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foto tratta da:www.anpialpignano.it
Il MIO PRIMO MAGGIO
"Il 25 aprile l’Italia era
libera. A noi non l’hanno detto e neppure ce ne siamo accorti. Il primo
maggio di quell’anno, il giorno del mio compleanno, ero ancora in
montagna, nascosto in una buca a presidiare il sentiero che portava alla
baita che si era trasformata nel rifugio di noi giovani ragazzi dei
paesi circostanti. Rintanato insieme a me c’era un ragazzo che si era
unito a noi da un anno circa. L'avevo conosciuto che stava andando alla
stazione. "Dove vai?" gli ho chiesto, ma era ovvio dove si stava
infognando. Così gli ho suggerito di tornarsene a casa, di starsene con
sua madre perché "Sei troppo giovane per queste cose". Poi ha deciso di
salire in montagna dove sono stato felice di rivederlo.
Ma il 25 aprile eravamo in
quella buca e lui ripeteva la stessa frase “Non li vedo. Non li vedo”.
Neppure io li vedevo, neppure io scorgevo chi ci stava sparando, ma
ringrazio la loro posizione svantaggiata, poiché i proiettili si
andavano a conficcare qualche metro sopra le nostre teste. Una posizione
elevata è sempre vantaggiosa. Da canto nostro, sparavamo qualche raffica
alla cieca, giusto per tenere lontani gli aggressori, nella speranza che
non riuscissero a salire e che non conoscessero le montagne come noi.
Perché quello non era l’unico sentiero per raggiungerci, potevano
tornare indietro e prenderci alle spalle, ma per mia fortuna, loro non
conoscevano le montane come noi che per tutta l’infanzia le avevamo
esplorate o per gioco o per dovere. Ricordo che molti, da ragazzini, si
arrampicavano con i padri per tagliare la legna o per salire ai pascoli
o solo per nascondersi. Un po’ come stavamo ripetendo noi altri da
qualche anno. Conoscere le montagne è utile, tanto quanto avere gambe
allenate e mai stanche. Avete mai provato a discendere un monte gremito
di alberi con il buio della notte? Noi ci riuscivamo senza inciampare.
Era, infatti, di notte che scendevamo in paese per andare a trovare i
nostri cari. Disarmati, certo, almeno, se ci scoprivano le pattuglie, ci
accusavano di aver violato il copri fuoco e, con un po’ di fortuna, non
ci fucilavano. Un rischio accettabile per ricevere una carezza.
Tornando al primo
maggio, stavo dicendo che ho sparato e l’ho fatto per tutta la mattina,
finché il misterioso assalitore non ha deciso di sparire. Almeno così
sembrava, visto che ha improvvisamente smesso di sparare. Il ragazzo ed
io non ci siamo mossi, semplicemente ci guardavamo. Non c’era bisogno di
parlare, entrambi avevamo paura di alzarci. Così abbiamo deciso di
aspettare la sera e di tenere l’occhio sul sentiero e sulle piante. Ma
presidiavamo il posto dalla sera prima e la sera prima ancora, siamo
scappati dal rifugio in piena notte perché abbiamo sentito degli spari e
le vedette gridavano “Arrivano!”. Vi siete mai svegliati in piena notte
e messi a correre? Il cuore è come un tamburo, le gambe sono molli e la
vista inesistente. Mi è capitato più volte e prima di riuscire a correre
davvero, sono ruzzolato in terra come se le gambe fossero di mozzarella
e ho sbattuto contro i miei compagni e gli alberi innumerevoli volte. Ma
ci si abitua anche a questo.
Quindi, non
dormivamo da almeno due giorni, di conseguenza, il giorno del primo
maggio, quando i proiettili hanno smesso di ruggire per la valle, ci
siamo addormentati come bimbi e la sera ci siamo svegliati tutti sudati.
Ho visto gli occhi perplessi e spaventati del ragazzo, l’esatta copia
dei miei. Siamo stati facili bersagli, ma il Signore ha ancora voluto
essere clemente. Rientrati al rifugio, abbiamo mangiato. Avevo una fame
assurda.
Poco tempo dopo,
abbiamo lasciato le montagne e abbiamo marciato nella piazza della
nostra città. Ci hanno acclamato e hanno scattato pure delle foto, ma io
volevo che finisse presto, volevo correre al mio paese e cercare la
ragazza che sarebbe diventata presto mia moglie. La ragazza che mi aveva
aspettato per anni e che per anni aveva pianto quando sentiva sparare in
montagna
Questo è stato il
mio 25 aprile/Primo maggio."
Racconto di Marco Sicheri basato su una testimonianza orale di un vecchio
partigiano. |
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