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Quando c’è poco tempo e bussano alla porta, battono la città
con artiglieria, quando brucia, quando sei solo in un letto d’ospedale,
quando arrivi troppo tardi, quando ti mancano le parole e il fiato è corto,
allora la poesia, una, prende il tuo posto, prende la tua mano che non ci
arriva: e arriva. Negli assedi, nelle prigioni, nelle cantine su pezzi di
carta di fortuna si scrivono poesie. Il partigiano jugoslavo Ante Zemliar ne
scriveva durante la guerra in montagna contro i nazifascisti. Le scriveva su
quaderno. In sua assenza i compagni la trovarono e con la carta fecero
sigarette. Non c’era molto per fumare e Ante sa che anche così le sue poesie
hanno avuto respiro. Il partigiano Zemliar dopo la guerra vinta ha fatto
cinque anni di prigionia nella colonia penale di Tito, Goli Otok, isola
nuda. Anche lì scriveva poesie con un pezzetto di carbone nell’unghia su
pezzi di cartone, di nascosto. Nel ghetto di Lotz nel 1943 Isaia Spiegel
scriveva nel suo yiddish braccato: "Il mio corpo è un pane/calato in un
calice di sangue".
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