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Giorno di caccia grossa, di caccia al cinghiale.
Non
sono cacciatore, non ho un fucile, non ho idea di come si pratica la caccia
al cinghiale, però sono invitato ed è un piacere andarci. «Sei fra miei
amici, e quindi fra tuoi amici» mi ricorda Massimo. Non è una frase di
ritualità, è qualcosa di più profondo, di quel qualcosa che provavo a
spiegare prima. Rispondo con un «Già lo so» ma io sono più taciturno. Fatico
a comunicare con le persone. Anche se queste non mi giudicano guardandomi e
mi accettano per come sono con vitali pacche sulle spalle.
Apriamo gli occhi alle cinque, quand’è buio e la campagna è persino più
buia. Il camino ancora crepita, ancora mantiene un’anima di calore. Gettiamo
legna e la fiamma si alza. Quando il resto della famiglia si sveglierà, la
casa sarà calda.
Usciamo vestiti da militari con ingombranti scarponi a proteggerci i piedi.
«Ci sarà da camminare, ma non molto.» Per uno che siede ad una scrivania
tutto il giorno, il “non molto” spaventa sempre.
Domando, chiedo informazioni, tento di capire come si svolgerà la battuta di
caccia e lui mi spiega con pazienza, con euforia, riportando esempi di
giornate precedenti, dicendomi, ripetendomi di non preoccuparmi. Tranquillo,
non mi preoccupo, sono con te, sono con voi.
La
zona di caccia è lontana, dintorni di Iglesias e noi siamo appena entrati in
Samassi, al bar della stazione. Sono le cinque e quarantacinque. Vi sono già
altre persone con i pantaloni mimetici, vi sono già i caffè caldi e le paste
azzannate, vi sono già le parole, vi sono già le risate e la pioggia. Sì,
piove come il giorno precedente e noi non abbiamo una cerata. Le giacche
sono idrorepellenti, ma non i calzoni o la mia testa. «Ma smetterà» dicono
«oppure non si fa, non fa stare in posta con la pioggia».
Ma
siamo attesi. Un secondo gruppo (il principale capisco successivamente)
attende nei pressi della zona di caccia. Quindi ci muoviamo, divoriamo la
statale e si parla di tordi, di beccacce, di conigli e di lepri. Lepri che
diventano rare, cinghiali che si moltiplicano. Domando, curioso parlo come
fra vecchi amici. Con un Massimo che conosco da anni e un Massimo che ho
appena conosciuto ma non fa differenza.
È
ancora scuro quando giungiamo a destinazione e i volti sono celati,
irriconoscibili. Le ombre delle sigarette e forse le voci consentono loro di
riconoscersi, o forse vedono al buio, poiché da dieci metri si salutano
chiamandosi per nome.
E si
parte; con in spalla il fucile ci si avvia verso un’approssimativa zona
indicata da un dito infreddolito. «Ma andiamo con il furgone» mi rincuorano.
Cerco il furgone mentre due jeep s’infilano nella stretta stradina sterrata
e salgono il colle. «Quello?» sorridono e annuiscono. È un furgone verde con
cassone scoperto e ribaltabile. «O profughi o milizia Serba» sono i commenti
divertiti dei cacciatori che vi salgono. Non è tanto inadatto: uomini
vestiti con tute mimetiche, armati, raggruppati su un camioncino che
risalgono la macchia. Se non fossimo in Italia…
Non
piove più, il cielo s’è aperto dando spazio ad un vento freddo che congela
le mani strette alle lamiere del cassone, un vento che gela i volti attenti
ai rami che ci passano sopra la testa e che schiviamo all’ultimo se
distratti da parole e risate. Risate che alle volte imito perché divertito
dalle espressioni, non da un dialetto sardo che ancora non capisco.
La
luce giunge timida quando il mezzo di trasporto non può più proseguire e
allora “C’è da camminare un po’”. Si formano piccoli gruppetti di
camminatori. Curioso provo a contare i partecipanti, arrivo a trenta, la
sera scoprirò che eravamo in 43.
La
mulattiera non è impervia come temevo, sale, ma lentamente come i miei passi
che affondano nella terra. E si arriva là, dove un uomo con una folta barba
scura raduna le persone e impartisce le istruzioni. È il capo caccia ed è
lui che deciderà il da farsi, è lui che sceglie il luogo e le persone e a
lui sono presentato «È il ragazzo di cui ti avevo parlato, il mio compare.»
Segue un ciao e un cenno del capo, poi deve occuparsi di altro: di
posizionare le persone per tessere una tela, un perimetro di fucili dentro
al quale devono confluire i cinghiali, dentro al quale i cani e i battitori
devono spingere le prede. E io tengo al guinzaglio due cani.
Il
gruppo si allunga e sembra disperdersi, invece, se si osserva con
attenzione, si riesce a distinguere il cordone umano che si sta allungando
nella boscaglia che in Sardegna è tutta particolare: fitta e di basso fusto.
Cala
il silenzio che solo il vento disturba. Perfino i cani si zittiscono e loro
certamente sanno, meglio di me sono coscienti di quello che sta per
accadere. «Quando te lo dico, lanci i cani giù di lì» annuisco «e se provano
a tornare indietro, ricacciali giù.»
M’accovaccio. Il cellulare ha segnale, anche se immerso nella boscaglia v’è
segnale. Sono contento perché posso inviare un messaggio ad una Barbara
spaventata: “E se ti sparano? Capitano di questi incidenti!”. Sono perplesso
perché non sembra esservi luogo dove l’uomo è solo.
D’improvviso le grida e l’ordine. Slego i cani che si tuffano nella macchia,
seguiti dai battitori che gridano, urlano, spaventano la preda e un po’
anche me.
Salgo su una roccia che è a strapiombo sulla conca della valle dove si
caccia e scorgo più postazioni, più cacciatori che attendono. Anche a loro
batte il cuore?
«Bum» un colpo secco di fucile e
ricordo le parole salendo “Se senti un colpo solo è un morto, se ne senti
due hanno mancato il bersaglio”. Era un colpo solo, ma i tiratori che
intravedo non hanno sparato. Chi ha sparato? Altri due colpi in successione.
Bersaglio mancato.
Proseguono le grida, i colpi di fucile, l’abbaiare dei cani che di tanto in
tanto risalgono la riva e rimando indietro, poi tutto cessa come era
iniziato e non capisco come fanno a comprendere che è finita.
L’epilogo finale è una squisita pasta con sugo di cinghiale consumata a casa
con ancora in dosso l’odore della caccia, con i bimbi che si allungano sul
tavolo e corrono da una sedia all’altra cercando d’avvicinarsi all’albero
addobbato, con il pensiero che questa sera arriverà Babbo Natale, con
Barbara che ha sospirato vedendomi vivo, con Marco che, seduto accanto, mi
domanda «Com’è stata la caccia?». Parliamo, con lui parlo sempre, di tutto.
Diciassette anni e dal prossimo anno potrà votare «Grande responsabilità»
gli ricordo sempre. Ma lui è tranquillo. Conosce la magia della libertà. Non
sbaglierà.
Marco Sicheri
24
Dicembre, 2006
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