Storia
dei nostri cognomi
(3a Parte dalla N alla P)
Riprendiamo il percorso
attraverso la storia dei cognomi maggiormente significativi o curiosi con
Nava: il termine è
assai più antico dell’età romana, preceltico e significa “pianura rasa,
altipiano”. Questo toponimo in Brianza darà origine al cognome delle persone
che, in epoca basso medievale, hanno abitato in queste zone. A titolo di
curiosità aggiungo che il cognome in questione è stato oggetto, nei secoli
passati, di attenzioni particolari da parte di studiosi come il Corio,
l’Alciati ed il Fagnani che, in pieno mito delle origini, hanno raccontato
che la nobile famiglia Nava discendeva dall’illustre prosapia Nautia di
Roma, da dove passò poi in Brianza e diede il nome a quella zona. E’ di
tutta evidenza il carattere romanzesco di tale ipotesi. Il cognome è diffuso
in Francia, Spagna, Liguria, Piemonte, Canton Ticino e Lombardia a conferma
della presenza di altipiani e abitanti degli stessi. A Milano appare nel
Trecento con mercanti di lana sottile. A Monza negli Statuti dei Mercanti
nell’anno 1362. Famiglie con questo cognome si trovano nella Compartizione
dell’estimo del Monte di Brianza del 1456 e abitano a Maggiolino, Nibbiono,
Montesiro, Veduggio, Missaglia e Correzzana. Dal Dizionario Feudale del
Casanova si ricava: Brianzola con Casirago, 1732, 9 maggio, istrumento
rogato da Filippo Delmati, notaio camerale, di investitura alla contessa
Virginia Casati Nava per sè e discendenti maschi primogeniti, discendenti da
lei e dal fu giureconsulto colleggiato Tommaso Nava suo marito, per
appoggiarvi il titolo di conte, per lire 45 per fuoco. I fuochi (cioè le
famiglie) di Brianzola erano 42 e 23 quelle di Casirago. A Monticello
Brianza rimane Villa Nava, progettata attorno al 1820 da Luigi Canonica (la
serra che fa parte della proprietà fu disegnata dal conte Ambrogio Nava),
mentre a Tregasio (da trewa = luogo di sosta) vi è la Rotonda o Cappella dei
santi Gervaso e Protaso, in stile neoclassico a pianta circolare sul modello
di quella d’Inverigo. Venne fatta realizzare nel 1842 dalla contessa
Federica d’Adda e dedicata al secondo marito, Ambrogio Nava.
Negri, Negrini, Negretti e
Negroni: il primo nasce da un soprannome per un particolare
attributo fisico, tipo il colore della pelle o dei capelli. Gli altri sono
diminutivi o accrescitivo del primo. Il cognome risente dell’influenza del
dialetto: infatti per dire nero diciamo “negher”. In età comunale a Milano i
Negri hanno fatto parte della consorteria dei secondi militi, cioè i
valvassori, come i Giussani, gli Ermenulfi, i Medici, i Marcellini, gli
Oreni, i Lampugnani ecc. Il cognome, nelle varie forme, è diffuso data la
sua origine, riscontrabile come attributo fisico po’ ovunque. Negli Atti del
Comune di Milano sino al 1276 trovo, sintetizzando,: Nigger Bacus filius
Guidottus, Nigro Gambarus filius Suzo, Niger Grassus, Nigro Lanzarus,
Nigrellus Panissiccus, Nigrinis de Sivello, Nigrinis frater Iacobini, Niger
de Domina Alegra in Vellate (Nero della signora Allegra di Velate) e un
Niger Enbriacus senza bisogno di traduzione alcuna. Abbiamo, tra gli altri,
un Nigrus Boccatorta indicato nelle coerenze di terreni della brayda di
santa Croce (Milano) affittati tra il 1300 ed il 1301 ad Andriolus de
Lantate (Lentate) e a sua moglie Lantelma. Trovo anche una Ymelda de Nigro
tra i settantasette “vicini” del comune di Meda che promettono, nel 1252, a
Maria de Besuzio, badessa del Monastero di san Vittore di Meda, che le
corrisponderanno 1000 lire terzole in cambio della rinuncia del monastero
all’honor, al districtus e alla iurisdictio sul borgo stesso. Dal Dizionario
Feudale del Casanova si ricava: 1697, investitura del feudo di Torre
de’Negri e Cassina de’Melani (PV) al giudice collegiato di Pavia Lodovico
Carlo Angelo e Gaspare (zio e nipote Negri); 1706: diploma di re Filippo V
per il titolo di conte di Torre de’Negri e Cassina de’Melani a Carlo Angelo
Negri. Come Negroni si trova anche una famiglie nobile a Bergamo ed un’altra
a Milano: quest’ultima, detta da Ello e soprannominata Missaglia, fu
costituita da celebri armatori nel Quattrocento. Nel 1472 il duca Galeazzo
Maria Sforza investiva Antonio e Damiano fratelli Negroni da Ello del vasto
feudo della corte di Casale, comprendente anche Canzo, Caslino, Castelmarte,
Proserpio, Longone, Cassina Mariaga, ecc. Le motivazioni di tale concessione
furono essenzialmente economiche: i Negroni vi costruirono una ferriera
nonché gli edifici necessari per lavorare il ferro. Pare che i Negroni
ottennero anche il titolo di conti sul feudo ma sinora non si è trovato il
diploma originale. Infine, Sebastiano Negroboni detto il Missaglia compare
nel 1426 nei nostri territori: infatti, in quell’anno Ludovico Maria Sforza
gli concede i diritti feudali anche della Pieve di Seveso, con i relativi
dazi su pane, vino e carne (vedi puntata XVI).
