Il figlio che avrò,
sarà un bambino con le mie mani,
viso delicato trattenuto dolcemente
nel sonno tra le braccia,
pura grazia.
Il figlio che avrò,
avrà il mio sangue rallentato,
reso meno intenso dai riflessi chiari
delle mie esperienze equilibrate,
riflessi scuri e rapidi
di ogni mio eccesso.
Il figlio che avrò,
respirerà le mie gioie tra i ricordi,
se ne farà di suoi e imparerà,
apprenderà il sottile dislivello,
discordanza fra illusione
e risveglio.
Il figlio che avrò,
leggerà le mie parole,
riderà e piangerà senza pudore,
dilagare di impressioni
ad ogni tentativo di capire,
ad ogni ripartenza.
Il figlio che avrò,
avrà negli occhi il mio mare,
quello di una madre utopica,
un'armonia di espressioni indefinite,
il mare delle nostre anime,
del suo cuore.
Il figlio che avrò,
sarà una canzone memorabile,
sottofondo custodito in ogni sguardo,
nella bocca di un sorriso,
labbra morbide e minuscole,
che baceranno compagne,
regine.
Il figlio che avrò,
sarà un bambino con le sue chimere,
ipotesi assurde di correggere,
variare amarezze e insicurezze
con le fiduce ed i successi,
pratico godimento teorico,
quale cura del momento.
Il figlio che avrò,
sarà la proiezione di me stesso,
ovunque poserà le sue radici,
dovunque farà sentire il suo profondo
in un senso sconvolto e variabile,
di questo mondo.
Il figlio che avrò,
leggerà le mie parole,
e distratto dal suo tempo
camminerà confuso e incerto,
deciso e coerente,
bambino e uomo.