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IL
“MIO” NATALE
Il ricordo dei
Natali della mia infanzia è sepolto nelle memorie lontane nel tempo, insieme
ai cieli stellati ed al profumo dell’erba tagliata, dell’inchiostro nel
calamaio e della polvere delle strade nell’afa di luglio.
Il rito
natalizio, a casa nostra, iniziava il 7 dicembre, con l’arrivo di Sant’Ambros
che lasciava sul comodino di legno scuro un mandarino, una mela ed un
regalino (ma piccolo piccolo, una scatolina di pastelli o un libricino).
A casa nostra
era proibito addobbare l’albero e fare il presepe sino alla vigilia di
Natale, quando papà, con gesti antichi e per noi un po’ “misteriosi”, andava
a prendere le scatole di cartone ed a recuperare il pino, mentre io e mia
sorella, imbacuccate nei vestiti pesanti, andavamo alla murèla, un
muro centenario in fondo al giardino, a raccogliere il folto muschio da
mettere nel vaso.
E poi iniziava
la festa.... piano piano, dalle scatole di cartone uscivano le “palle” che
noi conoscevamo a memoria: quella bianca, con tanti granellini che parevan
di zucchero, quella blu, tanto delicata, quelle di stoffa che erano brutte
ma non si rompevano, ed infine il vecchio e familiare uccellino senza coda;
e poi ancora i fili argentati, le luminarie a forma di campanelle, la punta
un po’ sfondata e che rimaneva sempre storta.
E poi il
presepe, con le consumate statuine di gesso, due asini e due Madonne,
Valentino e Valentina; questi ultimi due altro non erano che stranissimi
pupazzetti di plastica rossi e blu che lo zio Pepino aveva portato a casa
dalla sua prima vacanza a Cattolica (che allora era tanto lontana quanto
oggi le Maldive); se li avvicinavi, si baciavano, grazie ad una calamita
che, ovviamente, si era rotta dopo due giorni.
Valentino e
Valentina, e tutte le altre statue, migravano in continuazione, perché io e
mia sorella non eravamo capaci di star lontano da quel mondo magico, con il
lago (uno specchietto da borsetta), la strada di ghiaia bianca e la stella
cometa che non si accendeva perché ci voleva una pila speciale.
Tutti gli anni
Marica ed io ci riproponevamo di restare sveglie l’intera notte per vedere
finalmente Gesù Bambino che ci portava i doni; ma verso le dieci gli occhi
si chiudevano e mentre la televisione (un grosso mobile marrone che
troneggiava in fondo alla stanza), mandava carole natalizie, iniziava il
“rito speciale di Natale”: mamma accostava le enormi poltrone di bouclè
bordò e noi ci stendevamo, vicine vicine, e dormivamo attendendo il ritorno
dei parenti dalla messa di mezzanotte. Poi si stappava lo spumante e si
mangiava il panettone Motta, scambiandosi gli auguri e ridendo di un
nonnulla. La casa era aperta agli amici, alla guardia notturna, al Luigi e
alla Rosita che passavano per tornare a casa e bussavano alla finestra che
si affacciava direttamente sulla strada: “Auguri a tutti!”. La nostra,
allora, era una modesta casa “lombarda”, ma quanta allegria e gioia di
vivere aleggiava fra quelle mura!
E a Natale...
festa grande! La mia nonna Talina, nata il 25 dicembre, fino alla sua morte
aveva riunito alla sua tavola figli e nipoti, ogni anno un po’ più stretti e
ogni tanto un volto nuovo, un fidanzato o una fidanzata aggregati alla
“grande famiglia”.
All’appello
mancava regolarmente mio papà che, noto “tiratardi” si fermava sempre a
chiacchierare con parenti e amici e arrivava poi di soppiatto, magari con
un’ora di ritardo e con una scusa sempre più inverosimile.
E’ bello
ricordare quel tempo, oggi che, come formichine impazzite, ci aggiriamo nei
negozi e supermercati alla ricerca di regali costosi e ricercati; i miei
ricordi del Natale non sono legati ai regali (neppure mi ricordo quelli
dello scorso anno!), ma sono frammenti di risate, discorsi, profumi,
presenze e tradizioni: di legami in confronto ai quali l’acciaio è
plastilina, legami che resistono al tempo, alle traversie ed alla morte,
legami di vita vissuta.
Luisa Vignati
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