Novati: da Novate
frazione di Merate, da Novate Milanese, da Novate Mezzola (Sondrio). Tutti e
tre appartengono alla categoria dei toponimi prediali, di cui ho già parlato
in puntate precedenti, cioè di nomi che afferiscono a terreni in quanto
oggetto di norme giuridiche (servitù prediali) o fiscali (imposta prediale);
la forma latina altomedievale praedialis deriva dal latino praedium cioè
proprietà fondiaria. Questo toponimo compare in Lombardia, in Piemonte e nel
Canton Ticino. Novate ha come radice il cognomen latino Novus: quindi,
presumibilmente, la proprietà di un Novus. Il toponimo venne utilizzato
come predicato nobiliare dalla famiglia Medici da Novate per l'appunto,
famiglia che compare con questa dicitura nella matricola delle famiglie
nobili di Milano del 1277. Questa schiatta è talvolta chiamata, nei
documenti, solo Novati. Dal Casanova si ricava che nel 1567 re Filippo II
concede, con un diploma, che il feudo di Covo (CR) passi a Ferrante Medici
de Novate, mentre nel 1661 re Filippo IV concede il titolo di marchese a
Francesco Ferrante Novati che è un discendente del Medici del 1567.
Oggioni e Oggionni: da
Oggiono, sul lago omonimo, nome che deriva poi da Augionis, cioè luogo ricco
d’acqua. La forma corretta dovrebbe essere la seconda, che è anche la meno
diffusa. In dialetto si dice Ugionn e ciò ci permette di collocare il
toponimo con altri che terminano nello stesso modo e cioè Consonno, Caronno,
Biandronno. Nomi questi in cui si vede un composto del nome gallico
“dunno”, variante di “duno” col significato di monte e poi castello, che si
trova in parecchi nomi lombardi, piemontesi, cantonticinesi e francesi come
Comeduno (BG), Verduno (CN), Solduno (C: Ticino), Exoudun (Sèvres-Francia).
Negli Atti del Comune di Milano compaiono Jacobus de Ogiono, Resonadus de
Uglono, Ubertus de Uglono, Lanciavetula Ogionus. I de Uglono sono presenti a
Monza almeno dal Trecento e li si trova nei primi elenchi dei mercanti: nel
1350 troviamo Dominichus de Uglono; nel 1476 compaiono Bertholameus et
filius de Uglono, Franciscus de Uglono, Johannes, Contrinus et fratres de
Uglono, Gabriel de Uglono. Nella rubrica censuaria di Monza del 1537
compaiono sei famiglie Oggioni tra cui Madonna Angela da Ogion, dove il
titolo madonna indica he la famiglia era nobile.
Pagani:
l’ipotesi più consolidata vuole la discendenza dal latino pagus (villaggio),
dunque abitanti del villaggio. Ed in effetti toponimi inerenti a ”pagani”,
così identificati, sono diffusi in tutta Italia. Con l’avvento del
cristianesimo con pagani si indicavano i residenti di pagus non ancora
convertiti. L’attribuzione di “Pagani” a nomi di luogo in cui sono presenti
popolazioni appartenenti ad un mondo culturale e religioso diverso da quello
ebraico-cristiano è successiva. Per esempio, Nocera Inferiore era detta un
tempo Nocera dei Pagani perché Federico II nel 1233 aveva colà inviato una
colonia di saraceni. Altra ipotesi vuole il cognome discendente dalla nobile
famiglia francese Pagan arrivata con i Templari in Italia. In epoca
medievale Pagano viene usato come nome di battesimo: negli Atti del Comune
di Milano compare in varie forme, da Paganus a Paganellus, da Paganettus a
Paganetus, da Paganius a Pagano. In estrema sintesi, data l’abbondanza di
citazioni, trovo un Paganus filius quondam Arderici de Puteo notaio del
Sacro Palazzo e scriba consulum; Paganus Gastoldus de Novate; Paganius,
Paganettus e Paganetus f. q. Marchisii qui dicebatur Cogus de Acio; Paganus
Frater Ardigali qui dicitur de Carate; Paganus Capitaneus (la schiatta non
risulta nelle antiche famiglie capitaneali milanesi); un Pagano anciano de
la Credentia di s. Ambrogio (che è poi quel Pagano della Torre indicato
oltre) ed anche una Pagana vedova quondam Baregazi Burgatori de Cassinis
Bifforum, tutrix heredum q. Baregati. Impossibile non citare Pagano dei
della Torre di Primaluna che diede asilo ai milanesi sconfitti da Federico
II nella battaglia di Cortenova (1237) e nel 1240 divenne Capitano del
Popolo a Milano. Questo uomo, di fede guelfa, è considerato all’origine
della storia dei Torriani che successivamente si scontrarono con i Visconti
(e persero). Ricordo anche i Marcipagani di Chioggia che si trovano citati
addirittura nel 965, provenienti da Cavanella d’Adige. Rammento i signori di
Romagna (in araldica con uno stemma in cui è raffigurato un leoncello
azzurro in campo bianco) che, in un atto del 25 aprile 1045 compaiono in
qualità di testi, con i due figli di Pagano da Posterla. In questa schiatta
è da segnalare Maghinardo Pagani, signore e condottiero, citato non in modo
benevolo da Dante Alighieri nell’Inferno. Infatti Pagano, ghibellino signore
di Forlì, Imola, Faenza epossessore di altre decine di castelli, partecipò
con i guelfi toscani alla battaglia di Campaldino dell’11 giugno 1289 che
vide vittoriosi i guelfi e costrinse Dante Alighieri, con altri, all’esilio.
