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Lascio il mio corpo nel verde
acceso dei mughi, nel rosa antico d’immensi cuscini di rododendri fioriti,
nel bianco accecante del torrente asciutto per il caldo dell’estate, nel
giallo dorato del pulviscolo che il sole mi fa scorgere tra gli abeti,
nell’indaco del cielo sopra di me che appare sfrangiato ai bordi da bianche
trine preziose che sono le Alpi dello Ziller, nelle multicolori radure
occupate da baite e fienili che mi ricordano le favole dell’infanzia.
Il
Campo Fiscalino è un meraviglioso punto di partenza per avventurarsi nel
mondo di roccia che lo circonda: mondo dalle dimensioni irreali, mondo fuori
dal tempo, fatto di panorami esaltanti, di ardite creste, di splendide
forcelle, di torri che sembrano mani ossute protese verso il cielo, di
anfratti bui e gelati, di guglie dal colore rosa acceso o tenue, secondo
l’umore del sole.…
Questa titanica giungla di pietra, pur nella sua severità, ti accoglie
suadente ed invitante con l’azzurro del suo cielo, così intenso da
confondere i sensi e il contrasto inverosimile di colori in continua lotta
fra roccia e fiori, in un continuo alternarsi di vicende fatte del
susseguirsi delle stagioni, ognuna delle quali porta un sogno, ognuna delle
quali lascia un segno….la stagione della guerra, qui, ha lasciato l’impronta
più forte e, avventurandosi sulle spaziose cime dei monti, ci si sente
sconvolti nel vedere i segni lasciati dalla furia delle bombe e dell’uomo…
Con
il cuore e la fantasia percorro uno degli itinerari suggeriti da Antonella
nel suo libro “La scala del cielo”; itinerari che lei ha mille volte
percorso non solo con la forza dei muscoli, ma con la mente tesa a
ripercorrere la "Scala del cielo”, i cui gradini sono porte che si aprono e
svelano la vita segreta della montagna, le sue ferite, la sua sofferenza,
che a poco a poco si scioglie nella dolcezza del ricordo.
Quasi con riverenza, comincio a muovermi tra i sassi e mi arrampico,
guadagnando quota con molta fatica e inoltrandomi nella splendida cattedrale
di roccia che fa da anfiteatro alla valle sottostante . La vita di tutti i
giorni scompare; la calma e la tranquillità del luogo mi rendono estasiata
e, pur essendo così vicino alla battuta Val Fiscalina, riesce ad essere
ancora oasi di silenzi e di meditazioni.
Le
marmotte, per nulla impaurite, fanno capolino dalle tane, scaldando la folta
pelliccia all’invitante sole estivo. Sopra di me il cielo, il cui azzurro,
ad un tratto, si confonde con i caleidoscopici riflessi delle acque del Rio
San Candido, che scende saltellante dall’ omonimo Cadin (Innicherkar),
raccontando dei luoghi selvaggi e misteriosi che ha appena abbandonato.
Pace
assoluta: sembra tutto lontano, tutto dimenticato. La montagna è là che mi
aspetta, quasi un gigante che offre la sua mano; la sua roccia è così bianca
e lucente che non si può guardarla a occhio nudo, la sua cima è immensa ed è
stata lavorata da sapienti mani d’artista della pioggia, del vento, della
neve: pare proprio di essere approdati su un altro pianeta.
La
mia anima è completamente affascinata da questo essere così vicina al Cielo,
dal crescendo di colori e panorami che si aprono sulle grandiose vette
circostanti. Mi inerpico su per il sentiero pieno di sassi scintillanti di
piccolissimi cristalli di quarzo, che si addolciscono sotto i miei piedi;
ogni passo, un gradino della scala che mi porta in alto, ogni passo una
piccola conquista, ogni passo una presa di coscienza del mio vero “Io”.
Superata la salita a zig-zag, giungo ai piedi di un salto di roccia alto
circa 20 metri, solido, ben gradinato, quasi una cresta nel gran mare di
sfasciumi: un po’ di destrezza mi farà godere di questa breve arrampicata,
mentre sotto di me, gli spazi del vallone assumono dimensioni ciclopiche.
Puntando diritta al cielo, giungo finalmente a Forcella Alta di Popera, alla
quota di 2880 metri: incredibile l’ambiente e il panorama di questa stretta
finestra che guarda tutte le cime più belle di questa zona dolomitica: Croda
Rossa di Sesto, Cresta Zsigmondy, Marmarole, Cima Undici, “La Mensola”…
Un
grande senso di libertà mi pervade camminando in questo mare, al confine fra
la terra e il cielo: ovunque si volga lo sguardo , si è sconvolti dalla
grandiosità dei monti e pare proprio di andare a ritroso nel tempo, milioni
di anni addietro, quando essi furono gli esclusivi protagonisti di una
surreale pagina di Storia, emergendo dal mare e presentandosi a noi in un
abito stupendo, perfetto, purificato attraverso ciclopiche vicende di
sconvolgimenti terrestri.
Il
silenzio è indescrivibile: persino la mia anima sembra trattenere il
respiro, incapace di esprimersi di fronte a tanta bellezza e solennità.
Sulla chiostra di cime intorno a me veleggia, incontrastato, il fantastico
veliero delle Tre Cime di Lavaredo.
