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Storia dei nostri cognomi
 
(5a Parte da Spr a Tu)

 

Riprendiamo il percorso attraverso la storia dei cognomi maggiormente significativi o curiosi con

 

Spreafico: il cognome, diffuso nel lecchese, è composto da due parole: sprea e fico. Mentre sulla seconda non v’è dubbio che si tratti del frutto della panta di fico, la prima potrebbe forse apparire incomprensibile. Occorre fare riferimento all’antico dialetto milanese ed in particolare all’espressione “no perà figh” – letteralmente non sbucciare i fichi -: il grande Porta, nella novella “La Messa Noeuva” scrive che”i legg hin ciar e pelen minga figh” cioè le leggi sono chiare e non fanno complimenti, non concedono cioè sconti. Dunque “no perà figh” significava non fare complimenti. Un “perafigh” era quindi una persona che non faceva complimenti. Il dialetto trovò poi il modo di stravolgere perafigh in spreafich: da qui il cognome.

Strada: il cognome va ricondotto ad antenati che abitavano presso una strada (strata anticamente) di una qualche importanza. Per inciso gli Strada dei nostri territori non vanno confusi con gli Strada di Pavia, nobili di fazione guelfa che nel 1202 giurarono d’osservare verso i Vercellesi la pace avvenuta tra Pavesi e Milanesi. Gli Strada nostrani, secondo uno studio effettuato dal compianto Merati, appaiono concentrati a nord e nord ovest di Milano (Bollate, Cormano, Paderno Dugnano, Bovisio Masciago, Cusano, Cinisello, Desio, Monza, Sesto) mentre nei paesi circonvicini il cognome appare in cifre trascurabilissime. La particolarità, prosegue il Merati, è che già nel Medioevo gli Strada risultavano stanziati quasi nelle stesse zone sopra individuate, così come si apprende dal liber consignationis prebendarum del Duomo di Monza del 1237: Jacobus et Iohannes qui dicitur de la strada (Desio); Porus de lastrada (Bovisio); pro Rugerio quondam de lastrada (Bresso) Redulfus de lastrada (Masciago); Gabriellus de lastrada (Bovisio); Marchixius de lastrada (Desio); ille de lastrada (Desio). Tra i 2926 affittuari della Chiesa monzese registrati nel liber citato e quasi tutti abitanti in Brianza, non appaiono altri Strada. Le conclusioni che si possono trarre sono due: la prima è che le famiglie in questione erano stanziate tutte sulla direttiva Mediolanum – Novum Comun (Bruzzano, Cusano, Bovisio, Cesano Maderno, Lentate, ecc,), oppure sull’altra direttiva che scorreva sulla fascia occidentale della Brianza (Nova, Desio, Seregno, Carate, ecc,); la seconda osservazione è che gli Strada odierni si sono davvero mossi poco dal territorio dei loro avi, territorio in cui sono presenti da almeno sette secoli, sulla falsariga di quanto visto per i Santambrogio di Seregno, i Sangiorgio di Biassono e i D’Adda di Cornate. Troviamo i de Strata (qui dicitur) negli Atti del Comune di Milano fino al 1250 con Ambroxius, Amizolus, Anselmus, Bellotus, Faribonus, Girardus, Guilielmus, Johannes, Mainfredus, Marchixius, Montenarius, Otto, Perronus, Rubeus, Stephanus, Vernarius e Zermenate.

Stucchi: un’ipotesi vuole che il cognome derivi dal nome Eustachio (dal greco Eustàchios cioè colui che dà buoni frutti). Sicuramente è presente da secoli nei nostri territori. Lo troviamo negli atti del Comune di Milano con Martinus Stucchus e negli elenchi dei mercanti di lana sottile, sempre di Milano, del 1393 con Bonulus Stuchus. Negli elenchi di mercanti di Monza del 1518 compare Paulus Stuchus e, ancora, nel 1559, nei registri battesimi del Duomo di Monza con Michel Stuco.