Il Poeta così lo descrisse “Il leoncel dal nido bianco che muta parte dalla
state al verno” – Inferno, XXVII, 50-51 -. Troviamo vari Paganus in
documenti medesi relativi alla promessa fatta a Maria de Besuzio, badessa
del monastero di san Vittore, di corrisponderle lire terzole 1000 in cambio
della rinuncia all’honor, districtus e iurisdictio sul borgo, il 10 dicembre
1252: una coerenza di terreni cita Pagani et Aimerici fratrum. Nella stessa
pergamena compaiono anche Paganus et Marchixius fratres Albrici, con la
formula del giuramento alla badessa; Ambroxius de Belloto pro se et fratibus
et heredibus quondam Pagani de Belloto; Paganus filius quondam Bruni de
Montano ed un Paganinus Segarinus. Successivamente, come ho già avuto modo
di scrivere in puntate precedenti, il nome di persona divenne, nelle
registrazioni cinque-seicentesche dei battesimi, cognome: da Anselmus de
Paganus a Anselmus Paganus il passo è breve. Per le nostre zone segnalo i
Pagani alias Rovelli, discendenti da Lazzaro del fu Ambrogio, abitante in
Rovello nel 1386 e marito di una Porro, da cui discese il senatore Cesare
che ebbe il titolo di marchese. Erede di questa schiatta Pagani fu Ludovico
Porro, nel 1707. I Pagani di Rovello avevano uno stemma con castello
d’argento merlato alla ghibellina e una testa di moro posta di profilo al
naturale. Un’ultima curiosità: il 26 dicembre viene ricordato il beato
Pagano da Lecco. Questo frate fu uno dei più illustri inquisitori domenicani
del XIII secolo per il Piemonte, la Liguria e la Lombardia, con i
confratelli Anselmo da Alessandria e Daniele da Giussano (sicuramente lo
stesso Daniele da Gluxiano fratello di Manfredo e Facio che attivamente
parteciparono all’uccisione del frate domenicano Pietro da Verona, poi san
Pietro martire, ucciso il 6 aprile 1252 nei boschi di Farga tra Meda e
Barlassina). Il nostro Pagano operò anche in Valtellina ove condannò quale
eretico il nobile Corrado da Venosta, importante esponente politico e
religioso. Il 26 dicembre 1277, mentre conduceva il prigioniero in altro
luogo, Pagano venne assalito dai complici di Corrado a Mazzo di Valtellina e
ferito a morte. Vi furono onoranze funebri a Como il 31 dicembre e venne
sepolto nella chiesa domenicana di san Giovanni in Pedemonte (per inciso, lo
stesso luogo da cui era partito san Pietro martire per l’ultimo, fatale
viaggio verso Milano. Il convento di San Giovanni in Pedemonte venne
demolito per far posto all’attuale stazione delle Ferrovie dello Stato di
Como). Il Capitolo Generale dei Frati Predicatori, tenutosi a Milano nel
1278, ne raccomandò il culto come martire. Le spoglie di Pagano, divenuto
intanto beato, colà rimasero sino al 1810 e, nel 1932, vennero trasferite
nella Cappella dell’Ospedale Maggiore. Parte delle sue reliquie si trovano
ora a Colorina, a Lecco e nella chiesa dell’Ospedale della sua città natia.
Papà Niccolò III ne esaltò la dedizione in due documenti diversi datatiI
giugno 1278 e 29 novembre 1279.
Paleari: il cognome non
ha nulla a che vedere con la paglia, anche se in dialetto pronunciamo pajée
per dire pagliaio. In realtà la base dovrebbe essere pallium che in latino
significa mantello. A Firenze, nel 1021, si trova il termine paliarus che
designava un fabbricante di mantelli. Dunque Paleari appartiene alla
categoria di cognomi che derivano da nomi di mestieri, come Ferrari,
Prestinari, Molinari, Tentori, Barbieri e simili. Il cognome si
ritrova in documenti milanesi già dal XII secolo: abbiamo un Joannes dictus
Paliarus che partecipò alla guerra decennale tra Como e Milano (1117-1127):
il nostro era un milanese che decise di difendere Como e trovò la morte a
causa di un sasso lanciato da una torre. La vicenda è narrata nel poema “De
bello Mediolaniensium contra Comenses”. Sempre tra i Paleari milanesi:
Anricus Paliarus, console nel 1150; Onrigonus Paliarus console dei
negozianti a Milano nel 1159 e console di giustizia nel 1176, 1178, 1183;
Gualdericus Paliarus, notaio del Sacro Palazzo nel 1183; Rogerius Paliarus
anch’egli notaio del Sacro Palazzo nel 1169, 1183, 1191. Compare anche un
Robba Paliarus, servitor Comunis Mediolani nel 1213. A Monza si trova nella
Rubrica Censuaria solo nel 1537 con Jo Angelo di paié.
Panigada: deriva da
colui che, in origine, curava una piantagione di panico, così come
Rogoredo indicava una piantagione di roveri e Cereda una di
cerri. Li troviamo a Lecco nel 1570 con messero Gaspar de la Panigada,
Angelino e Paulino della Panigada. Queste persone potevano essere originarie
di Panigatta, località vicino a Rancio.
Panzeri: deriva dal
mestiere che esercitava l’artigiano che, nel medievo, costruiva quella parte
di armatura che serviva a difendere il ventre. Le varianti sono parecchie:
Panceri, Panzera, Pansera; nella bergamansca – da cui può essersi diffuso il
cognome – diviene Pansera, Panseri e Pansieri. Il cognome si trova negli
elenchi della Matricola dei Mercanti di lana sottile di Milano, dal 1393 al
1521. In Brianza emergono nel Cinquecento a Sirtori, dove si trova: 1581,
Francesco de Panzeri; 1593, Donato Panciero. Un documento del 1651,
conservato nell’archivio di Stato di Milano, ci informa che Giò Antonio
Panceri, prestinaio di Monza, chiedeva d’essere esentato dai dazi feudali in
quanto padre di 12 figli.
Passoni, Pasotti,
Passinetti, ecc.: in epoche medievali era uso, dopo una pace siglata tra
due famiglie nemiche, di porre ad un neonato il nome di battesimo Paxius,
quale segnale benaugurante per il futuro. Passoni è la forma accrescitiva al
plurale.
