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IL FACHIRO PASTICCIONE

(Roberto Costa)

 

 

Un cammello lemme lemme,

con il passo lento lento,

passeggiava con gran flemma

per i pascoli in Maremma.

 

Il dilemma della mamma:

come fargli far la nanna?

Chiese in fretta ad un fachiro

d’assopirlo come un ghiro.

 

“S’è addormuto in un istante”

dichiarava l’elefante

col suo accento un poco strano

simil al napoletano.

 

Passan ore, giorni, mesi,

nei villaggi e nei paesi

si continua a chiacchierare

dell’abbiocco eccezionale.

 

Il fastidio che può dare

quel serafico ronfare

giunse scritto su un papiro

nelle mani del fachiro.

 

Tutta la popolazione

era in grande agitazione

non potendo riposare

pel baccano del russare.

 

Il fachiro costernato

si scusò col vicinato

e provvide in un istante

a svegliare il ruminante.

 

Dopo essersi destato,

tutto bello riposato,

il cammello nel pancino

sentì un certo languorino.

 

Pian pianino, pian pianino,

bocconcin per bocconcino,

esaurì per la gran fame

le provviste del reame.

 

Che sventura, che flagello,

per la gente quel cammello!

“Presto, voglio quel fachiro!”

Tuonò subito l’Emiro.

 

Dal Sovrano inferocito

il fachiro fu ammonito

a partir con l’animale

“o sennò finisce male”.

 

Da quel dì se in un reame

si patisce per la fame

di sicuro nel castello

c’è un fachiro con cammello.

 

R.C.

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