) martire della libertà;

Carlo Montanari (1863/1915) generale;

Geminiano Montanari (1633/1687) ingegnere ed astronomo;

Umberto Montanari (1867/1932) generale;

Giuseppe Montanelli (1813/1862) patriota ed uomo politico;

Indro Montanelli (1909/2001) giornalista e scrittore;

Giuseppe Montani (1789/1833) prete letterato.

  

Monti, Dal Monte, Del Monte, Montelli, Montello, Montella, Monticelli, Montini, Montin, Monticchi, Montési, Montignani, Montesano, Monteverdi: Questo cognome, pur avendo una storia propria, ha un’origine assolutamente simile a quella di Montagna. Si è affermato tra il XIII ed il XIV secolo, diffondendosi in Puglia, Calabria, Campania, Toscana, Emilia Romagna e Liguria.

Monza: dal toponimo di Monza, l’antica Modoetia. Il primo indicativo di questo nome compare su un’ara votiva dedicata al dio Ercole dai giovani di Monza, nel II secolo dopo Cristo, conservata dal Comune di Monza. Vi si legge “Modiciates ioveni”. Un’altra attestazione diretta di Modoetia la si trova in uno scritto di Ennodio Magno Felice (473-521) che si data tra il 493 ed il 511. Il toponimo ricompare nell’Historia Langobardorum di Paolo Diacono, laddove racconta della regina Teodolinda. Il significato, ad oggi, rimane oscuro e forse di derivazione da una lingua prelatina. La forma bassomedievale di Modoetia appare in età comunale con Amizo de Modoetia, console nel 1141; Rogerius de Modoetia, console nel 1187, ed altri ancora. Negli atti del Comune di Milano sino al 1260 compaiono Ambrosius, Anselmus, Apollonius, Ardericus, Arnoldus, Azo, Castellanus, Duirans, Faravellus, Girardus, Guilizonus, Henricus, Jacobus, Johannes, Lantelmus, Mainfredinus, Manchus, Mudalbergus, Mussetus, Passaguadus, Petrus, Pilliciarius, Poma, Rumoldus, Tederendi, Thomaxius e Ubertus tutti de Modoetia. Il cognome non compare nelle Matricola Nobilium Familiarum del 1377 i cui membri avevano diritto all’elezione passiva quali canonici ordinari del Duomo di Milano. Ancora, importante fu il mercante di fustagni Beltramino da Monza che, nel 1424, divise il suo intero patrimonio tra il Consorzio della Misericordia e l’Ufficio della Pietà dei Poveri di Milano. La figlia di Beltramino, Isabella Monza, persi il padre ed il marito (Giovanni Pietro Gallina, socio del padre nonché consigliere ducale che lasciò tutto il suo notevole patrimonio al Consorzio del Terz’Ordine) a causa della peste del 1424, fa testamento lasciando erede per metà dei suoi beni il Consorzio della Misericordia.

Moroni: taluni fanno derivare il cognome dal latino morus, cioè gelso. Bonvesin de la Ripa (1250-1313 circa) nel suo De Magnalibus Urbis Mediolani chiama morona i gelsi: la parola è anche rimasta nel nostro dialetto. Altri, come il Merati, fanno discendere il cognome dal nome etnico Maurus cioè marocchino. Il cognome Moronus appare negli Atti del Comune di Milano già nell’anno 1147. Nel liber consignationis prebendarum (1237) della biblioteca capitolare del Duomo di Monza sono registrate dieci famiglie di agricoltori con questo cognome a Sesto san Giovanni. Appare inoltre un microtoponimo “isora de moronis” indicante forse un’isoletta in mezzo al Lambro. Il cognome compare anche nel giuramento di obbedienza dei Milanesi alla Santa Sede del 1266 e nell’elenco dei Novecento dell’Aurea Repubblica Ambrosiana.  Si ritrova in atti del 1252 tra il monastero benedettino di san Vittore a Meda con Georgius et Philipi Moroni de burgo Seregnio. Abbiamo anche un fra Santino de Moroni quale aiutante di Giovanni Antonio da Arezzo, eletto priore del Monte di Pietà di Milano nel 1497; ancora un Morono Giovanni elettore del Monte di Pietà di Milano dal 1497 al 1499 e un Morono Signiorolo elettore per il Consorzio della Misericordia  nel 1500. Tra i personaggi di spicco con questo cognome appare Gerolamo Morone (1470-1529) Gran Cancelliere del Ducato sotto Ludovico il Moro e poi sotto Massimiliano Sforza, autore del consiglio di cedere ai Francesi il castello ed il ducato di Milano dopo la battaglia di Melegnano. Pur in esilio il Morone non smise di tramare contro i francesi che, poi, se ne andarono da Milano. Gli venne conferito l’incarico di prendere possesso del ducato a nome dello Sforza: però i padroni reali erano, in questo caso, gli Spagnoli. Il Morone tentò di corrompere il Marchese di Pescara – che era alleato di quel Carlo V possessore di Milano e del Ducato all’epoca – ma fu scoperto e condannato a morte. Riuscì ad avere salva la pelle sborsando 20.000 ducati e Carlo V lo rimise in libertà. A questo punto il Morone sposò le cause spagnole e morì nell’assedio che questi tesero a Firenze. Dal Dizionario del Casanova si ricava che il feudo di Cornate fu possesso dei d’Adda e poi dei Moroni. Nle 1681 il conte Gerolamo Moroni Stampa ritornava questo feudo alla Regia Camera perché ne fosse investito Pietro Vimercati Sozzi. Il feudo di Colnago fu anch’esso dei d’Adda e poi dei Moroni: il 25 settembre 1685 il conte Gerolamo Moroni Stampa ritornava il feudo alla Regia Camera perché ne fosse investito Vincenzo Ferrario. Nei secoli XV e XVI il vasto feudo di Lecco, con l’importante fortificazione, fu ad intervalli diversi possesso dei Vimercati, dei Moroni e dei Medici. Un altro ramo dei Moroni deve essere di origine bergamasca ed il loro stemma, secondo un codicetto araldico di Bergamo, raffigura un gelso in fioritura. In un registro del Duomo di Monza appaiono anche un Mattè de Moroni da Lec nel 1559 e una Marta di Moroni da Lecho nel 1577. Infine, va ricordato il pittore bergamasco Giovan Battista Moroni (1520-1578) nato ad Albino in Val Seriana.