Parravicini:
Il cognome, antichissimo, deriva da Parravicino in provincia di Como. Ma in
realtà il cognome originario della famiglia è Carcano. Scrive infatti il
Keller che nell’XI secolo alcune famiglie di Milano avevano in feudo
capitanati di Pievi anche se risiedevano in luoghi diversi. I Carcano, ad
esempio, risiedevano a Carcano e non ad Incino, pur essendo capitanei della
pieve d’Incino che comprendeva località quali Anzano, Albavilla, Buccinigo,
Casiglio, Erba, Fabbrica (ora Fabbrica Durini), Merone, Monguzzo, Orsenigo,
Parravicino, Pomerio Pontelambro, Villincino ed altre piccolissime località
tutte sedi di fortificazioni già presenti prima del Mille. Prosegue il
Keller dicendo che, nel secolo successivo, a causa delle divisione delle
eredità tra membri della stessa famiglia, sovente alcuni di essi andarono ad
abitare in paesi diversi e colà fondarono un castello. Il nome della nuova
località designava questi signori: così, nel XIII secolo avviene che le
famiglie sono le stesse ma appaiono rami con altro nome che successivamente
si consolida. Non a caso lo stemma dei Carcano di Bregnano e quello dei
Parravicini sono identici: un cigno d’argento in campo rosso. Il cognome
trova il suo parallelo nel francese Pellevoisin cioè pèle+voisin, in origine
un soprannome: in un documento del 1096 si legge Pela vicinum. Vicinus è
l’abitante d’un vicus cioè di un borgo contadino. In Francia esiste anche un
nome di luogo: Pellevoisin nel dipartimento dell’Indre, la cui forma storica
più antica è del 1235. Pelavicino parrebbe intedersi dai più come colui che
pratica usura, magari un grande propietario terriero che sfruttava i suoi
contadini. Ma il Merati fa argutamente osservare che potrebbe anche
trattarsi di un appellativo contadino rivolto a terreni aridi, che danno
poca resa simile ai microtoponimi Mancapane, Fame Longa, Cattafame e via di
questo passo. I Parravicini sono attestati nella Pieve d’Incino sin dal XII
secolo in posizione di preminenza politica e patrimoniale e per raccontare
le gesta di questa famiglia non basterebbe un volume. Talune fonti indicano
gli stessi Parravicino quali milites di Berbenno che favorirono l’espansione
milanese in Valtellina: nel secolo XII sono tra i sostenitori di Federico I
che, forse, affidò loro il controllo della rete di fortificazioni nella
Pieve. Nel Duecento aderirorno al partito dei Torriani (contro i Visconti)
che secondo il Giulini incendiarono, nel 1285, il borgo d’Incino. Il Calco
sostiene che la rocca d’Incino era già stata assalita da Ottone Visconti nel
1279, quando essa era passata dalla parte dei Torriani. A Milano sono
comunque poco in vista sino al 1251: negli Atti del Comune della città
compare un solo console di giustizia nel 1212: Jacobus de Paravexino. La
famiglia è ben presente, nel Trecento e Quattrocento, nelle istituzioni
ecclesiastiche. Un esempio è il cardinale Bertramino del fu Stefano, morto
in Avignone il I agosto 1351, che fu vescovo di Como e Bologna. Ricchissimo,
lasciò eredi i figli del fratello Guglielmo detto “Zuccone” i cui
discendenti portarono il titolo di conti. Secondo fonti storiche si deve a
Beltramino Parravicino l’edificazione dell’attuale castello di Pomerio,
costruito su una fortificazione più antica e di quello di Casiglio, citato
nel testamento di Beltramino come “hospitium de Caselio”. La famiglia è
registrata nell’elenco del 1377 delle schiatte patrizie milanesi i cui
membri avevano diritto all’elezione come canonici ordinari de Duomo e
appaiono già con due rami: de Paravicino e de Paravicino de Buzinigo
(Buccinigo). Altri membri di rilievo furono: Ambrogio, successore di
Princivalle Parravicini nelle prepositura di santa Eufemia dal 1451 al 1496
e nel 1497 è ancora titolare di una cappellania a Buccinigo; Giacomo,
canonico a Desio nel 1459; Ambrogio preposito ad Asso nel 1481; Tommaso,
rettore nel 1483 di s. Quirico a Tabiago e nel 1486 rettore di san Quirico a
Gudo Visconti. Nel 1484 la rettoria di Orsenigo era occupata da Giovanni
Parravicini a cui succedette nel 1498 Giovanni Antonio Parravicini, mentre a
Carcano prima del 1498 troviamo Ottone Parravicini. Altri Parravicini “de
Caspano” (vedi delle affermazioni riportate più sopra del Keller) li
ritroviamo in Valtellina tra il Tre e Quattrocento, sempre in posizioni di
preminenza. Un altro ramo è ben radicato a Como che vede la presenza di
Antonio almeno dal 1447 e di Pietro, che entrò nel consiglio della città
attorno al 1449. Nel triangolo lariano anche magister Ycardus Parravicino
risulta ben attestato: medico, abbastanza ricco, ebbe tre figli, Bartolomeo,
Antonio ed Abbondio. Bartolomeo che intraprese la carriera ecclesiatica,
rivestì significativi incarichi nel governo della diocesi: fu vicario dei
vescovi Bernardo Landriani, Lazzaro Scarampi e Branda Castiglioni,
rimandendo al governo della diocesi per oltre un quarantennio. I
Parravicini, marchesi e conti, risultano feudatari nel Sei e Settecento in
varie località: Albavilla/Corogna, Macherio, Osnago, Parravicino e via
dicendo. Diverso è il discorso dei Pallavicino che discendono dagli
Obertenghi e devono il cognome ad una piccola località in provincia di
Piacenza, feudatari di Busseto (luogo in cui si trova Roncole, patria del
Verdi) e di territori situati nel pavese, nel lodigiano e nel cremonese come
Torriano, san Fiorano, Castiglione, Trivolzio, Giovenzano, Calciana
Superiore, ecc. La confusione tra i due cognomi è anche dovuta al fenomeno
del rotacismo per cui la l intervocalica diviene r, come abbiamo già avuto
modo di illustrare per casi come Beruschi in luogo di Belluschi e via di
questo passo. Questi Pallavicini compaiono negli Atti del Comune di Milano
sino al 1276 con Pallavicinus, Pelaricinius, Pellavicinius marchio: Ubertus
(da Piacenza).
Pellizzoni: cognome
tipicamente brianzolo riconducibile forse ad un fabbricante di pelliccie.
La schiatta dei Pellizzoni è citata nel decreto di grazia del 1385 con cui
Giangaleazzo Visconti perdona le famiglie guelfe di Brianza che contro di
lui avevano favorito il conte di Savoia. Il Cantù pubblica per intiero
questo documento e precisa che questa gente era di Canzo. Il cognome compare
a Monza nella Rubrica Censuaria del 1537 con Giovanni Antonio Pilizon,
garzoto (lavoratore della lana). Nel 1615 si trova un Giovan Pietro Pelizon
che possiede un mulino situato a sud di Perogallo di Briosco. Il cognome
compare anche a Carugo nel 1624. Contemporaneamente a Lissone era sorto un
nucleo di Pellizzoni col nome Capsinae de Merana seu de Pellizonibus. Nei
primi anni del Seicento un Francesco Bareggio acquistava queste cascine da
Carlo e Ludovico Pellizzoni: da allora la località venne chiamata Bareggia.