Tagliabue: sicuramente nel Medioevo indicava un beccaio, cioè un macellaio. Il cognome è affine ai francesi Tuebouef, Tuvache, Massabuau, Maillebuau. A titolo di curiosità, segnalo che a Monza, nel liber consignationis del 1237, compare Lantelmo Taliaporci. I Tagliabue compaiono nel monzese solo dopo la metà del Cinquecento con Gaspar Taiabò (1573) e Battista di Taiabovi (1574). Nel 1573 un prevosto con questo cognome compare ad Agliate e alcuni Taiabò si trovano nello stesso anno ad Albiate. A Carate nel 1615 esisteva un molino del sig.  Ottavio Taiabò con 4 rodigini, cioè con 4 ruote, così come rilevato dall’ing. Barca che disegnò un rilievo del Lambro in quel periodo.

Tanzi: dal nome personale germanico Tazo che doveva essere l’accorciativo di un altro nome. Nell’alto Medioevo (978) si trova registrato infatti un Lupus qui et Tazo (cioè Lupo che si chiamava anche Tazo). In Tanzi è appparsa la n prima della z: ciò è dovut all’opera  dell’antico dialetto dove, per esempio, zizzania si diceva zenzania e iniziare era detto ninzà. Anche altri nomi d’origine germanica hanno avuto analoga sorte: Bezo è divenuto Benzi, Benzoni; da Mazo abbiamo Manzi, Mnazalini, Manzoni ecc.. In un documeno di Cantù del 1093 troviamo un testimone chiamato Omodeo qui vocatur Tanzo (Omodeo che si chiama anche Tanzo). I Tanzi li troviamo a Milano (Tazo/Tazus/Tacius), negli atti del Comune, con Tazus de Mandello; ad Arosio, citati tra le famiglie nobili: nel 1270 un Tanzi è procuratore legale del locale comune nobilium (comunità dei nobili) e l’atto è compilato dal notaio Airoldus Tancius.  Nel 1304 compare Mafiolo figlio di Valente Tanzi che prende in affitto 41 pertiche di vigna e 66 di campi.  Tanzi non appare nei documenti medievali monzesi. Lo troviamo a Milano nel 1447, negli elenchi del Consiglio del Novecento dell’Aurea Repubblica Ambrosiana ed anche negli elenchi dei mercanti di lana sottile con de’ Tanziis.  Il Cantù riporta il cognome nell’elenco dei vicari di provvisione e podestà milanesi nel 1553 con Girolamo Tanzi e nel 1591 con Gabriel Tanzi. Dal Dizionario del Casanova apprendiamo: 1790, Regio Decreto per la concessione del feudo di Blevio (Como) al conte Antonio Tanzi per appoggiarvi il titolo di conte. In Brianza il cognome è attualmente concentrato a Carate.

Tavecchio, Taveggia, Tavecchia, Tavecchi e Taeggi: derivano tutti dalla località bargamasca di Taleggio (nel dialetto locale Taegg), il cui toponimo deriva da tilietulum cioè piantagione di tigli. Nel Liber Mirabilium di Castello Castelli abbiamo un toponimo Taliegio da cui traiamo un de Talegio indicato negli Statuti dei Mercanti di Monza nel 1427 e un de Thaegio nel 1476: da questi deriva Taeggi da cui successivamente, Taveggia, Tavecchi, Tavecchio, Tavecchia. 

Taverna: da un avo che possedeva o abitava vicino ad una taverna. Questo cognome, tipico del milanese, compare con Bonus Amicius Taverna in età comunale allorchè l’effige di costui viene dipinta in un affresco votivo nella basilica di sant’Ambrogio a Milano. Sono indicati anche negli Atti del Comune di Milano con Arnoldus, Guilielmus, Iohannes e Marlianus de Tavernaschus. Nel Quattrocento i Taverna appaiono nell’elenco del Consiglio dei Nocevento dell’Aurea Repubblica Ambrosiana in quattro (1447). Dal Casanova ricaviamo: 1536, diploma dell’imperatore Carlo V per la conferma dei privilegi del gran cancelliere Francesco Taverna, tra i quali la facoltà di redimere il feudo di Landriano dai nobili Landriani; 1536, diploma dello stesso imperatore per la conferma al suddetto Taverna del grado di gran cancelliere e la concessione del titolo di conte di Landriano; 1595, l’ospedale Maggiore di Milano vende il feudo di Cavagnera al conte Matteo Traversa. Il Cantù, nell’elenco dei vicari di provvisione, ricorda un Lodovico Taverna sotto l’anno 1605 e un conte Lorenzo Taverna sotto gli anni 1674, 1693 e 1703. Va, infine, ricordato il conte Carlo Taverna (1817, 1871), patriota e senatore dal 1860.

