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da "Racconti
e bozzetti" (1880-1922)
I
dintorni di Milano
Giovanni Verga
L'impressione che si riceve
dall'aspetto del paesaggio prima d'arrivare a Milano, per
quaranta o cinquanta chilometri di ferrovia, è malinconica.
La pianura vi fugge dinanzi verso un orizzonte vago, segnato
da interminabili file di gelsi e di olmi scapitozzati,
uniformi, che non finiscono mai; cogli stessi fossati
diritti fra due file di alberelli, colle medesime cascine
sull'orlo della strada, in mezzo al verde pallido delle
praterie. Verso sera, allorché sorge la nebbia, il sole
tramonta senza pompa, e il paesaggio si vela di tristezza.
D'inverno
un immenso strato di neve a perdita di vista, costantemente
rigato da sterminate file d'alberi nudi, tirate colla lenza,
a diritta, a sinistra, dappertutto, sino a perdersi nella
nebbia. Di tratto in tratto, al fischio improvviso della
macchina, vi si affaccia allo sportello, e scappa come una
visione un campanile di mattoni, un fienile isolato e
solitario. Sicché finalmente appena nella sconfinata pianura
bianca, fra tutte quelle linee uniformi, vi appare del cielo
smorto la guglia bianca del Duomo, il vostro pensiero si
rifugia frettoloso nella vita allegra della grande città, in
mezzo alla folla che si pigia sui marciapiedi, davanti ai
negozi risplendenti di gas, sotto la tettoia sonora della
Galleria, nella luce elettrica del Gnocchi, nella
fantasmagoria di uno spettacolo alla Scala, dove sboccia
come in una serra calda la festa della luce, dei colori e
delle belle donne.
I dintorni di Milano sono modellati sulle linee severe di
questo paesaggio. Basta salire sul Duomo in un bel giorno di
primavera per averne un'impressione complessiva. È
un'impressione grandiosa ma calma. Al di là di quella vasta
distesa di tetti e di campanili che vi circonda, tutta allo
stesso livello, si spiega la pianura lombarda, di un verde
tranquillo, spianata col cilindro, spartita colle seste,
solcata da canali diritti, da strade più diritte ancora, da
piantagioni segnate col filo, senza un'ondulazione di
terreno e senza una linea capricciosa in gran parte.
L'occhio
la percorre tutta in un tratto sino alla cinta delle Alpi ed
alle colline della Brianza. E se rimaneste un giorno intero
lassù non ne avreste un'impressione nuova, né scoprireste un
altro dettaglio. È la stessa cosa percorrendo i dintorni
immediati della città. Sempre le stesse strade più o meno
diritte, fiancheggiate dagli stessi alberi; il medesimo
fossato da una parte, o il medesimo canale dall'altra, lo
stesso muro grigio, rotto di tanto in tanto dal portone di
una fabbrica, sormontato da un fumaiuolo nero che sporca il
cielo azzurro, gli stessi orti chiusi tra filari di gelsi e
divisi in scompartimenti di cavoli e lattughe senza mutar di
prospettiva. Sicché la cosa più difficile per un viandante
pare che dovrebbe essere di riconoscere la sua strada fra
quelle altre cento strade che si somigliano tutte, e per un
proprietario di ritrovare il suo podere fra tutti quei
poderi fatti sul medesimo stampo.
Nondimeno il milanese ha la passione della campagna.
Bisogna vederlo a San Giorgio o in qualche altra festa
campestre per farsene un'idea. Appena la stagione comincia a
farsi mite e il ciglio dei fossati a verdeggiare, tutti
corrono fuori del dazio, a godersi il verde
sminuzzato a quadretti, e ad empirsi i polmoni di polvere.
Codesto è il motivo di tante osterie di campagna, di tante
isole, di tanti giardini piantati in botti da
petrolio. Allora le strade melanconiche, i ciglioni
intristiti, i quadrelli di verdura pallida formicolano di
un'altra vita, risuonano di organetti, di chitarre, di
allegria chiassosa e bonaria.
L'uniformità del fondo dà alcunché di piccante alla
varietà delle macchiette. Qui il paesaggio, in un orizzonte
sconfinato, è circoscritto costantemente fra due file di
alberi, lungo due muri polverosi, fra le sponde di un canale
diritto, smorto, che sembra immobile, ombreggiato dacché
spuntano i primi germogli sinché cadano le ultime foglie, e
i raggi del sole non hanno più colori né festa. La mucca che
leva il muso grondante d'acqua, un gruppo di contadine che
lavorano nei campi, e mettono sul prato la nota gaia delle
loro gonnelle rosse, la carretta che va lentamente per la
stradicciuola, un desco zoppicante sotto il pergolato di
un'osteria, coll'operaio in maniche di camicia, e la sua
donna coi gomiti sulla tovaglia e gli occhi imbambolati, due
cavalli da lavoro accanto a una carretta colle stanghe in
aria, davanti a una porta chiusa, sono tutti i quadri della
campagna milanese, su di un fondo uniforme. Lo spettacolo
grandioso di un tramonto bisogna andare a vederlo in Piazza
d'Armi, su quella bella spianata che corre dal Castello
all'Arco del Sempione; e tuttavia l'effetto più grandioso
gli viene dalle linee stupende del monumento, sul fondo
opalino, e da quei cavalli di bronzo che si stampano come
una visione del bello dell'arte, in alto, nella gloria degli
ultimi raggi.