Pelucchi:
tipico di Milano e Bergamo, deve l’origine ad un avo con un cuoio cappelluto
rigoglioso o con abbondante peluria sul corpo. A Milano, all’epoca dei
Comuni, i Pelucchi sono una famiglia consolare. Negli Atti del Comune di
questa città compaiono Anricus, Dalmasio, Danixinus, Girardus, Guidonus,
Obizo, Redulfus e Vassallus. Anche a Monza sono citati già nel 1198 con un
console. Li ritroviamo poi negli elenchi del liber consignationis
prebendarum del 1237 dell’archivio capitolare del Duomo monzese, tra i quali
appare anche un Iohannes filius quondam ser Jacobi Pelluci: ser è un
prefisso nobiliare. Ancora, il Morigia nel suo Chronicon Modoetiense pone i
Pelucchi a capo della fazione ghibellina della città e li descrive primi tra
le altre famiglie per nobiltà, cultura, rinomanza e cariche ufficiali. La
schiatta la si ritrova ancora negli elenchi degli Statuti dei Mercanti di
Monza: dal 1362 al 1476 appaiono ben otto Pelucchi che esercitano attività
commerciali. I Pelucchi erano comunque stanziati anche in Brianza (Monguzzo
e Concorrezzo) dal 1237 e successivamente si sono anche diffusi a Meda,
Seregno, Desio, Dolzago, ecc.
Perego: dalla località
di Perego in Brianza. Taluni vogliono che Perego sia una forma rotacizzata
(sostituzione l intervocalica con r) di Pelago. Di questa schiatta, che la
tradizione storiografica vuole valvassori di Perego e di cui sono
scarsissime le notizie, la figura di maggior risalto fu senza ombra di
dubbio frate Leone, da Perego per l’appunto: non basterebbe un volume per
descriverne la vita. La prima menzione di “frater Leo de ordine fratrum
Minorum” (francescani) è dell’ 8 novembre 1224 e si inserisce nella vicenda
dell’insedimento a Milano di una comunità di “pauperes sorores ..ordini de
Spolito”. Nel 1230 fece parte della delegazione inviata dal capitolo
generale dei frati Minori a papa Gregorio IX “pro expositione regola”:
dunque è già una figura di rilievo di questo Ordine religioso. Compito della
delegazione era chiedere al papa chiarimenti su alcuni punti della Regola e
sul valore giuridico del testamento di san Francesco. Un altro membro della
delegazione era Antonio da Padova “sanctus”. Nel 1233 è a capo della
Provincia Francescana in Lombardia e successivamente il legato apostolico
Gregorio da Montelongo lo chiama a collaborare nelle azioni politiche e
diplomatiche durante il precipitare del conflitto con Federico II. Dopo la
disastrosa battaglia di Cortenova (fine novembre 1237) a frate Leone venne
affidato l’incarico di rappresentare gli sconfitti presso l’imperatore
Federico II. Per la cronaca, la risposta imperiale fu affidata a Pier delle
Vigne, “suus logoteta” e, in sintesi, consisteva in una richiesta di totale
dedizione senza alcuna condizione. Il nostro frate, però, suggerì ai
Milanesi di non piegarsi all’imperatore con il risultato che,
successivamente, Federico II fece compiere dure rappresaglie contro gli
sconfitti. Nei primi mesi del 1240 Frate Leone, con Gregorio da Montelongo,
assume la rettoria personale del comune di Milano. Nel 1241, alla morte
dell’arcivescovo Guglielmo da Rizolio, i canonici del capitolo della chiesa
metropolitana, non riuscendo a trovare un accordo, trasferirono al legato
pontificio il diritto alla nomina del nuovo arcivescovo: la scelta fu sul
frate, che aveva costituito un punto di riferimento politico e militare per
i Milanesi nel periodo successivo alla battaglia di Cortenova. A seguito di
varie vicende, che videro la morte di papa Gregorio IX, l’elezione del
milanese Goffredo Castiglione alla soglia pontificia col nome di Celestino
IV e la morte dello stesso neanche un mese e mezzo dopo l’investitura
papale, la consacrazione di Leone da Perego avvenne a cavallo tra il
novembre 1244 e la metà di aprile 1245. In questo modo i frati Minori
realizzavano un obiettivo perseguito con ostinazione: fare entrare in campo
un loro arcivescovo che consentiva l’inserimento dell’Ordine nella storia
sacra della Chiesa e della città di Milano. Nel 1252 veniva ucciso nei
boschi di Farga – tra Meda e Barlassina – il frate predicatore Pietro da
Arcagnago, più noto come da Verona, domenicano, nominato inquisitore
dell’”eretica pravità” da Innocenzo IV, successore del Castiglione. Il
complotto era stato ordito da Stefano Confalonieri figlio di Albuzio detto
di Agliate, Giacomo de Laclusa (della Chiusa) Enrico e Roberto detto Patta
da Giussano, tutti e tre cives di Milano e i fratelli Porro di Lentate
(seppure con una secondaria partecipazione): Leone da Perego citò a
comparire il Patta che non si presentò e fu così scomunicato; dopo un anno
di latitanza, su mandato dell’arcivescovo, venne catturato e spinto ad
abiurare pubblicamente. I quattro probabilmente erano stati filoimperiali,
fazione che a partire dal 1247 era stata oggetto di repressione da parte
delle forze dominanti del comune. Cinque mesi dopo il papa affidò
all’arcivescovo Leone, con altri, l’inchiesta per verificare l’inserimento
di Pietro e Domenico (l’altro frate predicatore ferito a Farga e
successivamente deceduto, che sorte diversa ebbe nella storiografia e nel
culto) nel catalogo dei santi. Agli inzi di marzo 1253, a Perugia, il papa
proclamava il nuovo beato Petrus, grazie al solerte lavoro svolto dagli
incaricati. Atti storici studiati attentamente dicono che Leone da Perego e
l’ex notaio poi frate Pietro dovevano conoscersi almeno dall’autunno del
1234. Tra il 1254 ed il 1256, a seguito di continue lotte fra nobili e
popolo in Milano, Leone pare soggiornare sempre più nella rocca d’Angera,
oltre che a Lesa e Legnano: in città risultano presenti suoi vicari. Muore a
Legnano nel 1257, forse il 14 ottobre e venne sepolto nella chiesa di san
Salvatore. Dalla morte dell’arcivescovo non compare una famiglie de Perego
tra quelle aristocratiche milanesi. Troviamo nel 1275 dominus Johannes de
Perego filius domini Leonis iuresperitus, assessore del vicario del podestà;
nel 1255 Concordia, Gemma nel 1290, figurano quali badesse del monastero di
Lantasio; Concordia pare essere in contatto con Pietro ed Enrico figli di
Morando de Perego, forse lo stesso che ricopre la carica di castellano del
Vergante nel 1256/1257. Troviamo anche, con l’arcivescovo Leone, un Giacomo
de Perego canonico di Vimercate, un Facio figlio di ser Ruggero da Perego e
un Girado del fu Filippo da Perego. Nel 1377 una famiglia da Perego è
registrata nella Matricola nobilium familiarum i cui membri potevano entrare
a far parte del canonicato ordinario del Duomo di Milano. Nel 1754 viene
assunto dalla Veneranda Fabbrica del Duomo lo scultore Giuseppe Perego che
realizzò la Madonnina che verrà successivamente elevata, nel dicembre 1774,
sulla guglia del Duomo:l’orafo che si occupò della doratura fu Giuseppe
Bini.
