indice | chi siamo | scriveteci | sondaggi | immagini | storie |associazioni | links | rassegna stampa | cronaca| politica

 

 


 

 

 GerenzanoForum
Via Fagnani 38
21040

Gerenzano (VA)
 
E-mail:

postmaster @gerenzanoforum.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                       “La scala del cielo”                     Marisa e Antonella
.


Lascio il mio corpo nel verde acceso dei mughi, nel rosa antico d’immensi cuscini di rododendri fioriti, nel bianco accecante del torrente asciutto per il caldo dell’estate, nel giallo dorato del pulviscolo che il sole mi fa scorgere tra gli abeti, nell’indaco del cielo sopra di me che appare sfrangiato ai bordi da bianche trine preziose che sono le Alpi dello Ziller, nelle multicolori radure occupate da baite e fienili che mi ricordano le favole dell’infanzia.

Il Campo Fiscalino è un meraviglioso punto di partenza per avventurarsi nel mondo di roccia che lo circonda: mondo dalle dimensioni irreali, mondo fuori dal tempo, fatto di panorami esaltanti, di ardite creste, di splendide forcelle, di torri che sembrano mani ossute protese verso il cielo, di anfratti bui e gelati, di guglie dal colore rosa acceso o tenue, secondo l’umore del sole.…

Questa titanica giungla di pietra, pur nella sua severità, ti accoglie suadente ed invitante con l’azzurro del suo cielo, così intenso da confondere i sensi e il contrasto inverosimile di colori in continua  lotta fra roccia e fiori, in un continuo alternarsi di vicende fatte del susseguirsi delle stagioni, ognuna delle quali porta un sogno, ognuna delle quali lascia un segno….la stagione della guerra, qui, ha lasciato l’impronta più forte e, avventurandosi sulle spaziose cime dei monti, ci si sente sconvolti nel vedere i segni lasciati dalla furia delle bombe e dell’uomo…

Con il cuore e la fantasia percorro uno degli itinerari suggeriti da Antonella nel suo libro “La scala del cielo”; itinerari che lei ha mille volte percorso non solo con la forza dei muscoli, ma con la mente tesa a ripercorrere la "Scala del cielo”, i cui gradini sono porte che si aprono e svelano la vita segreta della montagna, le sue ferite, la sua sofferenza, che a poco a poco si scioglie nella dolcezza del ricordo.

Quasi con riverenza, comincio a muovermi tra i sassi e mi arrampico, guadagnando quota con molta fatica e inoltrandomi nella splendida cattedrale di roccia che fa da anfiteatro alla valle sottostante . La vita di tutti i giorni scompare; la calma e la tranquillità del luogo mi rendono estasiata e, pur essendo così vicino alla battuta Val Fiscalina, riesce ad essere  ancora oasi di silenzi e di meditazioni.

Le marmotte, per nulla impaurite, fanno capolino dalle tane, scaldando la folta pelliccia all’invitante sole estivo. Sopra di me il cielo, il cui azzurro, ad un tratto, si confonde con i caleidoscopici riflessi delle acque del Rio San Candido, che scende saltellante dall’ omonimo Cadin  (Innicherkar), raccontando dei luoghi selvaggi e misteriosi che ha appena abbandonato.

Pace assoluta: sembra tutto lontano, tutto dimenticato. La montagna è là che mi aspetta, quasi un gigante che offre la sua mano; la sua roccia è così bianca e lucente che non si può guardarla a occhio nudo, la sua cima è immensa ed è stata lavorata da sapienti mani d’artista della pioggia, del vento, della neve: pare proprio di essere approdati su un altro pianeta.

La mia anima è completamente affascinata da questo essere così vicina al Cielo, dal crescendo di colori e panorami che si aprono sulle grandiose vette circostanti. Mi inerpico su per il sentiero pieno di sassi scintillanti di piccolissimi cristalli di quarzo, che si addolciscono sotto i miei piedi; ogni passo, un gradino della scala che mi porta in alto, ogni passo una piccola conquista, ogni passo una presa di coscienza del mio vero “Io”.

Superata la salita a zig-zag, giungo ai piedi di un salto di roccia alto circa 20 metri, solido, ben gradinato, quasi una cresta nel gran mare di sfasciumi: un po’ di destrezza mi farà godere di questa breve arrampicata, mentre sotto di me, gli spazi del vallone assumono dimensioni ciclopiche. Puntando diritta al cielo, giungo finalmente a Forcella Alta di Popera, alla quota di 2880 metri: incredibile l’ambiente e il panorama di questa stretta finestra che guarda tutte le cime più belle di questa zona dolomitica: Croda Rossa di Sesto,  Cresta Zsigmondy,  Marmarole,  Cima Undici,  “La Mensola”…

Un grande senso di libertà mi pervade camminando in questo mare, al confine fra la terra e il cielo: ovunque si volga lo sguardo , si è sconvolti dalla grandiosità dei monti e pare  proprio di andare a ritroso nel tempo, milioni di anni addietro, quando essi furono gli esclusivi protagonisti di una surreale pagina di Storia, emergendo dal mare e presentandosi a noi in un abito stupendo, perfetto, purificato attraverso ciclopiche vicende di sconvolgimenti terrestri.