Un
ultimo salto di roccia mi attende per arrivare alla meta…superato il salto e
piegando a sinistra di poco, mi trovo in breve all’ombra dello splendido
crocefisso in legno che, con i suoi dolcissimi occhi, da eroe e da vittima
allo stesso tempo, unisce in un unico abbraccio l’Austria e l’Italia.
Sono
sicuramente in uno degli ambienti più regali, per le proporzioni e per la
vastità, ambiente testimone di tragedie di grande spessore, dovute alla
“Morte Bianca”. Il vento, intanto, porta ricordi remoti mescolati
all’intenso profumo dei fiori….pare che ti porti agli orecchi il famoso “Wer
da?…” e l’altrettanto famosa risposta: “…Alpini, del 7° Batajon Cadore!…”
La
sola nube, in tanto splendore, è la nube del dubbio e delle domande senza
risposta che affiorano al mio cuore: come fecero cannoni e mitragliatrici,
morte e sofferenza a trovare posto su uno scenario come questo?
La
nebbia del mattino dà un sapore di sogno a questo mondo di pietra; il mio
pensiero ritorna ancora a coloro che combattendo hanno riportato a noi
sempre più ricche di fascino e di storia le nostre montagne.
Salendo, sono coinvolta dal fascino ancestrale del luogo, dove acque
sotterranee rompono il silenzio con il loro stillicidio, raccontando, con la
cadenza di un’antica cantilena, inedite leggende e da quegli occhi
spettrali (gli spioncini dei forti), che ti scrutano da profondi recessi del
mondo di roccia, pare possano uscire all’improvviso draghi volanti o demoni
striscianti in anfratti perduti nel cuore della Terra.
Sono
ormai in alto, il cielo sopra di me è una presenza rassicurante, il profondo
vallone appena superato è ormai sotto di me. Mi sento le porte dell’anima
aperte ad accettare tutte le sensazioni, compresa quella poco eroica della
paura; l’estremo fascino dell’avventura e una straordinaria curiosità mi
spingono ad arrivare proprio sulla cima, dove le sapienti mani della Natura
conservano tesori di panorami, di ricordi, di storia….
Dalla cima, oltre che godere dell’incomparabile panorama sulla Cima Undici e
il Popera, ci si trova di fronte a vive tracce della guerra: si possono
riconoscere i tracciati delle teleferiche, che servivano per portare in alto
viveri e materiale bellico.
Basta allontanarsi un po’ dai sentieri segnalati, per scoprire angoli del
tutto dimenticati, valloni selvaggi, piccole radure verdi, sparse fra le
rocce, con fioriture incredibili, cascate talmente belle da ricordare
l’obsoleta fonte della giovinezza, pozze d’acqua come smeraldi, paesaggi e
scenari di antiche leggende.
Cavalcando la cresta della montagna, che appare come il dorso di un drago
addormentato, posso immaginare i lunghi mesi trascorsi dai soldati in gelide
temperature e continue valanghe, solamente per proteggere quel valico lassù,
passaggio fra Austria e Italia, passaggio fra la vita e la morte….La guerra
ha profondamente mutato l’animo di queste montagne; mi guardo intorno: hanno
forse una divisa le montagne che mi circondano? Ci sono forse confini al di
là del mutevole mare di nuvole?
Per
me c’è solo un messaggio, il messaggio di chi la lezione della storia l’ha
appresa al prezzo della propria vita.
Ritorno sui miei passi e per scendere devo girare un poco a destra, per
ghiaie, in direzione di caratteristiche chiazze erbose, che vengono chiamate
“Schuster-Flecken”. Da qui, per roccette instabili e sfasciumi, si arriva in
un ampio pianoro che rappresenta la Lavina Bianca nella sua parte mediana,
luogo talmente bello , dove non si può non sostare. Davanti a me incredibile
visione della Croda Rossa, della Sentinella, della Cima Undici. La distesa
delle cime all’intorno è , a dir poco, imponente e lo sguardo può spaziare,
riempiendo l’anima di bellezza da portare con sé, a casa!
Scendo a valle per dirupato canale; facendo attenzione, scendo sul ghiaione
sottostante, fino alla piccola croce del cimitero di guerra e, in breve, per
tracce al Campo Fiscalino.
Ritorno al mondo di sempre con una maggiore serenità e mi sento disponibile
a fare partecipi del mio cuore chi mi sta attorno: immenso il tesoro che mi
porto dietro, talmente bello e sontuoso che mi è difficile descriverlo con
le parole. Posso sempre tenerlo dentro di me ed ogni giorno consumarne un
frammento, per farne dono a chi mi è più caro. Torno, portando nel cuore il
colore del Sole, negli occhi lo scintillio dei cristalli di quarzo, sulle
mani il caldo odore della roccia, che ho imparato, fra mille, a riconoscere.
Arrivata al fondo della “Busa”, non mi rimane che ammirare uno di quei
famosi tramonti, quello che scende sulla magica Val Fiscalina: le sue guglie
e le sue torri si spengono ad un ad una, come le luci di un teatro di lusso,
mentre i protagonisti restano lassù ad aspettare che la nostra fantasia, ma
soprattutto il nostro cuore, li facciano rivivere.
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