Ma la ineffabile melanconia di
quell'ora non l'ho mai provata come in una delle Certose dei
dintorni di Milano. Colà, in mezzo a mirabili pagine d'arte,
la luce muore nelle invetriate dipinte, vi sorprende uno
strano sentimento della vanità dell'arte e della vita, un
incubo del nulla che vi si stringe attorno da ogni parte,
dalla campagna silenziosa e uniforme. Io non ho mai passata
un'ora più tetra come quella che provai in uno di quei
cortiletti di verdura cupa della Certosa di Pavia, chiusi
fra quattro mura di cimitero, e allietati da quattro file di
bosso, nel caldo meriggio d'aprile, in cui non si udiva il
ronzare delle mosche.
Di cotesta impressione alquanto melanconica del paesaggio
milanese ne avete un effetto anche ai Giardini pubblici,
dove mettendo sottosopra il tranquillo suolo lombardo sono
riesciti a rendere un po' del vario e pittoresco che è la
bellezza della campagna. Il popolo però li ha cari, e nei
giorni di festa e di sole ci reca in folla la sua allegria e
la sua vita. Tutto ciò infine prova che Milano è la città
più città d'Italia. Tutte le sue bellezze, tutte le sue
attrattive sono nella sua vita gaia ed operosa, nel
risultato della sua attività industre. Il più bel fiore di
quella campagna ricca ma monotona è Milano; un prodotto in
cui l'uomo ha fatto più della natura. Che importa a Milano
se non ha che 3 o 400 metri di passeggiata, da Porta Venezia
al ponte della via Principe Umberto? I suoi equipaggi non
sono splendidi quanto quelli della Riviera di Chiaja e delle
Cascine? e la prima domenica di quaresima, quando il sole
scintilla sugli arnesi lucenti, e sui colori delicati, per
tutte quelle file di cocchi e di cavalli, in mezzo a quella
folla elegante che formicola nei viali, col fondo maestoso
di quelle Alpi ancora bianche di neve, il cielo trasparente
e gli ippocastani già picchettati di verde, lo spettacolo
non è bello? e quando il teatro alla Scala comincia ad
essere troppo caldo anche per le spalle nude, e l'alba
imbianca troppo presto sulle finestre delle sale da ballo,
Milano non ha la sua Brianza per farvi trottare i suoi
equipaggi? non ha i laghi per rovesciarvi la piena della sua
vita elegante? non ha Varese per farvi correre i suoi
cavalli? Le passeggiate e i dintorni di Milano sono un po'
lontani, è vero; ma sono fra i più belli del mondo.
Io
mi rammento ancora della prima gita che feci al Lago di
Como, in una giornata soffocante di luglio, dopo una di
quelle estati di lavoro e di orizzonti afosi che vi mettono
in corpo la smania del verde e dei monti.
La prima torre sgangherata che scorsi in cima alla
montagna posta a guardia del lago mi si stampò dinanzi agli
occhi come un faro di pace, di riposo, di freschi orizzonti.
Il paesaggio era ancora uniforme. Tutt'a un tratto, dalle
alture di Gallarate, vi si svolge davanti un panorama che è
una festa degli occhi. Allorché vi trovate per la prima
volta sul ponte del battello a vapore, rimanete un istante
immobile, e colla sorpresa ingenua del piacere stampata in
faccia, né più né meno di un contadino che capiti per
sorpresa in una sala da ballo. L'ammirazione è ancora
d'impressione, vaga e complessiva. Non è lo spettacolo
grandioso del Lago Maggiore, né quello un po' teatrale del
Lago di Lugano visto dalla Stazione. È qualche cosa di più
raccolto e penetrante. Tutto il Lago di Como a prima vista è
in quel bacino da Cernobbio a Blevio, e la prima idea netta
che vi sorga è di sapere da che parte se n'esca.
A poco a poco comincia a sorgere in voi come un'esuberanza
di vita, quasi un'esultanza di sensazioni e di sentimenti, a
misura che lo svariato panorama si va svolgendo ai vostri
occhi. Sentite che il mondo è bello, e se mai non l'avete
avuta, principia a spuntare in voi, come in un bambino, la
curiosità di vederlo tutto, così grande e ricco e vario, di
là di quelle cime brulle, oltre quei boschi che si
arrampicano come un'immensa macchia bruna sui dossi arditi,
dopo quei campanili che sorgono da un folto d'alberi, di
quelle cascate che biancheggiano un istante nella fenditura
di un burrone, di quelle ville posate come un gingillo, su
di un cuscino di verdura, che vi creano in mente mille
fantasie diverse, e la vostra immaginazione popola di figure
leggiadre, dietro le stoie calate ed i vetri scintillanti,
in quelle barchette leggiere che battono il remo silenzioso
come un'ala, e si dileguano mollemente, con un cinguettìo
lontano di voci fresche, strascinandosi dietro delle
bandiere a colori vivaci. È come un sogno in mezzo a cui
passate, e vi sfila dinanzi Villa d'Este elegante, Carate
civettuolo, Torno severo, e Balbianello superbo. Poi come
tutt'a un tratto vi si allarga dinanzi la Tremezzina quasi
un riso di bella fanciulla, nell'ora in cui sulla Grigna
digradano le ultime sfumature di un tramonto ricco di colori
e Bellagio comincia a luccicare di fiammelle, e il ramo di
Colico si fa smorto, di là di Varenna, e Lenno e San
Giovanni vi mandano le prime squille dell'Avemaria, voi vi
chinate sul parapetto a mirare le stelle che ad una ad una
principiano a riflettersi sulla tranquilla superficie del
lago, e appoggerete la fronte sulla mano sentendovi sorgere
in petto del pari ad una ad una tutte le cose care e lontane
che ci avete in cuore, e dalle quali non avreste voluto
staccarvi mai.
Giovanni Verga |