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LIETO DI
ESSERE UCCISO DA UNA PALLOTTOLA ITALIANA
Marzo
1944. Caravaggio, rione Seriola. Cortile di una cascina in vicolo Spalti.
Pasqualì
Biciola, si alza presto, sono le sei. Esce di casa ben coperto, fa freddo.
Come tutte le mattine deve andare a piedi alla stazione, a prendere il treno
per andare a lavorare a Milano.
Lavora come badilante e bagnacalcina; Pasqualì nel fare quel lavoro ha perso
un occhio.
Arriva
all’angolo del vicolo e vede fermi due carabinieri della milizia.
A Pasqualì si gela il sangue nelle vene; in casa c’è suo figlio Angelo,
disertore di guerra, alpino scampato alla disastrosa campagna di Russia.
Pasqualì pensa: “ades i va an ca e i la ciapa”.
Ma ha sangue freddo. Raggiunge i carabinieri, li saluta e dice.
“ostrega sal fa frech; madona santa, ho lasciato a casa la schiseta”. Fa
marcia indietro, torna in casa, va nella stanza dove dorme Angelo e dice:
“Angiulì desdes, ghe fo i carabinieri; scondes ndel fienil”
La moglie Giulietta e gli altri due figli, Piera e Battista si svegliano
anche loro. Sono spaventati e aiutano Angelo a nascondersi. Giulietta e
Piera nascondono i vestiti di Angelo; Battista va nel letto di Angelo e si
mette sotto le coperte fingendo di dormire. Pasqualì esce di casa di nuovo e
va a lavorare, sperando che non succeda niente.
Angelo,
furtivo va a nascondersi nel fienile e con la forza della disperazione scava
a mani nude nelle balle di paglia; scava in fretta, con paura, talmente in
profondità, che riesce ad entrare nel mucchio in piedi e a ricoprirsi
completamente di paglia.
I
carabinieri fanno irruzione in casa e gridano: “Il sergente Milanesi
Angelo !!! dov’è?” Milanesi !!
Giulietta fa fuoco e fiamme, grida e sbraita, sbraita e grida “se mi dite
voi dov’è mio figlio, mi fate un piacere; e adesso… fo di ballleeeeeeeeee”.
I
carabinieri cominciano a cercare: cercano nella stanza di Angelo, nel bagno
comune di cortile, poi nel cortile; Angelo non c’è; allora vanno nel
fienile, si guardano intorno. Angelo è sotto le fascine in piedi, ben
nascosto, immobile quasi senza respirare; si muovono soltanto i pensieri e
riemergono gli incubi dell’odissea del ritorno dalla Russia.
I
compagni alpini; divisione Julia, Tridentina, Ravenna. In marcia. La Russia,
l’Ucraina: campi di grano a perdita d’occhio. “tutte le sere sotto quel
fanal, dentro la caserma ti stavo ad aspettar..con te Lili Marlen”.
La
steppa gelata. Le isbe e la contadina bionda con gli occhi azzurri: il
ritratto che gli faccio, i soldati russi; i tedeschi; i compagni morti; “Non
mi fermano, non mi prenderanno”; la ferita alla coscia, il ricovero
all’ospedale militare; la fuga dall’ospedale, la neve sotto le scarpe e il
gelo lancinante; la tosse delle vedette russe; i piedi fasciati; la neve che
crocchiava e il gelo lancinante; 90 chilometri a piedi; il principio
d’assideramento; la neve ed il gelo; il freddo alla testa; un altro
ospedale; mi curano la ferita; mi rispediscono in Italia con il treno;
arrivo ad Alessandria.
Poi c’è
l’8 settembre e l’Italia è nel caos.
Vado a
Montepulciano e mentre sto cantando “Che gelida manina” incontro il maestro
di canto Viscardini che mi invita a casa. Viscardini ripeteva “stai qua
con me: canti “la furtiva lagrima meglio di Tito Schipa”; in sei mesi ti
faccio celebre. Ma a casa ho I genitori, il fratellino e la
sorella. Decido di ritornare e risalgo l’Italia attraversando gli Appennini,
armato fino ai denti, a dorso di mulo, in compagnia di altri due uomini e di
una prostituta. Poi arrivo a Bologna, e una famiglia di contadini mi
regala degli abiti; “Non mi fermano, non mi prenderanno”; Bologna –
Milano, di nuovo in treno.
Milano,
stazione; aiuto due suore fingendomi loro accompagnatore e le accompagno a
Cremona. Di nuovo in treno. “Ci sono quasi”.
Cremona stazione; prendo il treno per Caravaggio, . Arrivo a Caravaggio,
c’è buio; la ferrovia, la mia ferrovia. “Sono a casa. Non mi hanno preso
!!” Rivedo la mia famiglia. Forse sono salvo.
Divento però disertore di guerra. Vado in campagna con l’amico Cantini. Fa
freddo. È inverno. Dormo nei fossi secchi. “non mi prenderanno”.
“Sono
a casa mia; a due metri da me sento i passi e le voci dei carabinieri che
vogliono catturarmi.
Non
mi hanno catturato fino adesso non possono prendermi proprio a casa mia.
NO!!