Tettamanzi e Tettamanti: risultano composti da due parole e significano “colui che dà da mangiare ai manzi”. Sono una variante del termine tettavacch che nel dialetto milanese indicava il vaccaro (così come straciavaca e straciaporcus indicavano gli attuali macellai, specialisti del singolo animale). La prima forma (Tettamanzi) è quella originaria, la seconda deriva da trascrizione ecclesiastiche e notarili. Li troviamo a Sirtori e Cassago nella seconda metà del Cinquecento. Una curiosità: nella prepositurale di san Vittore, a Missaglia, è visibile il ritratto di Giovanni Antonio Tettamanzi che resse questa chiesa dal 1574 al 1605, adoperandosi attivamente per la ricostruzione della medesima e per la tutela del suo patrimonio. Don Beretta, parroco di Robbiano ed insigne storico della Brianza, scrive che ai tempi di san Carlo Borromeo i Tettamanzi avevano un sepolcro particolare ad nella chiesa di Agliate.

Tornaghi: da Tornago, frazione di Renate. E’ un toponimo prediale, cioè relativo a proprietà fondiarie, di origine gallica o romana: infatti può essere collegato al nome di persona Turnus, gallico, o al nome Taurinus, romano. La catena onomastica è la seguente: rus turnacum o taurinacum e, in seguito, Tornaco, Tornago. Il cognome è presente nel Monzese dal Medioevo e compare negli Statuta dei Mercanti di Monza con: 1336, Guarolus de Tornago; 1350, Petrolus de Tornago. Lo ritroviamo ancora nella medesima cittadina nella metà del Settecento con Giuseppe Antonio Tornago, proprietario di un torchio per olio e molinaro.

Trabattoni e Trapattoni: è un cognome che ha a che fare con l’attività contadina. Deriva da “trabatto” cioè crivello (tardo latino  cribellum; è un arnese formato da un telaio diviso in più parti  con fondo in lamina perforata) e il termine significa vagliare, far passare - attraverso un crivello – per la selezione di materiali ed eliminare impurità e scorie: in sintesi, un setaccio che, nella forma originaria del nome ha dato origine alla potente famiglia Crivelli  (vedi parte V). Crivello è connesso con trabattere = trebbiare: in dialetto milanese il trabattin era il crivello che serviva a separare i grani (di frumento e simili) dalla pula e trabattà significava trebbiare. Trabattoni è un accrescitivo di trabatto ed indica un qualcuno che o era molto alto oppure un lavoratore infaticabile. Questo cognome è radicato a Seregno sin dal Cinquecento. La variante Trapattoni è più rara ed è presente a Cusano Milanino e Nova.

Tremolada: da Tremolada, frazione di Colzano, e indica un territorio su cui insistevano i pioppi tremuli (in latino populi tremulae): in Toscana troviamo, ad esempio, Tremoleto. I componenti di queste famiglie appaiono molto tardi nei nostri territori: infatti non v’è traccia di loro neppure nei registri cinquecenteschi. Successivamente si sono comunque ben diffusi nel monzese. 