Pesenti: nobile
famiglia bergamasca i cui membri ghibellini parteciparono alle cruenti lotte
tra le opposte fazioni. Il Castelli, nel Liber Mirabiliarum scrive che i
Pesenti compaiono con Persavalle, Maffeus, Theutaldus, Longinus, Cermalus e
Bisagettus. L’origine del cognome è forse attribuibile alla struttura
massiccia – pesante – di un avo: in Francia troviamo, ad esempio, i cognomi
Pesant e Lepesant. A Monza sono presenti nel Quattrocento, negli Statuti
dei Mercanti con : 1476, Beltramus de Pesentibus, Cristoforus de Pesentibus,
Guglielmus de Pesentibus. Anche nei registri monzesi del Duomo appaiono:
1560 Dionixio di Pesenti e Guglielmo di Piesente. Ricordiamo anche Lorenzo
dei Pesenti, capitano e castellano di Monza dal 1526 al 1548 e Marco Pesenti
ai vertici dell’amministrazione della città dal 1662 al 1663.
Pessina: il cognome ha
origine dalla presenza di una vasca, o piscina oppure peschiera nel luogo in
cui abitava la famiglia. I Piscina, de Pescina, Pesina, Pessina compaiono
negli Atti del Comune di Milano con Butisiu, Cassina, Gualdericus, Lanterius
Madernus, Martinus, Oldeprandus, Petrus Horens, Sachelinus Sachus ed
Ubertus. Negli stessi Atti compaiono anche toponimi che indicano la presenza
di vasche per l’acqua: Piscinam, petia terre in Cixano; Piscinam de
arboribus in Varadeo; Piscinamde Cazule in Bollate, Pescinam Ladonascam in
Carono; Pesinam in Parazolo e Piscinas zerbum Varano. Nel Trecento a Milano
compare una famiglia dedita alla fabbricazione e vendita di fustagni. La
propagazione della schiatta li vede oggi presenti in Monza, Albairate,
Mombello, Rho (ben numerosi) e, in forma minore, un po’ ovunque. Sono
comunque attestati nel monzese già dal Medioevo a conferma della presenza,
nei nostri territori, di vasche che servivano per raccogliere l’acqua
piovana, abbeverare gli animali e via di questo passo. Nel 1476 appaiono
negli Statuta dei mercanti di Monza con Pietro e Leonardo.
Pini:è
un cognome con presumibili radici comasche. Deriva dall’afèresi di nomi
personali diminutivi quali Jocopinus, Josefinus e simili. Negli Atti del
Comune di Milano sino al 1250 lo troviamo già come nome personale con Pinus,
Pinonus.
Pirola: alla base vi è
il nome di battesimo Petrus, molto diffuso nel Medioevo. Da Petrus abbiamo
il diminutivo Petrolus, testimoniato nel 1266 a Milano e, successivamente,
con le tendenze spianatrici del dialetto troviamo Pedrolus, Perolus,
Pirolus, Pirola. Non scordiamo che, ancora oggi, nella parlata dialettale
Pietro lo pronunciamo “Peder. L’attuale cognome Pirola termina in a perché,
ancora, nel dialetto milanese molti nomi maschili, da cui poi si sono
originati cognomi, finiscono per l’appunto in a: Pinèla costituisce
l’esempio più significativo (da Pino, diminutivo di molti nomi e poi
divenuto anche cognome, come più sopra abbiamo scritto).
Pirovano: appartiene ad
una nobile famiglia di capitanei che conta due arcivescovi milanesi: Oberti
I (1146-1166) ed Oberto IV (1206-1211). Nell’elenco del 1377 delle famiglie
nobili milanesi i cui membri avevano diritto all’elezione passiva come
canonici ordinari del Duomo, la famiglia appare in due rami: i Pirovano ed i
Pirovano da Tabiano. Nel monzese appaiono attorno al Cinquecento anche con
la forma Piroino (in dialetto diciamo Piroeuven). Dal Casanova, nel suo
dizionario feudale, ricaviamo: nel 1501 il senato approva la concessione
fatta da Luigi XII, re di Francia, per l’erezione in contea del vicariato di
Desio, di cui fu investito il fisico Gabriele Pirovano ed i suoi
discendenti; nel 1558, il primo aprile vengono concessi a Gian Franco
Pirovano, per se et discendenti, alcuni redditi in varie terre dello stato e
della giurisdizione di Meleto; 1635, diploma di Filippo IV per la
concessione del feudo di Cassino Scanasio (Mi) a Giovanni Pirovano. Il feudo
cessò alla morte del marchese abate Filippo Pirovano, avvenuta nel 1673.