Intanto
Battista, il fratello, più giovane di Angelo di dodici anni, si alza e segue
i carabinieri che dopo aver cercato invano, escono di casa e si scusano con
Giulietta, che è ancora fuori di sé. “fo di baleee” urla e ripete la
donna.
Angelo esce dal fienile, lascia passare qualche ora. Capisce che non è al
sicuro e torna in campagna; ci sta una settimana, stavolta da solo.
Tutte le mattine Battista gli porta da mangiare: il solito pentolino di
polenta e latte, fingendo di andare in campagna a cercare lo sterco di
vacca.
Angelo trascorre il tempo a disegnare, a carboncino e a matita, su fogli
occasionali; è anche un abile disegnatore.
Passa
una settimana. Domenica mattina.
Angelo
schizza a carboncino il volto della Madonna raffigurato in una cappella
posta nella strada sterrata di via Masano.
È stanco, è stufo, è arrabbiato. Incautamente torna a casa per finire il
disegno con gli acquarelli, recuperati chissà dove.
All’angolo di vicolo Spalti, però, sono appostati i due carabinieri del
lunedì precedente: “Ah finalmente troviamo il sergente Milanesi Angelo.
Sa che lei è un disertore ? deve consegnarsi a Treviglio, in caserma !!”
Angelo finge stupore e risponde: “Le do la parola da graduato: domani
mi consegno”
L’indomani va a Treviglio, a piedi. In caserma lo sta aspettando il
colonnello, che dopo avergli fatto una bella morale sui doveri militari e
patriottici, gli dice: “Sergente Milanesi, sa che lei può essere ammesso
alla fucilazione !!?”
Angelo, lo guarda negli occhi, ride e risponde “ Vede colonnello, non
sono stato ucciso dai russi, dagli yugoslavi, dai francesi, dai tedeschi:
lieto di essere ucciso da una pallottola italiana”.
Il
colonnello non sa più cosa dire e dove guardare; Angelo non smette di
guardarlo negli occhi.
Gli danno i vestiti militari ed i gradi e gli permettono di portare a casa i
suoi abiti; più che vestiti sono un ammasso di stracci. Gli annunciano anche
che l’indomani sarebbe stato trasferito al campo di concentramento a
Grumello al Piano.
Torna a casa e dà l’annuncio alla famiglia: Pasqualì non parla per tutto il
giorno; Giulietta, e la sorella Piera piangono; Battista osserva la scena
con occhi impauriti e mortificati. Casa Milanesi è un funerale immobile.
Si teme che Angelo da Grumello possa essere trasferito in qualche campo di
concentramento tedesco.
Angelo fissa Battista per un minuto, senza parlare, poi gli dice: “Tu
domani non hai niente da fare, vieni con me in montagna; impari la strada e
mi porterai da mangiare e da fumare. Al resto ci penserò io. Ci faremo
prestare la bici dal zio Muoel. La sua bici è meglio di un carro armato e
corre più veloce del vento”.
Battista acconsente senza protestare.
Il
giorno dopo partono di buon ora, Angelo pedala con Battista in canna.
Il vento è sfavorevole, un ventaccio di Marzo. Angelo non ha forza di
pedalare, non ha più i muscoli, è magrissimo. Ad un certo punto scende dalla
bicicletta, va in mezzo alla strada. Passa un camioncino con a bordo due
soldati; gli vedono il vestito militare ed i gradi da sergente e si fermano;
Angelo chiede un passaggio; devono andare a Grumello anche loro. Sale sul
camioncino e saluta il fratello. Battista torna a casa.
A Grumello, Angelo resta per una settimana; poi lo mandano a Fossano a
dirigere un plotone di trenta uomini. E a Fossano c’è il vino buono. A
Fossano Angelo fa il boicottatore, getta nei fiumi bidoni d’olio e di
benzina. Se la passa bene; con lui c’è un comandante tedesco che gli
permette tutto, in cambio Angelo deve cantare qualche romanza lirica.
Tutte le sere Angelo esce; si ferma nelle osterie a cantare e a bere,
nonostante la guerra renda tutto più cupo.
Ad Angelo basta una cantata per avere le donne; poi tornava in caserma, si
faceva preparare dal cuoco due uova al tegamino e una bottiglia di quello
buono e andava a dormire.
Tornava a casa ogni quindici giorni con uno zaino pieno di marmellata,
pasta, cioccolato, caramelle.
Da Fossano viene mandato a Brivio dove trascorre qualche mese.
Torna a Caravaggio, nel febbraio 1945.
Si arruola nelle fila partigiane ed è membro del comitato locale di
liberazione nazionale.
Il 25
aprile è il giorno della liberazione… ed è storia nota.
Angelo
si prepara a festeggiare a modo suo.. cantando nel suo rione di porta
Seriola, con la gente intorno ad ascoltarlo.
Fra i
suoi canti ci sarà da adesso anche il canto triste della guerra, della morte
e della devastazione; un canto corale, composto dalle voci imperiose e
struggenti dei suoi compagni alpini, tornati dalla disastrosa campagna di
Russia, e dall’eco sempre più tenue e sommesso dei lamenti dei compagni
caduti e rimasti prede e pietra nella steppa gelata.
Fra
mito, leggenda ed epica contemporanea, più forte del tempo e più forte del
destino.
Albero Milanesi
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