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Ricordi
di Natale
Il Natale della mia infanzia è
per me indissolubilmente legato ai “ cappelletti” e ai rituali che ne
accompagnavano la preparazione. Il giorno della vigilia, al mattino, mia
madre cuoceva la carne necessaria per il ripieno, poi la lasciava freddare
in attesa della macinatura. In casa il buon odore solleticava le nostre
narici e la tentazione di assaggiare il sughetto di cottura era grande: ma
era giorno di vigilia, quindi rigorosamente di “magro”!
Nel primo pomeriggio
arrivavano mia nonna Rosa e zia Annina: il pomeriggio più emozionante
dell’anno stava per iniziare! Ciascuna delle donne di casa (grandicella,
sarebbe toccato anche a me) indossava “ ‘a parannanza “(grembiule da
cucina), rigorosamente bianca perché usata solo per preparare il cibo e si
cominciava.
Mamma macinava a mano (con
la “macchinetta” montata e fissata al tavolo da mio padre) la carne cotta ,
vi aggiungeva una bella fetta spessa di mortadella e di prosciutto crudo di
casa , parmigiano grattugiato e uova per legare e impastava il tutto,
lasciando a mia zia il compito di saggiare la consistenza del ripieno:<<Mi
raccomando, piuttosto morbido se no indurisce troppo con la cottura!>>.
Nonna preparava la pasta: i suoi gesti erano lenti, ampi, calmi. Ne uscivano
sfoglie grandi e rotonde, spesse al punto giusto in ogni loro parte,
trasparenti in controluce: io invidiavo questa abilità e disperavo di poter
mai fare altrettanto. Zia, grande ed esigentissima cuoca , a tempo debito
cominciava a confezionare i cappelletti: un bicchierino da liquore le
serviva per tagliare la pasta in tanti piccoli cerchi, nel cui centro io e
mia sorella appoggiavamo una pallina di impasto.Poi lei, aiutata da mamma,
con sapienti e precisi gesti sovrapponeva i lembi della pasta chiudendoli a
forma di “cappelli del prete”,come quelli che i sacerdoti usavano tempo fa.
Ogni cappelletto era pressoché identico all’altro!
Man mano che venivano
preparati, mamma li appoggiava su lunghe assi di legno (quelle che mio zio
fornaio usava per riporvi le pagnotte di pane da lievitare), ricoperte di
panni bianchi, tutti bene in fila perché dovevano essere contati: un tot a
testa, qualcuno in più per gli uomini e guai se alla conta finale ne mancava
anche solo uno! Noi bambini guardavamo con bramosia quel cibo splendido e
ricco, che si preparava solo per Natale e in qualche altra rara occasione:
la volta in cui cedetti alla tentazione e ne mangiai di nascosto uno, così,
crudo, mi sentii in colpa per tanto tempo (avevo mangiato carne nel giorno
di vigilia!) e alla prima occasione mi confessai.
La mattina del giorno di
Natale mamma preparava il brodo per cuocere i cappelletti: cappone e un
pezzetto di manzo con qualche ossetto, “che dà più sapore”.
Noi bambini aspettavamo
scalpitando che arrivasse il momento di sedersi a tavola. Ci sarebbero stati
tutti: zii, cugini e nonni. La nostra casa aveva una grande cucina che
poteva accoglierci tutti: al completo eravamo in 19 e sopra tutti c’era
nonno Peppe.Era un omone di due metri di altezza per non so quanti chili di
peso e da vero “vergaro”(in Lombardia si dice “regiuu” ) faceva gli onori di
casa e sovrintendeva alla distribuzione del cibo, anche se nonna - sua
moglie – ne contestava l’autorità amministrando di fatto tutte le
operazioni.
Con il tempo le cose sono
cambiate: i miei nonni non ci sono più, ognuno di noi ragazzi è ormai grande
e con una propria famiglia e risulta difficile ritrovarsi tutti come quando
eravamo piccoli.
I cappelletti si possono
mangiare anche ogni giorno e c’è un certo <<signor R…>> che nei suoi
stabilimenti ne confeziona di ottimi, lo dice anche mamma. Ma vuoi mettere
il lento trascorrere del tempo e le chiacchiere di donne che accompagnavano
la preparazione di quelli “fatti in casa”?
Buon Natale a tutti
Rosanna Tomassetti
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