Pizzamiglio (anche
Piccamiglio): nomi che possono trarre origine da un essere che beccava
il miglio, come Piccaluga e Pittaluga è attribuibile ad un soprannome
di un essere che beccava l’uva. Un Lazaro Pizamigli appare nel 1224 in un
atto di Bergamo, a Gandino un anno dopo compare Bellebonus Pizzamilii. Nel
1237 a Monguzzo, tra gli abitanti che giurarono fedeltà all’arciprete di
Monza, compare un Hioannes Pizamelus. Nel monzese appare nel 1575 una
Margharita de Picia Milio. Sempre nel monzese, nel 1649 troviamo un Giorgius
Pichaluga da Serravalle Scrivia. In piemontese beccare si dice “pitè”.
Pizzi/Pizzo/Pizzini/Pizzetti/Pizzoni: taluni studiosi lo riconducono
alla Sicilia. Deriva dall’afèresi del nome medievale Opizzo, anche se altri
indicano il nome germanico Pizzo. Il cognome è diffuso un po’ in tutta
Italia: troviamo Pizzo/i nel Veneto; Pizzini, che è il diminutivo(forse
riconducibile ad un avo di bassa statura) nelle aree di Sondrio, Brescia,
Verona e Trento ed un ceppo nel cosentino. Per il ramo calabrese abbiamo
anche toponimi Pizzo (sommità di montagna con particolari caratteristiche) a
cui ricondurre gruppi famigliari. Pizzetti, vezzeggiativo, si trova nel
milanese e a Sondrio con atti del notaio Maffeo fu Giacomo Antonio Pizzetti
di Mazzo (MI); Pizzone ha due ceppi: uno nel chietino e l’altro nel
catanese. Vi sono anche nuclei nel perugino, in Lombardia centro orientale e
nel friulano.
Porri/o: per questo
cognome (che non ha nulla a che vedere con l’ortaggio) si deve partire dal
nome personale Paulus (in origine un cognomen) che significava piccolo. Il
diffondersi di questo nome è legato alla figura di Saul di Tarso che assunse
il nome “Paulus” (cioè piccolo) per umiltà nei confronti di Cristo dopo la
conversione avvenuta sulla via di Damasco. Nei documenti bassomedievali il
nome si presenta nelle forme di Polus, Porrus e nel 1153 lo si trova usato
come cognome (Porrinus de Porris) Lo scrittore lombardo dell’epoca,
Barsegapè chiama san Paolo “san Poro”. Negli Atti del Comune di Milano
troviamo giò il cognome Porinus e Porrus con: Ambrosius, Jacobus, Oldratus,
Ottonebellus, Petrus, Recuperatus. Rami della famiglia Porro sono attestati
attorno al XII e XIII in Copreno, Lentate e successivamente in Asnago,
Barlassina, Camnago, Lazzate e Rovello che, proprio per questa presenza,
aggiunse successivamente Porro. Negli Oratori trecenteschi di santo Stefano
in Lentate e della Natività di Maria in Mocchirolo troviamo affrescati gli
stemmi della famiglia presente in Lentate: tre porri per l’appunto anche se,
come argutamente osserva il Merati “l’etimologia del nome è ben diversa: ma
dall’araldica non si può pretendere troppa sapienza storica”.
Porta: diffuso in tutto
il Nord Italia centroccidentale con ceppi nel napoletano, in Puglia e nel
centro Sud della Sardegna. Lo si vuol far discendere da un identificativo
della città: poteva essere, dunque, una porta urbica accanto alla quale
viveva l’antenato. Negli atti del comune di Milano vengono registrati con de
la Porta: Albertus, Alegrus, Anselmus, Arduinus, Bernadinus, Bigonus, Focus,
Galdinus, Gasparuds, Gilbertus, Guilielmus, Jaconus, Janinus, Mainfredus,
Petrus, Rufinus, Ubertus. I Porta emergono presto nei nostri territori e già
appaiono, ad esempio, a Monza nel 1237. Nei documenti medesi del 1252
afferenti la rinunzia del monastero di san Vittore all ‘honor, districtus e
jurisdictio sul borgo, appaiono con dara/dela/dera Porta: Arnoldus,
Bellotus, Belotus, Homodetus, Miranus, Otto, Petrus, Rolandus, Tarasius. In
epoche più recenti non possiamo scordare il grande poeta dialettale milanese
Carlo Porta (1775-1821).
Pozzi: è un cognome
diffusissimo dato che trae origine da toponimi che indicano la presenza di
pozzi che nei tempi antichi erano l’unico modo per attingere acqua potabile.
Questo significa che i ceppi familiari sono numerosissimi. In un documento
del 1015 di Inzago compare un Prando de Puteo, che dovevano forse arrivare
dall’odierna Pozzo d’Adda. Nel Liber Consignationis del 1237 della
Biblioteca capitolare del Duomo di Monza, sono registrate famiglie de puteo
residente a Monza, Agrate, Lissone,Cernusco sul Naviglio, Orsenigo,
Nibionno, Ottavo (ora Cascina Occhiate) e Calpuno. Nel giuramento degli
uomini di Castelmarte del 1237 all’arciprete di Monza, otto capifamiglia su
diciotto portano il cognome de puteo. Anche nel lecchese, nei primi anni del
Seicento, ad Acquate, su 67 cognomi 11 erano Pozzi. Nel Monzese compaiono
negli Statuti dei mercanti nel 1350 con Zanolus et Antoniolus de puteo e un
Antonius de Puteo, nel 1476 un Antonius de Puteo. Nella pergamena del 10
dicembre 1252 che afferisce alla rinuncia del monastero di san Vittore di
Meda all’honor, districtus e iurisdictio sul borgo, tra i nomi del 77 vicini
che prestano giuramento alla badessa Maria de Besuzio compare un Anselmus de
puteo de burgo Carate: Da Pozzo sono poi derivati cognomi come Pozzobonelli
e simili.
