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      La maestra

       (L T)

 

Primavera inoltrata, quasi estate, la scuola è terminata; accompagnammo la nostra maestra fino al villaggio successivo, lei invece abitava più lontano; noi tutti in cerchio e lei che sorrideva. Cantavamo felici le vacanze ci aspettavano. E la seguivamo, le stavamo attorno quasi a trattenerla, un poco ancora. Lei col suo lento incedere, leggera e bella col sole che giocava tra i suoi capelli color del grano. Guardandola mi si stringeva il cuore al pensiero di non vederla più tornare di non sentire più la sua voce: “oggi faremo un dettato”, e sembrava una cascata di perle. E tutti in un fruscìo lesti si preparava il quaderno; oppure non vedere i suoi occhi severi quando ci sollecitava a fare meglio; “dovreste applicarvi di più”. Ci insegnava a far di conto e quei numeri così strani, tondi e aspri volteggiavano attorno a noi. Oppure quel suo andare e tornare nella stanza quando ci raccontava di paesi lontani e noi si partiva con lei e la nostra fantasia era un miscuglio di elefanti e leoni, di gazzelle e oceani infiniti, di cieli azzurri, di città inesplorate. O quando ci parlava degli alberi da amare perché gli alberi, i fiumi, e la natura sono la nostra vita. Ci spiegava lei, la nostra maestra, la storia e la geografia, e noi assorti l’ascoltavamo e avremmo voluto che il tempo non finisse mai. E in quel mondo irreale, dove soltanto lei e noi potevamo esistere, la sua voce talvolta un po’ più forte ammoniva il compagno di banco che si addormentava. “Sei così stanco”? Lui era molto povero e doveva aiutare i genitori nei campi dopo la scuola, lui sì, era molto stanco.

Il campanile della chiesa faceva capolino attraverso le finestre incuriosito da tanto impegno e sembrava, con la sua ombra, voler proteggere i piccoli che si cimentavano con l’alfabeto.

Ah, l’Alfabeto! Lo portavamo appresso nei campi e sui sentieri per farci compagnia, e l’alfabeto ci inseguiva.... “Non scordatevi di me sono il vostro futuro, sono la vostra mente il vostro sapere”. A volte lo annodavamo con fiocchi all’aquilone e lo facevamo volteggiare nel cielo terso e i contadini curvi sui campi di grano, per un istante alzavano lo sguardo e sorridevano a quella festa di colori.

Poi la campana del mezzogiorno suonava festosa e la fame, una fame fatta di piatti fumanti, di profumi antichi di salvia e rosmarino, ci solleticava e irrequieti cercavamo con una scusa di partire.

Ecco, ora era lei a partire. Si allontanava e si voltava e si rigirava in una danza leggera per salutarci. E con la sua mano fragile, evanescente ci salutava ancora fino a scomparire.

Fermi, sul ciglio della strada guardavamo quell’ombra o quel nulla che ci sembrava ancora lei, ma non era che un piccolo raggio di sole che si divertiva a giocare con la brezza leggera.

Il ritorno fu triste, silenzioso, segnato soltanto dal ticchettio dei nostri passi e dal cinguettio degli uccelli che non capivano il perché di tanto affanno con un cielo tanto azzurro.

Qualcuno spezzò il silenzio: siamo in vacanza, domani andremo al fiume...

Al fiume? In vacanza?

C’era chi urlava: andremo a pesca di trote..no a caccia di farfalle...no in cerca di lombrichi... ah no, i lombrichi no! E tutti a buttarci sull’erba fresca e profumata a guardare il cielo, quel cielo che era anche suo, era anche di colei che ci aveva insegnato l’Alfabeto. Attraverso le foglie di un faggio la sera faceva capolino, e il mercante di sabbia, il donatore di sonno dei bambini, con gesto leggero spargeva la sabbia dorata sulle nostre palpebre stanche ma felici.

L T

 

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