Il silenzio è indescrivibile: persino la mia anima sembra trattenere il respiro, incapace di esprimersi di fronte a tanta bellezza e solennità. Sulla chiostra di cime intorno a me veleggia, incontrastato, il fantastico veliero delle Tre Cime di Lavaredo.

Un ultimo salto di roccia mi attende per arrivare alla meta…superato il salto e piegando a sinistra di poco, mi trovo in breve all’ombra dello splendido crocefisso in legno che, con i suoi dolcissimi occhi, da eroe e da vittima allo stesso tempo, unisce in un unico abbraccio l’Austria e l’Italia.

Sono sicuramente in uno degli ambienti più regali, per le proporzioni e per la vastità, ambiente testimone di tragedie di grande spessore, dovute alla “Morte Bianca”. Il vento, intanto, porta ricordi remoti mescolati all’intenso profumo dei fiori….pare che ti porti agli orecchi il famoso “Wer da?…” e l’altrettanto famosa risposta: “…Alpini, del 7° Batajon Cadore!…”

La sola nube, in tanto splendore, è la nube del dubbio e delle domande senza risposta che affiorano al mio cuore: come fecero cannoni e mitragliatrici, morte e sofferenza a trovare posto su uno scenario come questo?

La nebbia del mattino dà un sapore di sogno a questo mondo di pietra; il mio pensiero ritorna ancora a coloro che combattendo hanno riportato a noi sempre più ricche di fascino e di storia le nostre montagne.

Salendo, sono coinvolta dal fascino ancestrale del luogo, dove acque sotterranee rompono il silenzio con il loro stillicidio, raccontando, con la cadenza di un’antica cantilena, inedite leggende   e da quegli occhi spettrali (gli spioncini dei forti), che ti scrutano da profondi recessi del mondo di roccia, pare possano uscire all’improvviso draghi volanti o demoni striscianti in anfratti perduti nel cuore della Terra.

Sono ormai in alto, il cielo sopra di me è una presenza rassicurante, il profondo vallone appena superato è ormai sotto di me. Mi sento le porte dell’anima aperte ad accettare tutte le sensazioni, compresa quella poco eroica della paura; l’estremo fascino dell’avventura e una straordinaria curiosità mi spingono ad arrivare proprio sulla cima, dove le sapienti mani della Natura conservano tesori di panorami, di ricordi, di storia….

Dalla cima, oltre che godere dell’incomparabile panorama sulla Cima Undici e il Popera, ci si trova di fronte a vive tracce della guerra: si possono riconoscere i tracciati delle teleferiche, che servivano per portare in alto viveri e materiale bellico.

Basta allontanarsi un po’ dai sentieri segnalati, per scoprire angoli del tutto dimenticati, valloni selvaggi, piccole radure verdi, sparse fra le rocce, con fioriture incredibili, cascate talmente belle da ricordare l’obsoleta fonte della giovinezza, pozze d’acqua come smeraldi, paesaggi e scenari di antiche leggende.

Cavalcando la cresta della montagna, che appare come il dorso di un drago addormentato, posso immaginare i lunghi mesi trascorsi dai soldati in gelide temperature e continue valanghe, solamente per proteggere quel valico lassù, passaggio fra Austria e Italia, passaggio fra la vita e la morte….La guerra ha profondamente mutato l’animo di queste montagne; mi guardo intorno: hanno forse una divisa le montagne che mi circondano? Ci sono forse confini al di là del mutevole mare di nuvole?

Per me c’è solo un messaggio, il messaggio di chi la lezione della storia l’ha appresa al prezzo della propria vita.

Ritorno sui miei passi e per scendere devo girare un poco a destra, per ghiaie, in direzione di caratteristiche chiazze erbose, che vengono chiamate “Schuster-Flecken”. Da qui, per roccette instabili e sfasciumi, si arriva in un ampio pianoro che rappresenta la Lavina Bianca nella sua parte mediana, luogo talmente bello , dove non si può non sostare. Davanti a me incredibile visione della Croda Rossa, della Sentinella, della Cima Undici. La distesa delle cime all’intorno è , a dir poco, imponente e lo sguardo può spaziare, riempiendo l’anima di bellezza da portare con sé, a casa!

Scendo a valle per dirupato canale; facendo attenzione, scendo sul ghiaione sottostante, fino alla piccola croce del cimitero di guerra e, in breve, per tracce al Campo Fiscalino.

Ritorno al mondo di sempre con una maggiore serenità e mi sento disponibile a fare partecipi del mio cuore chi mi sta attorno: immenso il tesoro che mi porto dietro, talmente bello e sontuoso che mi è difficile descriverlo con le parole. Posso sempre tenerlo dentro di me ed ogni giorno consumarne un frammento, per farne dono a chi mi è più caro. Torno, portando nel cuore il colore del Sole, negli occhi lo scintillio dei cristalli di quarzo, sulle mani il caldo odore della roccia, che ho imparato, fra mille, a riconoscere.

Arrivata al fondo della “Busa”, non mi rimane che ammirare uno di quei famosi tramonti, quello che scende sulla magica Val Fiscalina: le sue guglie e le sue torri si spengono ad un ad una, come le luci di un teatro di lusso, mentre i protagonisti restano lassù ad aspettare che la nostra fantasia, ma soprattutto il nostro cuore, li facciano rivivere.

 

 

Torna a Poesie