Prada: dal plurale
latino pratum, cioè prata col significato di prati. Il toponimo medievale
può essere identificato con la località di Prada che compare nel saronnese
nel 1154, registrato negli Atti del Comune di Milano fino al 1216. Negli
stessi atti compaiono con de Prata, de Praa, de Prada: Albertus, Cortisius,
Daivertus, Guilielmus, Jacobus, Rambertus, Reoldus, Salimbene. Una famiglia
Prada compare nell’elenco delle schiatte milanesi nobili i cui membri
avevano diritto all’elezione passiva come canonici ordinari del Duomo (de
Prada per privilegium). Sono attestati a Monza dal 1350, negli elenchi dei
mercanti con Jacobinus et frater de prada; Mollus dictus Mullatinus de prada
ed altri. Il Casanova indica nel 1709 un diploma di re Carlo III per il
titolo di conte di Olgiate Olona e Tornavento a Carlo Antonio Prata e, in
mancanza, al fratello. Seguono poi ampliamenti e modifiche delle stesso
feudo per la stessa famiglia.
Premoli:
deriva dal nome di battesimo medievale Premolus, che si trova nel Giuramento
di Obbedienza dei Milanesi alla Santa Sede del 1266. Premolus è la
trasposizione dal latino Primolus, diminutivo di Primus cioè primo nato. E’
un cognome giunto recentemente nelle terre di Brianza. Dal Casanova si
apprende: 1682, investitura del feudo di Comazzo (Lodi) al conte Emilio
Premoli da Crema; 1691 investitura del feudo di Trivulza con Mirandola
(Lodi) al marchese Antonio Premoli con diritto ai dazi sull’imbottato, pane
e carni.
Proserpio:
deriva dall’omonima località situata nei pressi di Castelmarte. Secondo il
Merati il significato del termine è da ricercare in tre parole: Pro = prato,
serp = dall’aggettivo medievale zerbidus cioè incolto e io = attribuibile
allo zelo dei notai o ufficiali di stato civile che tentavano di dare forma
italiana al toponimo. V’è da aggiungere che Ignazio Cantù pensava che questo
toponimo potesse ricollegarsi al culto pagano di Proserpina che altri
studiosi hanno decisamente rifiutato. Il cognome è diffuso un po’
dappertutto.
Pusterla:
per raccontare le gesta di questa nobile famiglia
milanese (con diramazione a Tradate), non basterebbe un volume. Il cognome
nasce da un”custode” di una porta (pustierla o porta minore d’una città
fortificata, ed in tal senso lo si ritrova anche altrove). I Pusterla sono
presenti a Milano con sette tra Consoli del Comune e Consoli di Giustizia.
Troviamo anche due arcivescovi: nel 1126 viene eletto Anselmo, che nel 1128
incorona quale imperatore Corrado di Svevia. Aggiungo che due anni dopo
vennero eletti due papi, Innocenzo II e Anacleto II e, contemporaneamente,
in due ambivano alla corona imperiale: il Corrado di Svevia incoronato da
Anselmo de Pusterla e Lotario III. Il nostro de Pusterla si schierò col papa
Anacleto II mentre gli altri vescovi parteggiarono per l’altro: nel 1233
Anselmo venne cacciato da Milano con un’insurrezione popolare. Il secondo
Pusterla vescovo è Guglielmo, che venne eletto nel 1361. Risiedeva ad
Avignone e governava la città mediante suoi vicari tra cui il nipote
Tommaso. Era cappellano pontificio, aveva un canonicato ed il cimiliarcato
nel Duomo di Milano oltre all’arcipretura di Monza. La famiglia de Pusterla
è registrata nella Matricola Nobilium Familiarum del 1377 i cui membri
avevano diritto all’elezione passiva come canonici ordinari del Duomo: è
infatti anche costì sono presenti.Un altro Pusterla, Francesco, venne ucciso
il 17 novembre 1341, accusato di tramare contro Luchino Visconti: venne
decapitato, con due figli, nella piazza del Broletto Nuovo a Milano. Altri
due figli furono risparmiati perché minori. I beni del Pusterla, stimati in
circa 200.000 fiorini, furono confiscati e, così, andarono a rimpinguare le
sempre esauste casse viscontee. Erano stati catturati a tradimento a Pisa
l’8 agosto, dove erano appena giunti via mare da Avignone e furono
trasferiti a Milano il 25 settembre. Un altro Pusterla, Giovanni, signore di
Monza nel 1386, fu accusato da Giovanni Maria Visconti d’aver partecipato
all’uccisione della duchessa Caterina, morta nel 1400 per l’appunto in
Monza. Anche a questo non fu risparmiata una fine brutale: venne dapprima
fatto azzannare da mastini, successivamente decapitato e squartato. E’ anche
il caso d’aggiungere che uno Stefano Pusterla fu arciprete della chiesa
monzese dal 1372 al 1404; un altro, Azzo, lo sarà dal 1404 al 1416 mentre un
Guglielmo II lo era stato dal 1350 al 1371. Troviamo anche un Baldassare
Pusterla quale governatore ducale a Parma nel 1449: a lui si deve un
intervento riformatore nel sistema di nomine dei deputati alla reggenza
dell’Ospedale Nuovo della città, teso a scardinare il perpetuarsi di
rapporti di potere che vedevano continuamente in contrasto le varie fazioni
o squadre politiche. Un ramo di questa famiglia fu presente in Tradate: si
hanno notizie con Eriprando, patrizio milanese, valvassore e possessore, per
l’appunto, di questa citta. In Tradate rimane il castello che fu loro
proprietà sino al 1814, quando passò ai Melzi Malingegni. Dal 1878, con
l’ultima erede, il castello è sede di un centro di accoglienza per anziani
di proprietà della Madri Canossiane. Appare anche un Guizardus de Pusterlla
de burgo Carate tra i nominativi degli uomini che promisero alla badessa
del monastero di Meda, il 12 dicembre 1252, di riconoscere lire terzole 1000
in cambio della rinuncia del monastero all’honor, districtus e jurisdictio
sul borgo.
Cristina Volontè – di Arkaikòs Onlus
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