Motta: in toponomastica francese, con il significato di altura e poi di poggio con castello. Il termine appare solo nel basso latino ma sicuramente vanta radici più antiche. Questi toponimi sono abbastanza diffusi e indicano per l’appunto famiglie i cui antenati provenivano da alture. Mottadelli: semplicemente i Motta da Ello. In un registro battesimi di Sirtori appaiono: 1572, Elisabeth di Motti da Ello; 1572 Fernardo di Motti da Ello. Unficandosi il cognome appare ai più incomprensibile, ma se scrive in tre parole  diventa perfettamente chiaro.

Mussi: istintivamente si pensa alla località di Musso, sul lago di Como. Ma il cognome può anche derivare dal nome medievale Muzius che riproduce il latino Mucius di presumibile origine estrusca. Una terza ipotesi, forse quella più accreditabile riporta la nome di battesimo Musso con la latinizzazione in Mussus il quale è soggetto alla declinazione caratteristica dei nomi germanici, come Obizo, Otho, Amizo, Guido, che ricordo: nominativo Musso, genitivo Mussonis, dativo Mussoni, accusativo Mussonem, ablativo Mussone. Come si vede, qualunque nome personale può così diventare cognome. Nell’elenco dei Mille Homines Pergami del 1156 si trova Oprandus Mussus. Nel liber consignationis prebendarum della biblioteca capitolare del Duomo di Monza (1237) si trovano: Guidotus Mussus e Albertus Mussus. Negli Atti del Comune di Milano compaiono: Abezono de Musso, Musso Callegarius, Musso Uberti Ferrarii, Mussus de Iudicibus (usato così come nome personale), Musso Malaspina, Mussetus frater Mainfredini quondam Lanterii de Modoetia (del fu Lanterio di Monza) Mussus Nassus filius Johannesbellus; Mussus Porrata; Musso Jordani de Ronco, Mussus Salarius canevarius, Musso qui dicitur de Sommovico, Musso Trullia frater et conversus hospitalis pauperum de Brolio (frate e converso dell’ospedale dei poveri del Brolio), Albertus, Anselmus, Conradus, Jacobus, Petrus tutti de Mussus, Ruffinus Mussetus.  Tra i personaggi illustri di queste casate, ricordo: Pio Mussi (1574-1569) priore del convento di san Simpliciano di Milano che illustrò Tacito e le storie del Bentivoglio; Antonio Mussi (1751-1810) abate che nel 1799 venne eletto rettore dell’Ambrosiana.

Cristina Volontè – di Arkaikòs Onlus

(torna alla 1a Parte dalla A alla F)

(torna alla 2a Parte dalla F alla M)

(torna alla 3a Parte dalla N alla P)

(torna alla 4a Parte dalla R alla Spa)

(torna alla 5a Parte dalla Spr alla T)

(torna alla 6a Parte dalla U alla Z)

 

 

Torna a Storie

I COGNOMI DI GERENZANO

I Gerenzanesi autoctoni