Tresoldi: non ha assolutamente a che fare con “tre soldi” o, meglio ancora “tri cinghéi” detto nella classica forma dialettale. E’, invece, un cognome che si deve far risalire alla località di Tresolzio, frazione di Ponte San Pietro (Bergamo). La radice è la locuzione trans+saltum (al di là, oltre il bosco –saltus – e simili perché il vocabolo saltus può afferire altre morfologie del paesaggio, vedi silvestrae saltus = pascoli boscosi; saltus profundi  = alti pascoli e via di questo passo). A titolo di curiosità, saltus era pure una misura agraria (800 iugeri) e veniva citato anche in un antico proverbio: “uno in saltu apros duos capere” cioè prendere due cinghiali nello stesso covo, identico al nostro attuale “prendere due piccioni con una fava. Nel locale dialetto Tresolzio si dice Trasolz e la catena può essere: transsaltum, tresoldu, tresolciu, tresolzu. Il cognome deve essersi formato alla seconda forma (quella con la d) che ritroviamo anche nell’elenco dei Mille Homines Pergamini del 1156 con Tresolcio e Tresoldo. Va anche annotato che una contrada di Vimercate, nel 1208, aveva il nome di Tresolzo che si ricava da un Atto del Comune di Milano. Evidentemente anche Vimercate doveva essere ricca di boschi, poderi e pascoli.

Trivulzio/Triulzio/Triulzi/Trivulsio: derivano da due nomi di luogo, Triulzo frazione di San Donato Milanese e Trivolzio (Pavia). Il Salvioni riconduce i toponimi alla voce latina trifurcium (tre strade) di cui però non si trova tracci nei documenti. Tra i Trivolzio, potentissima, antica famiglia milanese che annovera marescialli di Francia e cardinali, indico, in estrema sintesi: Gian Giacomo Trivulzio (1148/1518), nativo di Milano, grande condottiero che combattè al servizio dei francesi, di Cosimo de Medici e del marchese del Monferrato. Fece parte nel 1476 del consiglio di reggenza di Gian Galeazzo Sforza ma, in seguito, abbondonò la corte milanese a causa dell’ostilità di Ludovico il Moro e passò agli aragonesi di Napoli. Alla discesa di Carlo VIII, nel 1494, passò dalla sua parte e gli consegnò la fortezza di Capua. Si distinse nella battaglia di Fornovo Taro che vide la sconfitta di Carlo VIII e la fuga del re. Sempre ligio alla causa francese, conquistò per Luigi XII (successore di Carlo VIII), il ducato di Milano nel 1499: il re lo nominò governatore del ducato, marchese di Vigevano e maresciallo di Francia. Nel 1509, durante la battaglia di Agnadello, diede prova del suo grande valore militare e nel 1512, dopo la morte di Gastone di Foix, ebbe il comando dell’esercito francese. Perse il favore del re perché gli venne attribuita la responsabilità di non avere saputo difendere il milanese nella rotta di Novara. Sotto Francesco I, sempre francese, combattè valorosamente a Melegano nel 1515; non essendo riuscito ad espugnare Brescia cadde nuovamente in disgrazia e si ritirò a vita privata. Prima di morire lasciò un epitaffio per la sua tomba (tuttora visibile nella chiesa milanese di san Nazaro): “Hic quiescit qui numquam quievit”, cioè “Qui riposa colui che non riposò mai”. Ancora, sono da ricordare Carlo Trivulzio che nel 1786 possedeva un’unica raccolta di antichi manoscritti (2.500) continuata da Gian Giacomo Trivulzio nell’Ottocento; il principe Tolomeo Trivulzio che nel 1767 lasciò un’ingente somma per creare un ricovero per vecchi, istituito nel 1771 e giunto sino a noi con il nome di Pio Albergo Trivulzio. Infine, come non rammentare Cristina Trivulzio coniugata con Emilio Barbiano d’Este principe di Belgioioso, cospiratrice, comandante di corpi franchi, teorica della guerra insurrezionale, giornalista, instancabile portavoce della causa italiana che trattava a tu per tu con Napoleone III, Carlo Alberto, Cavour, Mazzini e Garibaldi, protagonista di una vita avventurosa: una figura imbarazzante per il Risorgimento italiano che tese a dimenticarla. Cristina era figlia di Girolamo Trivulzio, ex-marchese e ciambellano del Regno italico,  noto taccagno (oggi diremmo forse parsimonioso), che aveva sovvenzionato la copia di settanta volumi di documenti di famiglia conservati negli archivi di Milano riguardanti l’illustre condottiero antenato, morto precocemente, a soli trentaquattro anni. La madre Vittoria dei marchesi Gherardini, rimasta vedova del Trivulzio a soli ventuno anni sposerà, con tutti i consensi famigliari, il marchese Alessandro Visconti d’Aragona. Cristina alle nozze con il Belgioioso, nel 1824, porterà in dote 400.000 lire austriache (qualche miliardo dei giorni nostri), ma il matrimonio fallisce già nel 1828 e il Belgioioso (libertino e spendaccione) viene liquidato con ben 40.000 lire austriache: da questo punto la figura di Cristina diviene invisa ai salotti bene e per vari motivi la stessa lascia l’Italia, in esilio. Inizia un’esistenza da esule, anche squattrinata, a parigi. Rientrata in Italia introduce la previdenza sociale nelle campagne lombarde, propugna la causa italiana e recluta armati, litiga con Gioberti, Tommaseo, Manzoni e Cattaneo. Nel 1848 predica la formazione di un esercito popolare rivoluzionario e finisce nuovamente in esilio; dopo varie avventure rientra in patria e, tra gli altri, riesce a segnare l’atto di nascita del femminismo italiano rivendicando i diritti delle donne. Muore il 5 luglio 1871.

Turconi: è l’accrescitivo dell’appellativo etnico Turcus, sulla stessa scia di Ongaro, Catalano, Spagnolo/i, Scotti, Tedeschi. Schiavio e via di questo passo. Una leggenda li vuole discendenti di un principe arabo fatto prigioniero al tempo delle crociate. Certo è che il primo membro della famiglia compare in una posizione d’assoluto rilievo presso il sacro palazzo di Pavia. Infatti, nel Codice Diplomatico della Lombardia medievale sotto l’anno 1176 si legge: “Ego Turcus qui dicor de Lomatio, notarius sacri palatii, hoc exemplum ab autentico exemplavi…”. Turcus di Lomazzo, altre volte indicato “Turcone” fu anche “iudex” ed è segnalato presso la corte pavese tra il 1151 ed il 1186, sotto il regno di Federico I Barbarossa. Nel febbraio 1164 Turcus è parte del seguito dell’arcivescovo Rainaldo, arcicancelliere e legato imperiale per il Regno Italico. La zona di Lomazzo può essere la culla della schiatta. Nel 1299 troviamoAbbondio Turconi, anch’egli notaio come l’antenato. Nel XIV secolo un altro Turcus Turcone è segnalato nella veste di arciprete di Santo Stefano di Dongo. Dal XV secolo le fonti abbondano e ci segnalano Antonio figlio di Lorenzo, vescovo di Como dal 1409 al 1420; nel 1425 Pietro Turconi, hospes, confermato quale decurione; dal XV al XVIII secolo ben venti membri della famiglia otterranno il decurionato di Como. Sempre nel XV secolo Donetta Turconi ha una relazione con Lotario II Rusca, signore di Como, dal quale ha dei figli illegittimi. Negli stessi anni un’altra Turconi sposò il conte di Belgioioso: due discendenti di entrambe le famiglie, Gaetano Barbiano di Belgioioso e Matteo Turconi Sormani, sono oggi rispettivamente presidente e associato alla Società Storica Lombarda. Nel 1583 un “signor Antonio Nel 1583 un “signor Antonio Turconi” possedeva in Fenegrò cinque case e molte terre; i suoi eredi nelle carte del paese ostentavano il titolo di “messere”. Dal Casanova apprendiamo: 1668, vendita ad Ippolito Turconi da Como del feudo di Cairate con la facoltà di appoggiarvi il titolo di conte qualora lo avesse ottenuto da sua Maestà ed il feudo fosse risultato capace. I fuochi erano 62. 1673, Diploma di re Carlo II per il titolo di conte di Cairate al suddetto Turconi. Il ramo primogenito si è estinto in Parigi nel 1805: la maggior parte dei beni della prosapia, dapprima sottoposti alla rigida regola del maggiorascato, sono stati lasciati per la costruzione dell’ospedale di Mendrisio. Con altri beni i Turconi hanno rimpinguato le casse dei Luoghi Pii Elemosinieri di Milano.

Cristina Volontè –Arkaikòs Onlus

 

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